POLITICA

Renzi da Palamara: “Ecco il complotto per Conte fatto da Davigo & Morra”

Renzi da Palamara: “Ecco il complotto per Conte fatto da Davigo & Morra” Francesco Vecchi, Luca Palamara, Alessandro Sallusti e Matteo Renzi alla presentazione del libro di Alessandro Sallusti e Luca Palamara Lobby & Logge alla libreria Rizzoli, Milano, 28 Febbraio 2022. ANSA/MATTEO CORNER

“Chi si somiglia si piglia”, dice la saggezza popolare. Chissà se vale anche per Matteo Renzi e Luca Palamara, l’ex presidente del Consiglio e l’ex consigliere del Csm: si sono trovati insieme a presentare, alla Rizzoli di Milano, il nuovo libro che Palamara ha scritto con Alessandro Sallusti, Lobby&Logge, sequel furbo del più fortunato Il Sistema. Dopo aver trasformato il Consiglio superiore della magistratura in un mercato delle vacche dove lottizzare con le correnti poltrone e poltroncine degli uffici giudiziari, Palamara è stato colto con le mani nel sacco.

Da quel momento, ha cominciato a sparare sul Sistema che egli stesso aveva contribuito a creare, tra gli applausi della politica che di quel Sistema era complice e beneficiaria. Ora Renzi trasforma il carnefice in vittima: “Palamara l’hanno fatto fuori perché conosceva troppo bene regole che vigevano ai suoi tempi e che vigono tuttora”, dice il leader di Italia viva. In realtà “l’hanno fatto fuori” – cioè espulso dalla magistratura – perché è stato indagato per corruzione e perché ha confessato con un libro intero di essere stato uno dei registi di quel Sistema.

Anche Renzi alla Rizzoli ha confessato: “Tutto quello che Palamara scrive su di me è vero. Son colpevole di avere sottovalutato la presenza del deep State, il dark web delle istituzioni. Non è frequente che io faccia autocritica. Stavolta dico che ho profondamente sbagliato”. Confessione con depistaggio, però: il “dark web delle istituzioni” è lui stesso, il Renzi che con il suo braccio destro, Luca Lotti, tramava insieme a Palamara, per avere magistrati “amici” e addomesticare la giustizia.

L’ultima delle fake news sul tema è che lo scandalo della “loggia Ungheria” sia il bis equivalente dello scandalo Palamara: ma il mercato delle vacche di quest’ultimo è appurato e confessato dal suo stesso regista; la circolazione dei verbali sulla presunta loggia è oggetto di indagine, ma certo non è stata generata da voglia di potere o di soldi.

Eppure Renzi questa volta – sarà l’aria milanese della Galleria Vittorio Emanuele – tenta il doppio tuffo carpiato: “Negli stessi giorni in cui Piercamillo Davigo fa vedere i verbali al grillino Nicola Morra, io stavo presentando una mozione di sfiducia al ministro della giustizia Alfonso Bonafede, dopo che con la scusa del Covid erano stati liberati centinaia di mafiosi. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte mi disse: ‘Non farlo, Bonafede non si tocca’. Adesso scopro che grazie a Davigo i grillini sapevano che c’erano i verbali sulla loggia Ungheria, e che dentro c’era il nome di Conte. Il quale salva dalla mia mozione il ministro grillino della Giustizia”.

Un intreccio di fake news sparate a grappolo, una raffica di cluster bomb del falso. “Con la scusa del Covid erano stati liberati centinaia di mafiosi”: non certo da Bonafede, ma dai magistrati di sorveglianza. Con la scusa delle scarcerazioni, invece, Renzi aveva tentato per davvero di cacciare il ministro della Spazzacorrotti e della lotta alla corruzione fatta sul serio.

Ma il ragionamento del fondatore di Italia viva è più contorto. Ipotizza addirittura un ricatto. Davigo mostra i verbali della loggia Ungheria a Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia, che era andato da lui per fargli fare pace con il collega del Csm Sebastiano Ardita, ex magistrato antimafia. Davigo, per fargli capire il motivo della rottura, gli mostra la pagina dei verbali di Ungheria in cui c’è scritto che Ardita fa parte della loggia: poi si scoprirà che non è vero, ma in quel momento Davigo preferiva essere prudente e rigoroso. Ricorda a Morra che è tenuto al segreto. E comunque non gli dice null’altro di ciò che è contenuto nei verbali.

Ma Renzi ipotizza, in modo strampalato quanto la più arzigogolata teoria del complotto, che Morra sa di Ardita, dunque sa anche di Conte (il cui nome era contenuto nei verbali per alcune consulenze, regolarmente fatturate, di quando faceva l’avvocato), il quale salva Bonafede dalla sfiducia che tanto piaceva a Renzi, in quanto ricattato dal suo ministro per via dei verbali segreti. Aridateci i terrapiattisti.

Il Fatto quotidiano, 2 marzo 2022
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