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Così Giovanni Bazoli ha mantenuto il controllo su Ubi banca

Così Giovanni Bazoli ha mantenuto il controllo su Ubi banca 19/10/2011 Roma, tavola rotonda su beni culturali, identità' e crescita, promossa da Banca Intesa San Paolo. Nella foto Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di banca Intesa San Paolo

Questa è una grande storia italiana che profuma di soldi, incenso e potere. Protagonisti: il banchiere Giovanni Bazoli e la sua famiglia, la figlia Francesca e il suo (ex) marito Gregorio Gitti, avvocato e politico. Prende l’avvio nel 2007, quando avvengono le nozze tra un istituto di credito bresciano, Bpl (Banca Lombarda e piemontese), e uno bergamasco, Bpu (Banche Popolari Unite). Nasce così Ubi banca, il quinto gruppo italiano per numero di sportelli. A celebrare il matrimonio è Bazoli, già padre della Banca Lombarda, che di Ubi diventa membro del consiglio di sorveglianza.

Nel 2012 il governo Monti fa scattare il decreto sull’interlocking: vietati i doppi incarichi in banche e assicurazioni. E Bazoli è già presidente del più grande istituto di credito italiano, Banca Intesa. Esce dunque dal board di Ubi. Resta però presidente dell’associazione che riunisce gran parte dei soci dell’ex Banca lombarda e piemontese, che votano in assemblea (“Una testa un voto”). E da quel posto non istituzionale continua a decidere i destini dell’istituto, insieme ad Emilio Zanetti, che guida l’associazione dei soci della banca bergamasca. Il potere in Ubi è spartito con geometrica e simmetrica potenza tra i bresciani di Bazoli e i bergamaschi di Zanetti, che decidono tutte le cariche sociali, se le spartiscono e si alternano al comando.

Il patto raffinatissimo tra i due funziona senza intoppi fino al 2013, quando all’assemblea dei soci si presentano due liste alternative, “Ubi banca popolare!” di Andrea Resti e “Ubi banca ci siamo” di Giorgio Jannone, ex parlamentare di Forza Italia. Di fronte al pericolo, il patto stretto da Bazoli e Zanetti mette il turbo: la “Lista 1” vince con 7.340 voti, 2.800 espressi da soci presenti in assemblea e quasi 5 mila da deleghe rilasciate da assenti. Scattano però le proteste, gli esposti, le denunce. E parte un’indagine della Procura di Bergamo, affidata al nucleo valutario della Guardia di finanza.

L’inchiesta si chiude nel novembre 2016 e nei prossimi giorni arriveranno le richieste di rinvio a giudizio. Il pm Fabio Pelosi ritiene di aver trovato prove che documentano un patto occulto, nascosto al mercato e alle autorità di controllo (Bankitalia e Consob), per mantenere nelle mani di Bazoli e Zanetti il controllo di Ubi ed escludere “dalla gestione della banca soggetti estranei alle due associazioni”. Una perfetta macchina di potere che, di fronte al pericolo – l’arrivo in banca degli “invasori” delle liste alternative – non esita a far scattare un piano d’emergenza per vincere a tutti i costi l’assemblea, con presentazione di firme false, deleghe in bianco, voti raccolti impiegando militarmente i dipendenti e le agenzie, oltre alla Compagnia delle Opere di Bergamo e all’associazione artigiani della Confiab.

Sotto indagine sono finiti, oltre a Bazoli e Zanetti, tutti i manager di vertice della banca, il presidente del consiglio di gestione Franco Polotti, il presidente e il vicepresidente del consiglio di sorveglianza Andrea Moltrasio e Mario Cera, l’amministratore delegato Victor Massiah. I reati contestati sono ostacolo alla vigilanza e illecita influenza sull’assemblea. Le intercettazioni sono impietose, quando documentano riunioni segrete fatte in case private, come quella del 13 marzo 2013 nell’abitazione del presidente Polotti, a cui partecipano Cera, Moltrasio, Italo Lucchini del consiglio di gestione, il vicepresidente del consiglio di sorveglianza Armando Santus e, naturalmente, Bazoli, che dice: “Se noi non avessimo difeso la banca, a questo tavolo non ci sarebbe nessuno di noi sei”. Tempo dopo, Moltrasio parla con Polotti: “Queste riunioni fatte a casa tua con il presidente di Banca Intesa… Ma insomma, se lo venissero a sapere che figura ci facciamo?”. Replica Polotti: “Dipende da noi tenere la bocca chiusa”.

E la Consob? Apre un’ispezione e notifica un “atto di contestazione”. Ma intanto il presidente, Giuseppe Vegas, il 13 maggio 2014, vede Moltrasio e Cera: il vigilante incontra i vigilati sotto contestazione. Ora tutti in attesa delle richieste di rinvio a giudizio.

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Il Fatto quotidiano, 26 maggio 2017
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