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Pressioni russe sui ministri italiani per salvare il mediatore della tangente Eni

Pressioni russe sui ministri italiani per salvare il mediatore della tangente Eni

Che effetto potevano avere, sul processo Eni in corso a Milano, le pressioni del governo russo sul nostro ministero degli Esteri? Per rispondere è necessario dipanare un giallo internazionale che coinvolge i russi, la Farnesina, il ministero della Giustizia e la Procura di Milano.

La carambola inizia l’8 ottobre, quando il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, uno dei più stretti collaboratori del presidente Vladimir Putin, durante un incontro internazionale consegna un documento scritto in russo al suo omologo italiano, Enzo Moavero Milanesi. È una richiesta che riguarda un cittadino russo, Ednan Tofik Ogly Agaev, ex ambasciatore di Mosca in Colombia. Agaev è un personaggio centrale nel processo milanese in cui è imputato di corruzione internazionale insieme a Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, e al suo predecessore Paolo Scaroni.

La storia è quella del megagiacimento petrolifero nigeriano Opl 245, che Eni ha ottenuto nel 2011 pagando 1 miliardo e 92 milioni di dollari. Neppure un cent restò nelle casse dello Stato nigeriano, perché i soldi furono girati e dispersi in una girandola di conti in giro per il mondo e finirono a governanti della Nigeria e a mediatori italiani e internazionali. Questa almeno è l’ipotesi dell’accusa, che li considera una supertangente e ha mandato sotto processo dodici persone, tra cui Descalzi, Scaroni e l’ex ministro del petrolio nigeriano, Dan Etete, che si era preso il controllo di Opl 245 attraverso la società Malabu.

Consulente di Malabu e mediatore dell’operazione era Agaev, che poi ha raccontato ai magistrati italiani, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, qualcosa dell’operazione. C’era un primo schema di pagamento, che prevedeva di pagare direttamente Malabu. Troppo rischioso, hanno convenuto i protagonisti, che sono così passati a un secondo schema: il miliardo e rotti è stato pagato da Eni (e dalla sua alleata Shell) su un conto del governo nigeriano, che poi lo ha girato ai conti di Malabu, dei politici e dei mediatori. “Safe sex”, ha spiegato Agaev ai pm italiani: all’operazione hanno messo il preservativo.

Ora i russi fanno pressioni per farlo uscire dal processo. Nel documento consegnato al nostro ministro dicono che “Agaev è una persona ben nota, ha ricoperto incarichi importanti nello Stato. Negli ultimi anni ha collaborato con famosi studi legali e partecipato a numerosi progetti internazionali. La parte russa è convinta che non ha compiuto alcun atto illecito. Speriamo dunque che le Autorità italiane dimostrino un approccio ragionevole e dopo le opportune verifiche trovino la possibilità di cambiare lo stato di Agaev da indagato a testimone”.

Che cosa fa il nostro ministro? Invece di mettere in archivio o buttare in un cestino la proposta indecente dei russi, il 17 ottobre la passa diligentemente al suo collega della Giustizia, Alfonso Bonafede: “In vista della predisposizione di una nota di risposta per il ministero degli Esteri russo, si sarà grati a codesto Ufficio se vorrà raccogliere con ogni consentita urgenza elementi informativi sulla vicenda e sullo stato del procedimento giudiziario che siano condivisibili con le controparti russe”.

Il 24 ottobre il direttore generale di via Arenula, Donatella Donati, gira la richiesta alla Procura di Milano: “Si sarà grati a codesta Procura se vorrà qui far pervenire, compatibilmente con eventuali esigenze di segreto investigativo, ogni utile e ostensibile dato conoscitivo sul procedimento penale in corso a carico del predetto”. Così la richiesta russa di “approccio ragionevole” arriva fin sulle scrivanie dei pm, i quali rispondono seccamente, inviando al ministero il decreto (pubblico) di rinvio a giudizio.

Il ministro russo era tornato sull’argomento, sollecitando una risposta alla sua richiesta, il 23 novembre, quando aveva incontrato Moavero al Forum Mediterraneo. Ma ora è più facile tentare finalmente di rispondere alla domanda iniziale: che effetto potevano avere sul processo Eni le pressioni del governo russo sul nostro ministero degli Esteri? Nessuno, vista l’indipendenza della magistratura dal potere politico che vige in Italia, a differenza che nella Federazione Russa. Certo è che le dichiarazioni di Agaev sono, per ora, tra le più pesanti fonti di prova per l’accusa. Viste le ottime relazioni che Scaroni e i vertici Eni hanno in Russia, i malpensanti sono autorizzati a ipotizzare che il cambiamento di ruolo o addirittura l’uscita dal processo di Agaev avrebbe potuto indebolire l’accusa e rendere felici i vertici Eni.

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Il Fatto quotidiano, 7 dicembre 2018
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