Le due Milano: quella di Vogue e quella delle vetrine infrante
Solo 25 giorni separano la serata-evento di Vogue in Galleria (il 22 settembre) e l’assalto dei ragazzini alla Galleria e al centro di Milano (il 17 ottobre). Per Vogue erano state chiuse piazza Duomo, piazza della Scala, tutte le vie attorno, sbarrata la fermata della metropolitana. Il centro di Milano era stato privatizzato per un giorno, consegnato ai nerovestiti bodyguard con auricolare di Anna Wintour. Per i cittadini accesso vietato, ingresso riservato ai vip invitati o ai possessori di biglietto da 25 mila euro.
Venticinque giorni dopo, il 17 ottobre, i ragazzini si riprendono la Galleria, piazza Duomo, il centro della città. Una minoranza assalta qualche negozio, infrange le vetrine. Fino a ieri erano la generazione Six Seven, erano quelli delle Aura Battle. Sconosciuti, per il resto, non considerati, invisibili, oppure derisi come smidollati da quelle vecchie zie degli intellò.
Dopo qualche vetrina rotta, qualche saccheggio, sono diventati pericolosi eversori, vandali insensati, ottimi inneschi per varare leggi speciali e fare arrivare nelle vie di Milano i parà della Folgore. Per qualche spiritoso, ancorché ministro, sono il risultato di un complotto internazionale. Ha stato Putin, come al solito: ma magari fossero da cercare lontano le cause della ribellione e della rabbia, e non invece vicinissimo, nelle vene affaticate della città diventata sempre più disuguale, costosa, espulsiva.
Gli spazi pubblici sono via via privatizzati: perfino piazza Duomo, quel 22 settembre, e le piscine comunali chiuse, i marciapiedi trasformati in dehor, i mercati municipali (che un tempo servivano a ridurre i prezzi della spesa) ridotti a shop fighetti per ape e spritz, le case popolari lasciate vuote e in piranesiana rovina.
I ragazzi del Six Seven non trovano più l’ascensore sociale e allora salgono sui metrò e sui treni dei pendolari per conquistare il centro della città. Senza parole per dire la loro rabbia, neppure quelle delle Grandi Narrazioni del Novecento. Qualcuno degli invisibili (una minoranza) si conquista la visibilità – via TikTok e Insta – nel modo peggiore: dando l’assalto ai forni (delle griffe) e rubando le Tienne da Foot Locker.
Brutto: soprattutto per gli adulti che hanno prodotto un mondo in cui non è garantita inclusione e istruzione per tutti. Assaltare un negozio per portar via felpe e sneakers significa dimostrare di essere schiavi del feticismo delle merci: lo dicono alzando il ditino, con aria pensosa, quelli che le merci che vogliono se le possono comprare con Amex Gold; e lo gridano quelli che a ogni respiro difendono la bellezza del mercato, della finanza e del marketing.
Chi semina vento raccoglie tempesta. Non li abbiamo visti arrivare. Eppure non era difficile cogliere i segni della rabbia: un anno fa scrivevamo che “i conflitti sono destinati a crescere, con il crescere delle disuguaglianze tra le due Milano, Corvetto e Montenapo. Andiamo verso una metropoli spremuta dai maghi dell’immobiliare e incattivita dai politici della paura”. Ma “i media mainstream vogliono sangue e fuoco, per rendere ‘notizia’ un fatto, per occuparsi di un quartiere”, per vedere le periferie.
Il sindaco Giuseppe Sala diceva, all’inizio del suo mandato, che le periferie erano la sua “ossessione”. Se n’è dimenticato presto, per farsi i gintonic in centro con Manfredi Catella e dare forma compiuta a quel Modello Milano che fa scuola in Europa: grazie al Rito Ambrosiano (qui si può costruire con gli oneri più bassi d’Europa e senza regole: tirar su un grattacielo è “ristrutturazione”), Milano è diventata la città prima nella classifica europea degli investimenti immobiliari.
L’“ossessione” è ora tornata a rovinargli gli ultimi sonni milanesi prima del premio senatoriale che il Pd gli vuole assegnare per aver scassato gli equilibri giansenisti di una città un tempo locomotiva d’Italia, oggi merce in vendita per i fondi americani e i Sovereign Funds del Golfo, gestiti da musulmani come i maranza, ma straricchi, dunque graditi a destra e a sinistra.
