AFFARI

Paolo Scaroni, professione manager

Paolo Scaroni, professione manager L'amministratore delegato di ENI, Paolo Scaroni, durante l'incontro Iraq Energy Outlook nel palazzo Eni a Roma, 31 ottobre 2012. ANSA/ CLAUDIO PERI

«Io ho pedalato in discesa tutta la vita». È un caso emblematico, che si offre come paradigma non del ciclismo, ma dei rapporti tra affari e politica in Italia. La sua è una vicenda esemplare, una microstoria da studiare, allineando materiali e informazioni per illuminare il caso e capire il fenomeno. Cominciamo da una intervista apparsa il 3 ottobre 2002 sulle colonne dell’autorevole Financial Times.

«In termini personali, io ho pedalato in discesa tutta la vita. All’improvviso, mi sono trovato davanti questo enorme problema, che mi ha reso più fiducioso in me stesso e mi ha fatto capire che sarei in grado di pedalare anche in salita». Chi parla è Paolo Scaroni, uomo ottimista e manager di successo. L’«enorme problema» a cui accenna è un arresto, subìto da Scaroni nel 1992, nel pieno di Mani pulite, e seguito da una pena, patteggiata, di 1 anno e 4 mesi. Per tangenti: pagate per ottenere appalti e ammesse davanti ai magistrati.

Ma dieci anni dopo, Scaroni, sul quotidiano londinese, si autoassolve: «In un paese in cui gli affari e il governo erano così strettamente intrecciati, dove le istituzioni erano controllate dai politici, era possibile comportarsi in modo diverso? La risposta semplice è: no, non era possibile».

Chiusi così i conti con Mani pulite, il manager riprende felicemente a pedalare in discesa. Conquista i vertici di Enel, poi di Eni e oggi è presidente del Milan, vicepresidente di Rothschild Italia, consigliere di amministrazione di Assicurazioni Generali.

Tangentopoli, due volte protagonista

Paolo Mario Scaroni nasce a Vicenza il 28 novembre 1946. Studia alla Bocconi e si specializza a New York, alla Columbia University. Lavora alla McKinsey, alla Chevron, alla Saint Gobain, infine alla Techint, il gruppo della famiglia Rocca, con grandi interessi in Messico e Argentina. Proprio come amministratore delegato della Techint inciampa nell’inchiesta Mani pulite: il 14 luglio 1992 viene arrestato con l’accusa di aver pagato tangenti ai partiti per ottenere appalti dall’Enel.

Dopo qualche tempo confessa: «Dal 1985 a oggi ho versato al Partito socialista circa 2 miliardi e mezzo, sempre su richiesta dell’onorevole Balzamo, consegnandogli denaro a volte in contanti e a volte su conti esteri». Racconta a verbale di essere stato convocato a metà degli anni Ottanta da Vincenzo Balzamo, segretario amministrativo del Psi e braccio destro finanziario di Bettino Craxi, il quale gli avrebbe spiegato che gli appalti alla Techint sarebbero stati condizionati da contributi versati al partito socialista. Gli uomini del Psi messi nei posti chiave, spiega Scaroni ai magistrati, «erano in grado di stoppare qualsiasi iniziativa del gruppo Techint, qualora non ci fossimo adeguati al sistema».

Il manager si adegua. Agli inizi degli anni Novanta, però, il sistema sembra incepparsi: «Craxi aveva espresso uno sgradimento nei miei confronti», gli viene spiegato nel 1991 da un collaboratore di Balzamo, Vittorio Valenza. Scaroni chiede allora udienza al rappresentante di Craxi nel settore energia, Bartolomeo De Toma: «Mi fece capire che la ragione per cui Craxi ce l’aveva con noi era perché voleva più soldi dall’impresa». Il leader socialista voleva alzare il prezzo. «Transattivamente, convenimmo su un versamento della somma di lire 800 milioni».

Tornerà poi in cella, per un giorno, nell’aprile 1993. Ammette le tangenti, ma non un ruolo da regista nelle mazzette Techint a Enel. Al processo, che si celebra nel 1996, Scaroni chiede di patteggiare la pena: 1 anno e 4 mesi, sotto la soglia che obbliga a entrare in carcere. Con ciò, chiude i suoi problemi penali.

