AFFARI

Papa Francesco scaccia il cardinale dal tempio

Papa Francesco scaccia il cardinale dal tempio

È successo solo tre volte negli ultimi due secoli, che un cardinale della Chiesa cattolica fosse degradato e privato della porpora. È accaduto ieri sera a Giovanni Angelo Becciu, che dopo un’udienza con papa Francesco – definita “choc” – ha dovuto dimettersi da cardinale e da prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Il bollettino della sala stampa vaticana lo ha comunicato così: “Oggi, giovedì 24 settembre, il Santo Padre ha accettato la rinuncia dalla carica di prefetto della Congregazione delle cause dei santi e dai diritti connessi al cardinalato, presentata da Sua Eminenza il cardinale Giovanni Angelo Becciu”.

Lo hanno schiacciato gli affari opachi, gli investimenti azzardati e i rapporti compromettenti realizzati nel suo ruolo di sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato vaticana. Lo aveva nominato, nel maggio 2011, papa Benedetto XVI; nell’agosto 2013 lo aveva riconfermato papa Francesco.

Poi è arrivata l’inchiesta dei promotori di giustizia Giampiero Milano e Alessandro Diddi, che esercitano l’accusa penale in Vaticano, in maniera omologa a ciò che fanno le Procure italiane. Hanno scartabellato i conti e gli investimenti realizzati con soldi della Santa Sede e dell’Obolo di San Pietro. Hanno ricostruito le piste che portano a Londra, all’ormai famoso palazzo in Sloane Avenue dove sono finiti, a partire dal 2014, molti milioni di euro provenienti dal Vaticano.

A fare gli investimenti, immobiliari e finanziari, era un finanziere italiano con base a Londra, Raffaele Mincione, poi sostituito, nel novembre 2018, da un altro finanziere italiano, Gianluigi Torzi. I pm del papa hanno trovato perdite milionarie e hanno avanzato accuse, contestate a vario titolo, per reati come estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio.

Tra gli indagati, due responsabili dell’amministrazione vaticana, monsignor Alberto Perlasca e Fabrizio Tirabassi. Sospesi cinque funzionari, tra cui il direttore dell’Aif (l’autorità antiriciclaggio vaticana) Tommaso Di Ruzza e monsignor Mauro Carlino, il segretario di Becciu.

Indagati anche i due finanzieri coinvolti. Torzi è stato addirittura arrestato ed è rimasto chiuso per una decina di giorni nella cella vaticana con vista su San Pietro. Mincione ha subìto, il 15 luglio, il sequestro di cellulari, computer e tablet. Forse è dall’analisi di quel materiale informatico e delle comunicazioni tra Becciu e Mincione che discende la rabbia di papa Francesco e la sua decisione di “degradare” il cardinale, che era già stato sostituito, agli Affari generali della Segreteria di Stato, da monsignor Edgar Peña Parra.

Mincione e Torzi si rimpallano le responsabilità, ma i promotori di giustizia accusano entrambi di aver fatto sparire centinaia di milioni vaticani. Finiti nel palazzo di Londra, ma anche in titoli di società in cui Mincione aveva interessi diretti (Bpm, Carige, Fiber, Retelit…). Becciu non replica. Solo una battuta all’Adnkronos: “Preferisco il silenzio”. Non molto più loquace l’anti-Bergoglio monsignor Carlo Viganò: “Mi dispiace. Pregherò per lui”.

Il Fatto quotidiano, 25 settembre 2020
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