POLITICA

Giorgia Meloni, ovvero la giustizia preventiva di Minority Report

Giorgia Meloni, ovvero la giustizia preventiva di Minority Report

Nel mondo al contrario della politica italiana, non fa notizia la decisione di un magistrato che toglie la libertà personale a un cittadino fermato senza motivi giuridicamente fondati, ma fa scandalo un altro magistrato che gli restituisce la libertà perché non ravvisa nei suoi comportamenti elementi concreti di reato. Giorgia Meloni non si contiene, come una influencer di Roccaraso interviene via social e attacca la giudice di cui non condivide la decisione.

Per raccattare qualche voto, che spera di sfilare magari a Vannacci, si spinge fino a un’evidente bugia: dice che Youssef Siher era il gestore del canale Telegram che incitava alle manifestazioni “che poi abbiamo visto portare alla devastazione di diversi esercizi commerciali”. Ha visto troppi film in cui entra in funzione la macchina del tempo: il canale è stato aperto alle 19.58 di domenica 18 ottobre, le “devastazioni” erano avvenute prima, sabato 17 e nella giornata di domenica 18.

Meloni vuole una giustizia che obbedisca al governo e alla polizia, una giustizia da Minority Report. Ricordate il romanzo di Philip K. Dick e il film con Tom Cruise? L’arresto e la pena arrivano prima che il delitto sia commesso, perché predetto dai “precog” che tutto prevedono. Consigliamo alla presidente del Consiglio la lettura dell’ordinanza della giudice Tiziana Landoni, che spiega in punto di diritto perché le accuse della polizia non stanno in piedi. Per facilitarle la lettura, le forniamo qui una piccola sintesi.

1. Non c’è pericolo di fuga, che giustificherebbe la carcerazione. “Secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, il pericolo di fuga deve essere concreto e desunto da elementi specifici e personalizzanti dai quali si possa concretamente dedurre la probabilità che l’indagato, se non immediatamente ristretto, faccia perdere le proprie tracce”. Questi elementi sono “non ravvisabili nel caso di specie”.

2. L’accusa di istigazione a delinquere è “un reato di pericolo concreto e non presunto, la cui materialità è ravvisabile qualora sia posta in essere pubblicamente, tramite parole, scritti o condotte, la propalazione di propositi o la rievocazione di comportamenti rientranti in specifiche ipotesi delittuose, in maniera tale da indurre altri alla commissione di fatti analoghi”. “Ebbene, le condotte poste in essere dall’indagato, così come risultanti dalle acquisizioni investigative, non sono, allo stato, sussumibili nel delitto di istigazione a commettere reati”. Siher ha espresso “affermazioni di critica rivolta allo Stato, all’attuale governo e ai media, connotate da toni aspri ed espressioni volgari”. Ma la critica “non è accompagnata da specifici e concreti riferimenti ad azioni violente tali da indurre gli utenti a commettere atti di tal genere”. Ha ipotizzato “azioni di ‘disobbedienza civile’” che “non si traducono nell’adozione di comportamenti violenti o più in generale criminosi, bensì nella mera programmazione di manifestazioni settimanali”.

3. Non è stato violato il decreto Meloni sulla “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” approvato il 22 ottobre 2026. “L’indagato non prospetta mai il ricorso ad azioni violente o l’adozione di altri comportamenti integranti fattispecie di reato”.

4. Non c’è l’aggravante di terrorismo. Per farla scattare, “non è sufficiente il compimento di una qualsivoglia azione politica violenta, essendo necessario che la condotta sia potenzialmente idonea a creare panico, terrore e diffuso senso di insicurezza nella collettività e sia rivolta ad organi di vertice delle istituzioni o di rilievo costituzionale, in funzione del tentativo di sovvertimento dell’assetto costituzionale o di rovesciamento del sistema democratico”. “Le condotte poste in essere dall’indagato” non erano volte “ad esercitare forme di costrizione nei confronti di organi di vertice delle istituzioni, né erano sorrette da finalità di eversione dell’ordine democratico dello Stato”.

Smentiti i “precog”.

Il Fatto quotidiano, 30 ottobre 2026
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