Segue un periodo di eclissi, durante il quale però Scaroni realizza il suo capolavoro: la compravendita della Siv. Nei primi anni Novanta, lo Stato è costretto dagli accordi di Maastricht a mettere a posto i conti, appesantiti dal sistema di Tangentopoli. Avvia la gigantesca operazione delle privatizzazioni. Ancor prima, però, deve mettere in liquidazione, sotto la regia di Giuliano Amato e Alberto Predieri, l’Efim, carrozzone di Stato che fa acqua da tutte le parti, ma che contiene anche qualche boccone prelibato: come la Siv, un’azienda che produce vetri per auto.

Scaroni, che ha iniziato giovanissimo la sua carriera come manager proprio di un’impresa del vetro, la Saint Gobain, fiuta l’affare e, per conto della Techint in alleanza con la britannica Pilkington, compra la Siv per soli 210 miliardi di lire: circa la metà del valore assegnatole da una perizia di Mediobanca, protesta invano qualche ex manager del gruppo. Dopo qualche tempo, la Pilkington rileva l’intera Siv e Scaroni si trasferisce a Londra, premiato con il ruolo di chief executive officer dell’azienda britannica.

Di Tangentopoli Scaroni è stato dunque due volte protagonista: la prima, come manager che ha comprato appalti pubblici in cambio di mazzette ai partiti, contribuendo così a formare la voragine del debito pubblico che ha portato nel 1992 l’Italia sull’orlo della bancarotta; la seconda, come beneficiario delle privatizzazioni rese necessarie per salvare il paese dai guasti di Tangentopoli di cui era stato uno dei protagonisti.

L’esilio a Londra e il gran rientro a Roma

Gli anni londinesi, più che un esilio, sono un periodo di intensi rapporti stretti con gli italiani che contano. In vista, evidentemente, del grande rientro. Scaroni ha sempre avuto ottime relazioni: è cugino di Margherita Boniver, ex ministro socialista; è amico di Massimo Pini, già uomo di Bettino Craxi all’Iri e poi consigliere economico di An; e ha sempre avuto buoni rapporti con Gianni De Michelis, ex doge socialista. Non si può dunque dire che fosse taglieggiato da un Psi estraneo e nemico.

Ma le sue amicizie sono sempre state trasversali: Luigi Bisignani, democristiano, tessera P2, ex giornalista, condannato a 2 anni e 8 mesi per le tangenti Enimont, è il lobbista che ha lavorato per lui, contribuendo a costruire il suo ritorno in Italia: prima, nel 2001, come presidente degli industriali di Venezia; poi, l’anno successivo, come amministratore delegato dell’Enel.

Un grande rientro, una bella rivincita: il 13 maggio 2002 viene nominato dal governo Berlusconi amministratore delegato dell’Enel: proprio l’azienda pubblica da cui dieci anni prima aveva «comprato» appalti, a suon di tangenti. Anche il Financial Times coglie il paradosso: «Something that in retrospect is somewhat ironic», si permette di commentare nell’intervista del 2002.

Per Scaroni i rapporti e le pubbliche relazioni sono essenziali, tanto che ha incaricato un’agenzia specializzata di Londra, la Fensbury, di ricostruirgli l’immagine dopo l’incidente di Mani pulite. Con ottimi risultati, a giudicare dall’articolo del Financial Times in cui si autoassolve e rientra sulla scena italiana.

La carta stampata, del resto, è sempre stata una sua passione, tanto che a metà degli anni Ottanta, insieme a un giornalista del settimanale Panorama, Angelo Maria Perrino, scrisse un libro, Professione manager, edito da Mondadori. In copertina il suo nome non compariva: «Anonimo», era scritto prima del titolo, mentre il nome di Perrino era preceduto da un «a cura di». Il gioco però era fatto per essere scoperto: l’«Anonimo» autore di Professione manager era proprio lui, Paolo Scaroni, fisico alla Gene Hackman e voglia di cavalcare l’onda anni Ottanta dei manuali all’americana dove si indica la strada più breve per il successo.

