POLITICA

Monfalcone, l’attacco razzista agli invisibili dei cantieri navali

Monfalcone, l’attacco razzista agli invisibili dei cantieri navali

Nella città dove si costruiscono le navi più grandi del mondo, vige l’apartheid. Un apartheid informale, soffice, con i negozi, i caffè, le pasticcerie eleganti per i cittadini locali, i bisiacchi; e i bazar, gli empori, i ritrovi, i ristoranti odorosi di spezie per gli stranieri. Qui, a Monfalcone, la sindaca leghista Anna Maria Cisint ha dichiarato guerra agli stranieri e si vanta di aver chiuso due loro moschee, per fermare – dice – “il piano di islamizzazione della città e di sostituzione degli italiani”.

Ha dimenticato la storia di Monfalcone, città fisarmonica. Oggi, su 30 mila abitanti, un terzo sono stranieri. La maggioranza arriva dal Bangladesh. Un record, per l’Italia: a Prato i cinesi sono il 20 per cento della popolazione, a Mazara del Vallo i tunisini sono 3 mila su 50 mila abitanti.

A Monfalcone, nei secoli terra di confine tra Venezia e Vienna, la fisarmonica della popolazione si è sempre aperta e chiusa al soffio potente della storia. La città aveva solo 4.500 abitanti a fine Ottocento. Nel 1914 ne registrava 12.500, diventata centro operaio e portuale, produttrice di soda e sede dei primi cantieri navali. La guerra che dissolve l’impero asburgico e la rende retrovia delle trincee del Carso la riduce a un villaggio di 3 mila abitanti. Poi rinasce, cresce, si dilata fino ai 30 mila di oggi.

Sempre punto d’arrivo di gente che arriva da fuori: i bisiacchi, che si vantano delle loro radici autoctone, né giuliane (Trieste) né friulane (Udine), hanno visto arrivare in città prima i loro vicini, giuliani e friulani, poi i pugliesi e i campani; infine i croati, i romeni; e ora soprattutto la gente del Bangladesh.

La sindaca Cisint, con poca memoria della sua storia, vede solo quest’ultima “invasione”. E ha deciso di combatterla senza tregua. Appena eletta, ha fatto togliere le panchine da piazza della Repubblica: “Ci si siedono solo i bangladesi”. Nell’estate 2023 ha dichiarato guerra al “burkini”, cioè alle donne che nelle spiagge di Marina Julia e Marina Nova entrano senza togliersi i vestiti in quell’acqua in cui si specchiava Rilke quando scriveva, poche spiagge più in là, le Elegie duinesi.

Cisint scrive le elegie bisiacche, ordinanze impossibili per imporre alle donne il costume da bagno; per contingentare il numero di ragazzi d’origine straniera nelle classi, deportando fuori città le eccedenze; per chiudere i luoghi di culto islamici. Lo racconta Bou Konate, ingegnere nato in Senegal e laureato a Trieste, ex assessore ai lavori pubblici di Monfalcone in una passata giunta di centrosinistra, imprenditore e animatore delle comunità islamiche locali.

“Ci impediscono di pregare nei nostri centri culturali Darus Salaam e Baitus Salat, che non sono moschee, ma luoghi dove svolgiamo diverse attività, tra cui anche la preghiera. La sindaca sostiene che non siamo in regola con le norme sulla destinazione d’uso. Ricorreremo disciplinatamente al Tar. Intanto però per sabato 23 dicembre abbiamo convocato una manifestazione nazionale a Monfalcone, per ribadire che siamo tutti monfalconesi e perché tutti abbiano il diritto di pregare. Sarà aperta a tutti e sarà ammessa soltanto una bandiera: quella italiana”.

Cristiana Morsolin, battagliera consigliera comunale d’opposizione, segnala un dato che anche la sindaca Cisint non può contestare: “Qui a Monfalcone non c’è un pericolo criminalità”. Niente scippi, niente accattonaggio per le strade, niente spaccio visibile di droghe. Lavorano, i bangladesi. Lavorano duro.

“Sono una comunità numerosissima, ma mite e laboriosa”, spiega Morsolin, “attaccata senza motivi dalla sindaca. Per escludere le famiglie d’origine straniera, ha alzato (incredibile!) la soglia di reddito necessaria per ottenere alloggi popolari, con il risultato che all’ultimo bando hanno partecipato solo sette famiglie e gli appartamenti disponibili non sono stati assegnati. Ha anche modificato il regolamento per i consigli di rione: prima li potevano votare tutti i residenti, e a partire dai 16 anni; oggi votano solo gli iscritti nelle liste elettorali, dunque dai 18 anni in su, e sono esclusi gli stranieri. A Monfalcone, la città italiana con il maggior incremento demografico, ha tagliato anche i corsi pre-parto, tanto a fare figli sono quasi solo le donne d’origine straniera”.

