GIUSTIZIA

Descalzi è nei guai: ora l’Eni invoca l’interesse nazionale

Descalzi è nei guai: ora l’Eni invoca l’interesse nazionale Foto Roberto Monaldo / LaPresse 17-01-2016 Roma Economia Trasmissione tv "In Mezz'Ora" Nella foto Claudio Descalzi (ad Eni) Photo Roberto Monaldo / LaPresse 17-01-2016 Rome (Italy) Tv program "In Mezz'Ora" In the photo Claudio Descalzi (ceo Eni)

Ed eccolo, finalmente, Vincenzo Armanna. Il grande accusatore dei vertici Eni, secondo i pm di Milano. Il complice di un confuso e intermittente “complotto” per depistare le indagini su Eni in Nigeria, secondo altri magistrati. Un ex dipendente infedele che ora diffama i suoi ex capi, secondo la compagnia petrolifera.

Ieri, 17 luglio 2019, Armanna era il teste previsto dal calendario del processo per corruzione internazionale in Nigeria, con imputati, tra gli altri, l’amministratore delegato Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, il responsabile dell’area sub-sahariana Roberto Casula, i mediatori Luigi Bisignani e Gianfranco Falcioni, oltre allo stesso Armanna, che all’epoca dei fatti era il vice di Casula.

Ma in apertura d’udienza le difese hanno chiesto di rinviare il suo esame, per poter studiare gli atti depositati negli ultimi giorni dall’accusa e letti sui giornali. Rinviarlo a settembre, come ha chiesto il difensore di Casula, Giuseppe Fornari. O almeno posticiparlo di qualche giorno, come hanno domandato Nerio Diodà (legale di Eni spa) e Paola Severino (difensore di Descalzi), che ha evocato addirittura “l’interesse nazionale” in questo processo ai vertici della più grande azienda italiana.

Con gli atti appena depositati, si sarebbe creato uno “sbilanciamento tra accusa e difesa, a causa della diffusione di documenti provenienti da un altro procedimento; un grave vulnus, per dichiarazioni anticipate sui giornali che diventano verità”. Il riferimento è a due verbali provenienti dall’indagine sul “complotto” e soprattutto al memoriale difensivo di Piero Amara, depositato alle difese nel pomeriggio del giorno precedente all’udienza e raccontato sul Fatto quotidiano di ieri.

In quella memoria, Amara, avvocato esterno dell’Eni, considerato il regista del “complotto”, racconta di aver ricevuto l’incarico da Descalzi e dal suo braccio destro, Claudio Granata, di convincere Armanna a ritrattare le sue accuse contro l’ad di Eni. Sarebbe, se confermato, un pesante inquinamento probatorio. Eni ha reagito negando ogni accusa e facendo subito partire una serie di azioni legali: Descalzi ha querelato Amara per diffamazione, Granata ha denunciato Armanna per diffamazione Amara per calunnia.

Il pm Fabio De Pasquale ha spiegato: “Abbiamo depositato gli atti appena li abbiamo ricevuti” dai pm del procedimento sul “complotto”. “Potevamo tenerceli per noi, li abbiamo messi invece a disposizione del Tribunale e delle difese: per parità delle armi e simmetria informativa”. Il Tribunale, presieduto da Marco Tremolada, non ha concesso il rinvio: l’interrogatorio di Armanna dopo questa lunghissima schermaglia è cominciato, ma (per questa udienza) senza possibilità di porre domande sui temi del presunto inquinamento probatorio raccontato da Amara.

Così l’ex manager Eni, nel 2010 vice di Casula, ha ricostruito tutta la trattativa per l’acquisto in Nigeria dell’immenso campo petrolifero Opl 245, del valore di almeno 2 miliardi di dollari. Fu poi comprato nel 2011 da Eni e Shell con un versamento di 1,3 miliardi su un conto del governo nigeriano, subito girati però a politici locali, faccendieri e intermediari. Anche italiani, secondo l’accusa. Il racconto di Armanna chiarisce che i soldi sono andati, in gran parte, a Dan Etete, ex ministro del petrolio che aveva preso il controllo di Opl 245 attraverso la società Malabu.

Il personaggio centrale dell’operazione è stato l’intermediario nigeriano Emeka Obi. In apparenza rappresentante di Dan Etete (e dunque dei politici nigeriani che con lui hanno diviso l’affare). In realtà – secondo Armanna – imposto dagli italiani, di cui faceva gli interessi sotterranei: Paolo Scaroni innanzitutto, allora amministratore delegato di Eni, e poi, a cascata, del mediatore Luigi Bisignani, molto vicino a Scaroni, e degli altri manager Eni a lui sottoposti, Descalzi e Casula.

Armanna si mostra quasi stupito di come si sviluppa la lunga trattativa per Opl 245: con modalità impensabili per i canoni Eni. Con contatti diretti con Dan Etete, che non solo non aveva titoli formali su Malabu, controllata attraverso prestanome, ma era anche già stato condannato per riciclaggio. Con la presenza di Emeka Obi, che non rappresentava affatto il venditore (Dan Etete), ma era anzi stato apertamente rifiutato da lui, e non aveva alcun mandato a vendere Opl 245.

Ma niente da fare, spiega Armanna: Descalzi e Casula imponevano Obi, perché sopra di loro lo voleva Scaroni. Incredibili, poi, le sue pretese iniziali: 200 milioni di dollari per la sua mediazione. Una provvista per tangenti – fa capire Armanna – da distribuire tra nigeriani e italiani.

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Il Fatto quotidiano, 18 luglio 2019
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