SEGRETI

Il lucido delirio (e l’accenno a Giorgia Meloni) di Bellini, l’uomo che collega le stragi

Il lucido delirio (e l’accenno a Giorgia Meloni) di Bellini, l’uomo che collega le stragi

Paolo Bellini è l’uomo che collega le stagioni delle stragi italiane. Quella degli anni Settanta, iniziata nel 1969 in piazza Fontana e culminata nel 1980 alla stazione di Bologna. E quella delle bombe-messaggio del 1992-93, con Cosa nostra in trasferta con l’esplosivo “in continente”, a Firenze, Roma, Milano.

Ai tempi della prima, Bellini, giovane fascistissimo di Avanguardia nazionale, uccide come un cane un amico, un ragazzo di Lotta continua, Alceste Campanile, che ritiene colpevole di aver tradito i camerati. Nella seconda, indossati i panni di infiltrato per conto dei carabinieri durante la trattativa tra lo Stato e la mafia, è sospettato di aver dato l’idea ai mafiosi di alzare la posta del ricatto attaccando i monumenti (“Che cosa succederebbe se Cosa nostra mettesse una bomba alla Torre di Pisa?”).

Ora, dopo la condanna in primo grado per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, usa il processo d’appello per mandare segnali e per coltivare il suo narcisismo criminale e complottistico.

Parla. Ma solo dopo aver chiesto di fare dichiarazioni spontanee in aula, in modo che i magistrati d’accusa e le parti civili non possano chiedergli conto di quel che dice e di ciò che tace. Come distinguere le pepite di verità dentro un fiume di bugie? Paolo Bellini, ladro e assassino, si rifà l’immagine, si costruisce un ruolo di agente, gladiatore, spia, servitore delle istituzioni, intermediario, burattinaio, custode dei segreti neri della Repubblica.

Sa di aver fatto parte davvero della storia sotterranea del Paese e oggi – con al governo gli eredi dei suoi ex soci d’avventure – tenta di riscuotere qualcosa dalla sua storia. Impresa disperata? Lo sapremo nei prossimi mesi.

Parla, Bellini. Per far dimenticare le minacce di morte al giudice che lo ha condannato in primo grado per la strage, dice: “Io non posso aver minacciato i magistrati, sono andato in Sicilia nel ’92, dopo la morte di Falcone e Borsellino, e vi ho salvato, arrivando fino si vertici di Cosa nostra. E voi mi avete mollato nella merda”. Continua: “Io ero là per salvare i giudici. Su preciso mandato del presidente della Repubblica, che era presidente del Consiglio superiore della magistratura. E con questo potrei chiudere qui, anche per Bologna”.

Un lucido delirio. Che coglie però lo spirito del tempo: “È vero che sono stato un birichino e anche di più. Ma è vero e risaputo che sono stato un infiltrato per conto di partiti politici per cercare estremisti: per Almirante e il senatore Mariani io sono andato fino in Portogallo, in gioventù, per verificare se c’erano dei gruppi estremistici anche internazionali, perché la nuova politica che Almirante voleva fare era quella che è arrivata oggi con la Meloni”.

Ha conosciuto il “gioco grande” e cerca di non esserne stritolato. Sa che Giorgio Almirante, a lungo segretario del Movimento sociale, era contiguo benché non sovrapponibile al mondo degli stragisti e che oggi è, insieme a Pino Rauti, nel Pantheon della presidente del Consiglio e del partito di governo. Si gioca anche questo jolly.

Ed esibisce incontri eccellenti che finora aveva negato: ammette che Paolo Bellini, allora con il nome di Roberto Da Silva, “nella notte tra il 3 e il 4 agosto era alla Mucciatella”, cioè all’albergo del padre, insieme nientemeno che all’allora procuratore della Repubblica di Bologna, Ugo Sisti. Erano passate poco più di 24 ore dalla strage della stazione. E ripete che Da Silva “è portatore di quei segreti che più segreti non si può, per quel periodo e per quelle cose. Che però non poteva dirli, prima”.

Ora può? Proverà a chiederglieli il sostituto procuratore generale Nicola Proto, e allora forse si capirà dove finisce la realtà e dove cominciano il bluff, la megalomania, la disperata furbizia di un uomo dalla vita doppia che ha vissuto la doppia stagione italiana delle stragi.

 

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Il Fatto quotidiano, 16 febbraio 2024
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