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Salvate la Scala dal cowboy Pereira

Salvate la Scala dal cowboy Pereira

Dopo il trionfo della Prima, una Giovanna D’Arco senza fiamme, al Teatro alla Scala si accende il rogo delle rese dei conti. Lunedì 14 dicembre il consiglio d’amministrazione discuterà le cifre del primo anno di gestione del nuovo sovrintendente Alexander Pereira. Un anno difficile, nonostante i numeri esibiti siano tutti positivi. Sono aumentati gli spettatori, passati dai 418 mila del 2014 agli oltre 510 mila del 2015. Sono cresciuti gli incassi della biglietteria, da 30,6 a circa 35 milioni di euro.

Qual è il problema, allora? L’ipertrofia produttiva. Aumentati a dismisura gli spettacoli: erano 82 nella stagione 2013-14, sono ben 114 in quella 2014-15. Quelli determinanti e più costosi, le opere liriche, erano 10 nel 2014, sono 17 nel 2015. Così sono cresciuti, è vero, spettatori totali e biglietteria, ma a scapito dei conti e, secondo i più critici, anche della qualità. È in realtà diminuito il numero degli spettatori paganti per spettacolo, e sono scesi anche i margini di guadagno. Più spettacoli vuol dire infatti più spese. Budget 2015 di 125,7 milioni, con costi artistici record, 23,6 milioni, contro i 13,4 del 2014 e i 15,7 del 2013. Un picco di spese che la biglietteria certo non ha compensato. Un gigantismo frutto dello stile di Pereira, che ormai alla Scala chiamano “il cow boy” per i suoi modi spicci.

Frutto anche di Expo: sì, perché la Scala ha dilatato le sue messe in scena nell’ipotesi che da tutto il mondo accorressero nuovi spettatori nell’anno dell’esposizione universale. Non è andata così. Nei primi tre mesi dell’evento, come sappiamo, i visitatori sono stati molto al di sotto delle aspettative, ma anche quando negli ultimi mesi le file a Rho si sono allungate, alla Scala quasi non se ne sono accorti: si è scoperto – ma era così difficile prevederlo? – che i visitatori di Expo sono un popolo che non va alla Scala. E pensare che il teatro è stato tenuto aperto tutta l’estate: spese alte e tanti biglietti gratis, su cui ora il teatro dovrà comunque pagare l’iva. Gli spettatori sono aumentati in totale, ma diminuiti nei singoli spettacoli, con vistosi buchi in platea.

E la programmazione? Discontinua. Successo clamoroso per la Turandot con Riccardo Chailly, bene Il barbiere di Siviglia e la Bohème, crolli di stile con le orchestre sudamericane e flop con il Ballo Excelsior, rimesso in scena proprio per Expo. Gli incassi della Scala nel periodo Expo, del resto, sono stati 1,2 milioni in meno delle previsioni che erano state fatte.

Il risultato più inquietante, anche per i membri del consiglio d’amministrazione, è che sui conti, per ora, è sceso un fitto velo di mistero. Il bilancio ereditato da Pereira era sano, in pareggio attorno ai 100 milioni di euro. Frutto, in verità, del lavoro di Bruno Ermolli, gran consigliere di Silvio e Marina Berlusconi, che copriva il disavanzo con le erogazioni straordinarie che chiedeva ai capi delle grandi aziende di Stato che lui stesso aveva nominato per conto di Berlusconi. Quel modello ora è finito. Che cosa succederà allora del bilancio 2015? Gli squilli di tromba delle dichiarazioni trionfali coprono la realtà di un buco di almeno 5 o 6 milioni. Aumento delle spese. Calo degli spettatori per spettacolo. Sponsor in fuga (Generali, Tod’s). Un “socio fondatore” (vuol dire da 3 milioni all’anno per tre anni) come Rolex promesso da Pereira ma mai arrivato.

