SEGRETI

Strage di Bologna. Quell’appartamento dei servizi segreti…

Strage di Bologna. Quell’appartamento dei servizi segreti…

L’ultimo processo sulla strage del 2 agosto 1980, in corso a Bologna, deve decidere se anche Gilberto Cavallini è tra i responsabili del più cruento degli attentati neri italiani (oltre ai già condannati dei Nar Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini). Ma potrebbe finire per decidere anche se su quegli 85 morti e oltre 200 feriti si allunga l’ombra degli apparati dello Stato. Cavallini, Fioravanti e Mambro avevano rapporti con uomini dei servizi segreti? È quanto chiedono gli avvocati che assistono l’Associazione dei familiari delle vittime, che ieri hanno depositato una memoria in cui si racconta la strana storia di un palazzo in una zona elegante di Milano, in via Washington 27.

Due cose sono certe. La prima è che in un appartamento di via Washington 27 Mambro e Fioravanti sono stati ospitati dopo la strage di Bologna. La seconda è che in via Washington 27 aveva sede la Siati, Società Italiana Applicazioni Tecniche Industriali, società di copertura dell’Ufficio Rei del Sifar, il servizio segreto militare. Vi era domiciliato Vittorio Avallone, “elemento già in servizio al Sid”, il nuovo nome assunto dal Sifar nel 1965. Anzi, secondo una visura camerale depositata dagli avvocati insieme alla loro memoria, Vittorio Avallone è tutt’oggi residente in via Washington 27. E la Siati ancora oggi ha sede in via Washington 27.

Come ci arrivano, i neri di Fioravanti, in quel numero civico? È una storia che profuma di gangster anni Settanta. È Carla Martelli a offrire riparo a Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Dario Mariani, nel dicembre 1980. Erano tutti ricercati dai magistrati di Roma per le loro attività terroristiche. Carla Martelli è una delle femme fatales della banda Vallanzasca. Era la donna di Pino Di Girolamo, uno dei luogotenenti di Renato Vallanzasca, il “bel Renè”. Per questa ospitalità, Carla Martelli è stata condannata a 1 anno e 6 mesi per favoreggiamento.

Aveva intestato un contratto di subaffitto a un’amica, Maria D’Auria, che era la donna di Vito Pesce, un altro degli gangster della banda Vallanzasca. Di Girolamo, però, aveva anche rapporti di altro tipo: era legato ad Adalberto Titta, considerato uno dei capi di una struttura segreta chiamata “Noto Servizio” o “Anello”. È l’oggetto più misterioso dell’eversione italiana, di cui si trovano tracce in molte vicende drammatiche: dal sequestro di Aldo Moro alla liberazione dell’assessore dc Ciro Cirillo rapito nel 1981 dalle Br, dai traffici di armi e di petrolio alla fuga nel 1977 del colonnello delle Ss, Herbert Kappler, dall’ospedale militare del Celio.

Ora gli avvocati di parte civile Nicola Brigida, Andrea Speranzoni, Roberto Nasci, Antonella Micele, Alessandro Forti e Andrea Cecchieri offrono elementi che potrebbero collegarlo anche alla strage di Bologna. Già hanno segnalato, in una memoria precedente, che Cavallini aveva nella sua agendina telefonica dalla copertina nera il numero 342111, che corrispondeva a una “linea prova e lavoro Sip – Mi (Riservato)”, cioè a una sede coperta dei servizi segreti, in cui lavorava Luciana Piras, la moglie divorziata di Carlo Titta, legata sentimentalmente a suo fratello Adalberto Titta, il capo dell’“Anello”. Ora, nella nuova memoria, pongono una domanda: l’appartamento di via Washington 27 dove sono stati ospitati i neri, è lo stesso che faceva da sede coperta dei servizi?

Titta, l’uomo dei misteri, torna anche in questa vicenda. Perché Pino Di Girolamo, il boss della banda Vallanzasca compagno di Carla Martelli, dopo un conflitto a fuoco con i poliziotti in seguito a una rapina, è stato curato clandestinamente dal dottor Giovanni Mancini, medico della clinica milanese San Giovanni di Dio, che per questo è stato condannato per favoreggiamento, insieme a Carla Martelli. Ebbene: Mancini era legato all’“Anello”, tanto da aver eseguito nel 1978, insieme al chirurgo Pietro Bellinvia, l’intervento di chirurgia plastica ad Adalberto Titta che voleva cambiare volto. Lo prova la cartella clinica n. 649 allegata alla memoria.

Fili da annodare. Ci riusciranno l’ultimo processo e l’ultima indagine in corso, promossa della Procura generale di Bologna?

 

 

 

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Il Fatto quotidiano, 23 maggio 2019
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