SEGRETI

Ustica, Amato ripete quello che aveva già detto. E i negazionisti tornano alla carica

Ustica, Amato ripete quello che aveva già detto. E i negazionisti tornano alla carica

Chissà che cosa direbbe Andrea Purgatori del dibattito riaperto ora sulla strage di Ustica. Un’intervista a Repubblica dell’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato ripete tesi già conosciute sul combattimento aereo avvenuto la notte del 27 giugno 1980 sopra il mar Tirreno, ripropone ricostruzioni che Amato ha già più volte fatto in interventi alla Camera, interviste, deposizioni davanti ai magistrati e alla Commissione stragi, perfino in un dibattito nel 1995 durante la presentazione di un libro proprio insieme a Purgatori.

Intanto, un ex generale dell’Aeronautica militare, Leonardo Tricarico, s’incarica di opporgli, ancora una volta, la tesi negazionista della bomba a bordo del Dc-9 Itavia che quella notte s’inabissò al largo di Ustica. Prima il “cedimento strutturale”, poi “la bomba esplosa a bordo” sono due successivi depistaggi per occultare la verità.

“La versione più credibile”, ripete ora Amato, “è quella della responsabilità dell’Aeronautica francese, con la complicità degli americani e di chi partecipò alla guerra aerea nei nostri cieli la sera di quel 27 giugno”. Spiega l’ex presidente del Consiglio: “Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione, e il piano prevedeva di simulare una esercitazione Nato, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario”.

Amato elogia se stesso per quello che fece nel 1986, da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, quando fu incaricato dal presidente Bettino Craxi di occuparsi della vicenda. Non ottenne grandi risultati: la verità non emerse e i nostri generali continuarono a tacere, mentire, sottrarre prove e nascondere tracciati radar. Ma ora scarica tutte le responsabilità su Bettino: “Io ricordo che Craxi era insofferente alle mie perplessità sulle tesi dei generali. Andavo da lui per avere sostegno sui fatti che secondo me le smentivano e lui mi diceva che dovevo evitare di rompere le scatole ai militari… Avrei saputo più tardi, ma senza averne prova, che era stato Bettino ad avvertire Gheddafi del pericolo nei cieli italiani. Non aveva certo interesse che venisse fuori una tale verità: sarebbe stato incolpato di infedeltà alla Nato e di spionaggio a favore dell’avversario”.

Lo contraddice il figlio di Bettino, Bobo Craxi: “Amato confonde due episodi diversi. Fu sei anni dopo, nel 1986, che Craxi avvertì Gheddafi del progetto americano di farlo fuori. Anzi, decise apertamente di negare agli Usa il permesso di sorvolo nei cieli italiani”.

Intanto la tesi della bomba continua a circolare. Il negazionismo è contagioso: passa dalla strage di Bologna a quella di Ustica. Non c’è solo la “pista palestinese” che serve a salvare i fascisti dalle responsabilità per l’attentato alla stazione del 2 agosto 1980; si ripresenta anche la parallela teoria della bomba a bordo del Dc-9. La ripropone Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, oggi nella sua veste di presidente dell’“Associazione per la verità su Ustica”: “Abbiamo presentato un esposto alla Procura di Roma nel quale diamo evidenza con documenti che è stata una bomba a bordo la causa della strage, informando anche su possibili piste da seguire”. Se ne dovrà occupare il sostituto procuratore Erminio Amelio, che ha un fascicolo su Ustica aperto da 15 anni.

Amato ripete l’ovvio e cioè che già “la prima commissione ministeriale guidata da Carlo Luzzatti” sottolineò che “le relazioni tecniche avevano escluso fin dal primo momento l’ipotesi di una bomba esplosa all’interno. Tutto, dagli squarci nell’aereo ai brandelli dei sedili, accreditava al contrario la tesi di un impatto esterno con materiale esplosivo”. Anche il ritrovamento sui monti della Sila, il 18 luglio 1980, di un Mig libico rafforza la tesi di una battaglia aerea. Il pilota era “in avanzato stato di putrefazione. Non poteva essere morto il giorno prima. Perché ce lo volevano far credere le ricostruzioni ufficiali?”.

Spiega Amato: “Avendo intuito il pericolo di tutto quel movimento in cielo, il pilota del Mig s’era nascosto vicino al Dc-9 per non essere colpito. Ma le evoluzioni aeree impreviste provocarono l’esaurimento del carburante, per cui il velivolo cadde sulla Sila per mancanza di cherosene”. Oppure “il Mig sarebbe stato colpito dal missile francese e la deflagrazione avrebbe travolto il Dc-9”.

Ora Amato chiede al presidente francese Emmanuel Macron – e questo farà piacere a Giorgia Meloni, che con la Francia ha un conto sempre aperto – di porgere all’Italia le scuse per quello che è successo: “Il protratto silenzio non mi pare una soluzione”. Meno piacere le farà il coinvolgimento della Nato e degli Usa: se è “presumibile” la “mano francese”, dice Amato, questa “non può non essere stata autorizzata dagli americani: è impensabile che una sporca azione come questa sia stata progettata mentre i generali americani erano impegnati a giocare a boccette”.

Comunque il “protratto silenzio” non è soltanto della Francia, ma anche, a casa nostra, dell’Aeronautica militare italiana. Le testimonianze reticenti e false, i tracciati radar sottratti, i testimoni suicidati sono made in Italy. Le scuse (e non solo) dovrebbero dunque arrivare anche dai nostri generali e dai politici che hanno scelto il negazionismo delle “piste internazionali”. (il Fatto quotidiano, 3 settembre 2023)

Amato, Ustica e la vanità del potere che svanisce

È stata necessaria una conferenza stampa, per spiegare la stranezza di un’intervista, lanciata da Repubblica come fosse uno scoop, in cui Giuliano Amato ha ripetuto per l’ennesima volta ciò che già si sapeva e che lui stesso aveva già detto e ripetuto più volte sulla strage di Ustica: probabile il missile francese lanciato contro un Mig libico nella speranza di uccidere Gheddafi, che invece colpisce il Dc9 con 81 passeggeri. Ma dalla conferenza stampa si esce perplessi come prima. L’intervista, dice, è nata dalla voglia di verità “di una persona di 85 anni. Tutto qua, non c’è altro”.

“Non ho chieste le scuse di Macron: ma che sono scemo? Gli ho chiesto di occuparsi della cosa: se è infondata, bene, se non è infondata, allora deve chiedere scusa”. Non sarebbe stato più semplice chiederlo ai generali e ai servizi segreti italiani, che certamente sanno tutto? “Ma se hanno deciso di custodire un segreto, non lo hanno fatto per biechi interessi personali”. I politici invece, poverini, “sono stati tenuti all’oscuro”. Ora la speranza è che “chi c’era ed è ancora vivo parli, prima di morire”. “Comunque sono molto amico della Francia e l’unica questione aperta tra me e la Francia è la testata di Zidane”. (il Fatto quotidiano, 6 settembre 2023)

 

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Il Fatto quotidiano, 3 e 6 settembre 2023
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