«Ci chiamate Maranza. Venite a vedere la Milano dove abitiamo»
Non li hanno visti arrivare. Hanno dovuto spaccare le vetrine nel centro di Milano, per farsi vedere, per diventare l’apertura dei Tg e i protagonisti dei social. Sono i “maranza”, i ragazzi con tuta nera, sfumatura alta, Tienne ai piedi. Erano una piccolissima minoranza quelli che hanno dato l’assalto a Foot Locker, Decathlon e Carrefour, il 17 e il 18 ottobre a Milano. Ma ormai sono “i saccheggiatori”. Restano invisibili, invece, i luoghi da dove provengono e i motivi della loro rabbia.
Milano è la città più instagrammata d’Italia: il centro, i negozi della moda e del lusso, piazza Gae Aulenti, i grattacieli, il nuovo skyline… Ma c’è un’altra Milano, sconosciuta, invisibile. Piazzale Selinunte a San Siro, il Corvetto, via Padova, la Barona, le altre periferie tagliate fuori dal mercato immobiliare, dunque inesistenti. La faccia in ombra della luna. Bisogna andarci, per capire davvero Milano.
In via dei Cinquecento, al Corvetto, c’è un palazzone giallo con i balconi grigi. Alcuni di questi cadevano a pezzi, sono stati ingabbiati con reti per non far precipitare i calcinacci sui passanti. I muri giallognoli sono feriti da grandi zone scrostate, ammaccature del tempo, risultato della mancanza di manutenzione: sono state rammendate alla bell’e meglio, con il risultato che il palazzo sembra un’immensa installazione realizzata da un artista pazzo. È una casa popolare Aler della Regione Lombardia che la “rigenerazione urbana” di cui Milano tanto si vanta non sa proprio dove stia di casa. Dentro ci vivono centinaia di persone, molte delle quali strette con la famiglia in monolocali o bilocali.
Di fronte, c’è la sede della Comunità di Sant’Egidio, che organizza attività, corsi, iniziative, aiuti, feste, anguriate di Ferragosto, per cercare di unire le diversità che convivono nel quartiere. “Qui abitano persone italiane arrivate molto tempo fa e oggi avanti negli anni. Accanto a famiglie arrivate più recentemente, per lo più d’origine magrebina”, racconta Stefano Pasta, “noi di Sant’Egidio cerchiamo di sanare le fratture tra questi mondi diversi, di farli parlare, di farli stare insieme”.
Di fianco, un edificio privato, più recente. Lì, in un bilocale, vive Youssef: “Abito qui con altri otto coinquilini. Ognuno di noi paga 200 euro al mese d’affitto, in nero. Lavoriamo tutti, paghiamo e stiamo zitti perché non abbiamo alternative, non abbiamo documenti regolari. Negli ultimi anni è diventato sempre più difficile regolarizzarsi”.
Accanto, in via dei Panigarola, si alza un palazzone bianco, la residenza per anziani del Comune più grande della città. Benvenuti nel Quadrilatero degli Scarichi, dove anziani e immigrati sono costretti a convivere. “Siamo la coda della città”, dice Moncef, 19 anni. Sul muro di fronte alla casa rammendata resta il murales in ricordo di Ramy, il ragazzo diciannovenne morto poco distante, all’angolo con via Ripamonti, al termine di un lungo inseguimento dei carabinieri.
Alla Barona, in via Mazzolari è esposto un grande striscione: “Citofono Casa!”. Non è Et, è la protesta per la mancata manutenzione dei citofoni. Ma un tabellone di Mm, la società che gestisce le case popolari del Comune, annuncia che la manutenzione è in corso. Vivere ai margini? Via De Pretis è letteralmente il margine della città, i balconi dei casermoni rossi con le nervature bianche si affacciano sui campi agricoli. Qui Milano finisce.
Al Barrio’s, il centro d’aggregazione giovanile fondato dalla Comunità Nuova di don Gino Rigoldi, il teatro è fuori uso, come il bar: i tetti sono sfondati, non ci sono soldi per ricostruirli. Tre ragazzini giocano a pallone sotto la grande tettoia rotonda, che per ora ancora regge: niente scuola, oggi; domani chissà. Ibra, 20 anni, barbetta e outfit nero da perfetto “maranza”, chiacchiera volentieri con una proprietà di linguaggio da far invidia a molti suoi coetanei. “Basta scuola, niente università e cose simili. Ho fatto l’istituto tecnico Feltrinelli, mi hanno bocciato due volte. Eppure io le sapevo le cose, ma ero ribelle, andavo a parlare direttamente dal preside”.
È nato a Milano, suo padre è arrivato dall’Egitto su un barcone negli anni Novanta. Al Barrio’s ha realizzato uno studio di registrazione per i ragazzi che vogliono fare rap. “Tutti i ragazzi vogliono fare i rapper, si fanno i soldi. Io voglio fare l’elettricista. Devo mettere via i soldi per comprare una casa, magari in Egitto, e per potermi sposare e fare dei bambini, li vorrei anche subito. Devo trovare 200 o 300 mila euro. Per poter guardare negli occhi mio padre devo riuscire a fare almeno quello che ha fatto lui. No, io non sono andato in manifestazione: ho già tanti sbatti miei, tu non hai idea di quanti sbatti ho”.
Alla manifestazione del 17 ottobre, quella delle vetrine infrante, i gruppi di “maranza” erano misti, italiani con genitori italiani e italiani con genitori immigrati. “Più della connotazione etnica o religiosa, conta l’identità di quartiere”, conferma Stefano Pasta, “italiani e magrebini spesso stanno insieme: c’è stato qui al Corvetto un gruppo che si faceva chiamare 141, il numero di codice postale del quartiere”.
Lo dice anche don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayros e cappellano del carcere minorile Beccaria. “In via Padova c’è un ragazzo di 17 anni, italiano, che ha imparato a parlare arabo ed è diventato il leader del suo gruppo di ragazzi d’origine magrebina”. Don Burgio li ha incontrati tutti, i ragazzi fermati dopo il 17 e 18 ottobre. “Sono ragazzi senza motivazioni politiche, ma con dentro una rabbia tutta da decifrare. Abitano in appartamenti sovraffollati, vivono in strada, vanno poco a scuola, si sentono invisibili e vogliono farsi vedere. Non hanno posti dove andare a fare sport, le palestre costano, le piscine comunali a Milano sono chiuse. Lamentano le disuguaglianze, non vedono il loro futuro. Alcuni reagiscono diventando aggressivi”.
Hanno fatto egemonia anche in centro, almeno nell’outfit. “Sì, anch’io indosso le Tienne, porto il borsello, ascolto Baby Gang”, dice Giulia, 18 anni, italiana, ultimo anni del centralissimo liceo classico Manzoni. “Sono una maranzina anch’io? Smettete di chiamarli maranza: è un termine razzista, volete dire magrebini e delinquenti. Smettela”.