“La sindaca sparge a piene mani il virus del razzismo e della paura del diverso”, dice Giulietta Montagni, una maestra toscana che ha scelto d’insegnare a Monfalcone: “Nelle scuole elementari la maggioranza degli alunni è bangladese. Ma sono tutti ragazzi nati qui, sono a tutti gli effetti di Monfalcone”.

Aggiunge Enrico Bullian, consigliere regionale della lista Patto per l’autonomia-Civica Fvg: “Ha reso più difficile l’integrazione, togliendo i corsi d’italiano per stranieri a cui anche molte donne vorrebbero partecipare. Ha mandato la polizia locale a impedire a ragazzi bangladesi di giocare a cricket, il loro sport tradizionale”.

Cisint ridicolizza le donne bangladesi, dicendo (riferendosi al velo tradizionale) che “vanno in giro con il sacco in testa”. Non perde occasione per sottolineare che le donne di religione islamica stanno chiuse in casa e quando escono camminano tre passi dietro il marito. Denuncia il caso di una ragazza che si è ribellata al matrimonio combinato che i genitori le volevano imporre. Come dicevano gli svizzeri quando gli immigrati eravamo noi italiani: cercavamo braccia, sono arrivati uomini. Uomini e donne, con i loro costumi, la loro cultura, la loro religione, le loro tradizioni e (anche) le loro inaccettabili discriminazioni contro le donne.

Ma perché sono arrivati così in tanti, e proprio qui? La risposta è una: Fincantieri. Negli anni Ottanta, la cantieristica ha avuto una crisi cruciale. In altri Paesi, come la Francia, molti centri produttivi sono stati chiusi. In Italia no, ma a costo di una ristrutturazione radicale del settore. Fincantieri, controllata dallo Stato italiano attraverso Cdp, è diventata una multinazionale che ha a Monfalcone il suo cantiere più grande, quello che costruisce le navi da crociera.

“Per diventare leader globale”, spiega Nicola Quondamatteo, ricercatore della Normale di Pisa, “ha fatto il miracolo: ha tagliato del 75 per cento la manodopera diretta, ricorrendo all’appalto e ai subappalti; ha ridotto così il costo del lavoro del 50 per cento”. I bangladesi sono arrivati qui, e continuano ad arrivare, per lavorare nei cantieri navali. Costretti però ad accettare contratti di serie B, o C, o Z. Monfalcone è la company town di Fincantieri più di quanto Torino lo fosse, negli anni d’oro, per la Fiat.

“L’80 per cento di ogni nave è fatto da imprese in appalto e subappalto”, continua Quondamatteo, “su 10 mila lavoratori nei cantieri di Monfalcone, solo 1.600 sono dipendenti Fincantieri”. Gli altri, spiega il segretario provinciale della Cgil Thomas Casotto, “lavorano per 400 ditte che spesso applicano condizioni di lavoro semilegali o del tutto illegali: precariato, minacce, ricatti, caporalato; e paga ‘globale’ (che cioè mette insieme e forfetizza ferie, straordinari, malattia, tredicesima, tfr, permessi, infortuni: di fatto azzerandoli). È successo anche che il ‘padrone’ consegni una busta paga di 1.500 euro e poi pretenda di andare con il dipendente al bancomat, facendosi restituire 500 euro in contanti”.

Fincantieri ha tagliato del 75% la manodopera diretta, ricorrendo ad appalti e subappalti. Così ha ridotto il costo del lavoro del 50%

Eccolo, il segreto di Monfalcone, la città con più stranieri in Italia: il lavoro irregolare nei cantieri. Ed ecco di chi è il merito del successo globale di Fincantieri: tutto dei bangla che ne hanno permesso la leadership mondiale. Monfalcone è la nostra Cina domestica, il nostro Bangladesh in casa. Ma Cisint ha preferito dichiarare guerra all’“islamizzazione”.

Così è balzata all’attenzione delle cronache nazionali, è stata la più applaudita all’assemblea della Lega convocata da Matteo Salvini a Firenze. E ora il suo nome circola come candidata al Parlamento europeo o come prossima sindaca di Trieste o, più probabilmente, presidente del Porto di Trieste. Il suo sogno segreto, però, da appassionata velista, è quello di diventare ministro (o almeno viceministro) del Mare. Chissà che cosa le riserverà la sorte. E che cosa riserverà a Monfalcone, la città bangla delle navi più grandi del mondo.

Il Fatto quotidiano, 15 dicembre 2023 (versione ampliata)
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