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La morte di Imane Fadil: il caso non è chiuso

La morte di Imane Fadil: il caso non è chiuso

Il giudice non chiude il caso della morte di Imane Fadil. Ordina invece nuove indagini, per stabilire se la ragazza sia stata curata in modo appropriato, durante il suo ricovero all’ospedale Humanitas di Rozzano, alle porte di Milano. Imane era una delle testimoni chiave del processo Ruby 3, dove Silvio Berlusconi è imputato di corruzione in atti giudiziari. Aveva rotto il fronte delle ospiti alle feste di Arcore dell’estate 2010, testimoniando contro l’ex presidente del Consiglio e raccontando il “bunga-bunga” di quelle serate.

Il 1 marzo 2019 era morta all’Humanitas, dopo un ricovero improvviso e cure che non erano riuscite a salvarla. Prima di morire, aveva manifestato ad amici e medici il sospetto di essere stata avvelenata. Le lunghe e complesse indagini della Procura di Milano, affiancata da un collegio di periti medici e tossicologici, hanno escluso che la morte sia avvenuta per avvelenamento o per contaminazione da sostanze radioattive, come si era temuto in una prima fase, concludendo che il decesso è stato causato invece da una malattia rara, l’aplasia midollare.

I pm della Procura avevano chiesto al giudice per le indagini preliminari l’archiviazione del caso. Ma il 31 dicembre 2020 il gip Alessandra Cecchelli ha respinto la richiesta e ordinato nuove indagini, sull’eventuale “colpa medica”, concedendo sei mesi per una nuova perizia tecnica sulla morte di Imane e sui comportamenti dei sanitari che l’hanno avuta in cura. Ha accolto così la richiesta dei legali della famiglia della giovane, Mirko Mazzali e Nicola Quatrano.

Dovrà ora essere accertato se i medici dell’Humanitas hanno responsabilità per il ritardo con cui sono arrivati alla diagnosi corretta (aplasia midollare) e se hanno sbagliato cura, eseguendo un “plasma exchange” invece che terapie immunosoppressive e trapianto di midollo, che avrebbero forse potuto salvare la ragazza.

La gip “ritiene che le conclusioni raggiunte dal pm non paiano sufficienti per accogliere allo stato la richiesta d’archiviazione”: “si ritengono, dunque, necessarie ulteriori indagini” per appurare, come chiesto dagli avvocati Quatrano e Mazzali, “se fosse possibile un accertamento più tempestivo della diagnosi della malattia” e se questa maggiore “tempestività potesse evitare il decesso, apprestando le cure del caso”.

 

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Il Fatto quotidiano, 3 gennaio 2021
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