Bologna, la strage per Giorgia Meloni è generico “terrorismo”
Quarantasei anni e quattro processi dopo la strage, Giorgia Meloni non riesce ancora a pronunciare la parola “fascista”
Per Giorgia Meloni, è stato un generico “terrorismo”: 46 anni dopo la strage di Bologna, la parola “fascista” non riesce ancora a pronunciarla. “46 anni fa il terrorismo ha sferrato uno dei suoi attacchi più feroci. Quello che è accaduto il 2 agosto del 1980 rappresenta una delle pagine più buie e drammatiche della storia nazionale”.
Non più tanto buia, in verità, a leggere le sentenze definitive che hanno condannato cinque neofascisti e che inchiodano anche i registi, i mandanti, i complici, le logge eversive e i depistatori di Stato. L’ha pronunciata il presidente Sergio Mattarella, quella parola, richiamando i “valori che la strategia neofascista del terrore pretendeva distruggere”. Al governo c’è chi invece continua a inseguire inesistenti “piste palestinesi”.
E pesa la foto della presidente della Commissione antimafia, Chiara Colosimo, con Luigi Ciavardini, uno dei fascisti condannati per la strage, insieme a Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini, Paolo Bellini. Mancano ancora dei tasselli di verità, sì. Sono stati fatti sparire interi archivi, come quello del ministero dei Trasporti: lo ha ricordato il presidente dell’associazione delle vittime, Paolo Lambertini.
Eppure il quadro ricostruito da quattro grandi processi, decine di inchieste e migliaia di documenti è chiaro. Nel 1980, l’anno prima che venissero scoperte le liste della P2, la loggia di Licio Gelli (coinvolto nelle manovre eversive fin dal tentato golpe Borghese del 1970) finanzia un gruppo composito di neofascisti che, sotto diverse sigle e provenendo da diverse esperienze, realizzano il “grande botto” che deve gettare il Paese nel terrore e congelare la democrazia.
L’attentato di Bologna – si legge nella sentenza Bellini – è un atto politico: per “influire sulla politica nazionale attraverso la strage indiscriminata per chiudere definitivamente con il passato resistenziale del nostro Paese, di cui l’omicidio dell’onorevole Moro e poi del presidente Piersanti Mattarella furono precisi momenti attuativi”.
I soldati eseguono. I registi pagano. Gli apparati dello Stato (tutti con ai vertici uomini della P2) vegliano affinché la verità non emerga: inventano subito la falsa “pista internazionale” che ancor oggi tanto piace ai politici al governo.
“Hanno marciato divisi, ma per colpire uniti”, ha testimoniato, al processo Bellini, Vincenzo Vinciguerra, che ha lanciato la sua sfida allo Stato con l’attentato di Peteano e poi ha denunciato la compromissione dei suoi camerati che si mettono con le bombe al servizio di quello Stato che dicevano di voler combattere. “Non c’è una destra extraparlamentare e una parlamentare. Per quello che ho potuto constatare io, gli ispiratori di queste formazioni di estrema destra sono sempre stati interni al Movimento sociale italiano”.
“È provato” – si legge nell’ultima sentenza – che Marco Ceruti, factotum di Licio Gelli “consapevole finanziatore della strage di Bologna”, fosse a Roma il 30 e il 31 luglio 1980, quando consegnò “al Fioravanti e alla Mambro (o a un loro emissario) il compenso in denaro pattuito per commettere la strage”.
Provato che tra gli esecutori ci fosse anche Bellini, neofascista di Avanguardia nazionale, informatore dei carabinieri, poi nel 1992-93 coinvolto nella nuova strategia della tensione che usa, invece dei fascisti, i killer di Cosa nostra. Gelli finanziò la strage con denaro sottratto al Banco Ambrosiano, parte del quale andò a Federico Umberto D’Amato, lo zar delle spie italiane, ex capo del servizio segreto civile, e a Mario Tedeschi, giornalista del Borghese e parlamentare del Msi, che si occupò della “gestione mediatica dell’evento strage”.
Condannati, per aver protetto gli attentatori, i vertici del servizio segreto militare, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte. E perfino Domenico Catracchia, l’amministratore di condominio in via Gradoli per conto dei servizi segreti: appartamenti che diedero ospitalità a neofascisti della strage di Bologna, ma anche a bierre del caso Moro. Per Giorgia Meloni, però, la strage resta “una pagina buia”.

Luigi Ciavardini con l’esponente di Fratelli d’Italia Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare antimafia
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