CORONAVIRUS

Modello Lombardia, anatomia di un fallimento

Modello Lombardia, anatomia di un fallimento

Ovvero Fontana, Gallera, Cajazzo, Sala. Niente mappatura, pochi tamponi, aperitivi. Le differenze con il Veneto di Zaia.

L’emergenza Covid-19 nel Nord dell’Italia andrà studiata a fondo. Come è stata affrontata dal sistema sanitario e dalla politica che ha il compito di proteggere i cittadini? Per rispondere saranno necessarie riflessioni accurate, dati sicuri e un certo distacco dal dolore e dalla rabbia per i morti e i contagiati. Per ora possiamo soltanto tentare di allineare qualche riflessione provvisoria, in attesa di conferme o smentite che potranno arrivare soltanto con il tempo.

Sono scattati due diversi modelli di reazione politico-sanitaria: quello veneto, guidato dal presidente della Regione Luca Zaia e incarnato dal virologo Andrea Crisanti; e quello lombardo, che ha i volti del presidente Attilio Fontana e dell’assessore alla sanità Giulio Gallera. In Veneto, l’epidemia è stata tenuta almeno in parte sotto controllo, eseguendo una mappatura dei focolai e facendo un gran numero di tamponi; il tasso di mortalità è stato finora del 3,4 per cento.

In Lombardia non c’è stata invece sorveglianza epidemiologica, i pazienti asintomatici sono stati lasciati circolare, il contagio si è diffuso, le fabbriche sono state lasciate aperte, la distanziazione sociale è arrivata tardi; il tasso di mortalità è stato di oltre il 13 per cento. In realtà, spiegano gli esperti, il tasso di mortalità del virus è sempre lo stesso; in Lombardia sono molti di più i contagiati, che rimangono invisibili perché si sono fatti meno tamponi, così è rimasto sommerso (e abbandonato a se stesso) il grande popolo degli asintomatici e di coloro che hanno i sintomi ma non sono censiti come positivi. Il virus è stato lasciato circolare, non è stata neppure tentata la mappatura dei contatti. Con risultati catastrofici: “Vedo persone che muoiono a grappoli. Questo è un fallimento. Troppi morti”, constata Crisanti.

Il fallimento ha le facce di Attilio Fontana e Giulio Gallera, che hanno completamente sbagliato strategia. Hanno puntato tutto sull’ospedale da campo alla Fiera da affidare al demiurgo Guido Bertolaso (subito messo fuori gioco dal virus): ma l’impegno a valle è tardivo, se non si interviene a monte; le terapie intensive potranno essere utili, ma la strategia davvero necessaria era chiudere i focolai e tentare di fermare il contagio, per ridurre il numero di chi avrà bisogno di terapia intensiva. “Bastava mettere tutte le risorse possibili sui focolai iniziali”, continua il professor Crisanti, “come hanno fatto in Giappone, Corea e Taiwan”. Invece Gallera si balocca con le sue conferenze stampa quotidiane, che diventano incredibilmente – malgrado le smentite d’occasione – la sua campagna elettorale da candidato sindaco di Milano.

Quanto al sindaco in carica, Giuseppe Sala, non sono credibili le sue scuse tardive. Il 27 febbraio, quando ha messo in rete il demenziale video #milanononsiferma (“In questo momento Milano non può fermarsi, non si deve diffondere il virus della sfiducia: Milano deve andare avanti”), sapeva bene che l’emergenza era già in corso, tanto che quattro giorni prima, il 23 febbraio, aveva egli stesso chiesto la chiusura di tutte le scuole e le università di Milano. E due giorni prima, il 25 febbraio, era stato rinviato il Salone del Mobile. Il 27 posta invece su Instagram l’incredibile foto con Alessandro Cattelan: #finalmenteaperitivo. Oggi si dice pentito, ma il suo problema è: a chi dare gli Ambrogini d’oro…

Poi, dopo il blocco, riduce per qualche giorno la frequenza dei mezzi del trasporto pubblico, provocando affollamento in un momento cruciale per la diffusione del virus. Insomma: al disastro di Fontana e Gallera si somma, bipartisan, il disastro di Sala. Completamente assente il direttore generale della sanità lombarda, Luigi Cajazzo, che ha lasciato gli ospedali senza linee guida comuni e i medici e infermieri a infettarsi e a morire. In un Paese normale, uscirebbe dignitosamente di scena anche lui, rassegnando le dimissioni.

Il Fatto quotidiano, 26 marzo 2020
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