Per sanare il buco del “primo margine di contribuzione”, il sovrintendente si è allora inventato un “secondo margine di contribuzione”, fatto di “erogazioni liberali” capaci di portare al pareggio: ha promesso nuovi finanziamenti per almeno 10 milioni. Ma pagati da chi? E poi quei soldi sono arrivati davvero? Non si sa. E mancano solo pochi giorni alla fine dell’anno: come si può chiudere un bilancio senza che il consiglio d’amministrazione conosca le cifre reali delle uscite e – soprattutto – delle entrate? Qualche membro del cda (Giuliano Pisapia presidente, Bruno Ermolli vicepresidente, consiglieri Giovanni Bazoli, Claudio Descalzi, Roberto Maroni, Francesco Micheli, Alexander Pereira, Aldo Poli e Margherita Zambon), conoscendo la legge sulla responsabilità degli amministratori, comincia a essere seriamente preoccupato.

“Il cow-boy” ha scandalizzato gli amanti della Scala e della sacralità dei suoi riti anche con proposte come quella, poi ritirata, di iniziare gli spettacoli cinque minuti più tardi, per non dover respingere i ritardatari: “Ma alla Scala il sipario si apre alle 20. Inutile concedere cinque minuti in più”. Nel frattempo è finito l’idillio tra il sovrintendente e il direttore musicale Riccardo Chailly. Fu il maestro Chailly a convincere il sindaco Pisapia a riconfermare Pereira, dopo lo scandalo scoppiato per i suoi acquisti di produzioni del Festival di Salisburgo, da cui Pereira proveniva (e per di più fatti senza essere ancora formalmente insediato a Milano). Ma poi il sovrintendente ha logorato il rapporto con il direttore musicale, prendendo decisioni senza neppure consultarlo.

La più clamorosa: il concerto Expo in piazza Duomo con Andrea Bocelli e l’orchestra del teatro, il 30 aprile, proprio la sera prima della Turandot diretta da Chailly. Un sacrilegio, rovinare la concentrazione degli orchestrali, come far giocare un’amichevole a una squadra di calcio il giorno prima del derby. Stesso copione si è ripetuto il 5 dicembre, due giorni prima della Giovanna D’Arco, quando Pereira ha concesso – per 800 mila euro – l’intero teatro a Ernesto Pellegrini, il re delle mense, per uno spettacolo a porte chiuse di musiche di Morricone in occasione dei 50 anni della sua azienda.

Il “cow-boy” risolve il problema dei buchi in platea facendo scendere il pubblico dal loggione, oppure regalando i biglietti invenduti: prima ai famigliari dei musicisti e poi dei coristi, peraltro scontentando le altre maestranze del teatro che si sentono escluse. La rudezza del “cow-boy” provoca continue tensioni interne. Fa il braccio di ferro con i sindacati interni (finendo per pagare spettacoli che non vanno in scena per sciopero e che potevano invece essere revocati). Poi passa al sorriso, promettendo nuove assunzioni che i conti non gli permetterebbero.

Ma lui va avanti come se niente fosse. E per il 2016 ha preparato un programma da brivido: invece di tornare a fare meno spettacoli e di maggior qualità, continua a tenerne alto il numero, come un editore che reagisce al calo delle vendite facendo più titoli: l’anno prossimo le nuove produzioni passeranno da 13 a 15, con 115 rappresentazioni e 309 alzate di sipario (rispetto alle 257 del triennio 2011-2013). E gli spettacoli della Scala costano ben più dei libri. Per di più è prevedibile che l’allarme terrorismo non aiuti ad aumentare gli spettatori, specie quelli stranieri (l’Fbi ha messo la Scala tra gli obiettivi internazionali del terrore). I costi artistici nel 2016 saliranno a 19,7 milioni (erano 13,4 nel 2014, l’anno prima di Expo). Il “margine di contribuzione” sarà di 5,1. Sponsor e finanziatori: chissà. Il cda del 14 dicembre sarà davvero ad alta tensione.

Il Fatto quotidiano, 13 dicembre 2015
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