Nella sua città ha mantenuto salde radici, tanto da diventare, per un periodo, presidente del Vicenza Calcio. Ma le sue capitali d’adozione sono Londra e, naturalmente, Roma. La trasversalità dell’uomo ha avuto per anni uno sbocco politico naturale in Forza Italia: Scaroni ha buoni rapporti con Giancarlo Galan, ex venditore di pubblicità per Publitalia e poi presidente della Regione Veneto, prima di finire arrestato per corruzione. E soprattutto con Bruno Ermolli, personaggio chiave del mondo berlusconiano all’incrocio tra affari e politica, tutore di Marina Berlusconi, l’uomo-ombra che ha gestito la ristrutturazione della Fininvest dopo l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi. Ma infine è con l’allora presidente del Consiglio che Scaroni instaura rapporti diretti. Così, uomo dal buon curriculum e dalle ottime relazioni, ha potuto arrivare ai vertici di una azienda strategica per l’Italia come Enel.

Il manager ha però qualche sponda anche a sinistra, se è vero che ai tempi dei governi dell’Ulivo era circolato il suo nome come possibile risanatore dell’Alitalia; e che la sua nomina all’Enel ha provocato, accanto alle reazioni critiche dell’ex ministro Pierluigi Bersani, Ds, anche i commenti soddisfatti di un altro ex ministro della Quercia, Vincenzo Visco. Un bel risultato, per l’autore di un manuale che consigliava, appunto, agli aspiranti manager di non schierarsi troppo, di non bruciarsi brandendo una sola bandiera politica.

La leggenda del povero manager

Così al corruttore dell’Enel diventato manager dell’Enel («ironica sorte», come scrive il Financial Times) è toccato di gestire la stagione di una grande azienda di Stato privatizzata ma rimasta controllata dallo Stato, risanata ma a metà (all’arrivo di Scaroni ha 24 miliardi di euro di debito e 20 mila dipendenti considerati in eccesso).

In tutto ciò, i cattivi spiriti di Tangentopoli sono ormai solo un lontano ricordo. In quell’Italia non si poteva lavorare senza pagare mazzette, scolpisce Scaroni per sempre sulle colonne austere del Financial Times. Lo ha dichiarato perché sa che, presumibilmente, nessuno s’alzerà a smentirlo, nessun manager gli risponderà: parla per te. Pagava lui, grande manager della grande Techint, come pagavano alla Fiat e alla Ferruzzi, alla Fininvest e all’Olivetti. Resta da spiegare perché grandi gruppi come Fiat, Ferruzzi, Techint, con attività multinazionali e immenso potere di pressione sulla politica, si comportassero come le piccole imprese di pulizia che barattavano un appaltino con una bustarella.

Per smontare la leggenda dei cattivi politici che vessavano loro malgrado i poveri imprenditori, Maurizio Prada, ex cassiere della Dc milanese, ha riempito pagine memorabili di verbali giudiziari, che oggi si leggono come un romanzo balzacchiano. E un suo collega cassiere “riservato”, Roberto Mongini, ha spiegato al magistrato Piercamillo Davigo: «Ma quale concussione, dottore, i concussi siamo noi: gli imprenditori ci corrono dietro per poterci pagare le tangenti prima che arrivino i loro concorrenti». Antonio Di Pietro, che ha subito capito il sistema in cui s’incistavano politici e imprenditori, per descriverlo ha coniato un’espressione delle sue: «dazione ambientale».

Agli imprenditori, ai manager – almeno a quelli dei grandi gruppi – sarebbe bastato alzare la voce, svelare in pubblico il sistema. Invece, evidentemente, i patti con la politica e gli accordi di cartello sono più comodi della concorrenza e del libero mercato. E più facile, così, rimpinguare i conti all’estero. Eppure non era quello che c’era scritto su Professione manager.

Petrolio e mazzette

Dopo Enel, Scaroni diventa nel 2005 amministratore delegato della più strategica delle aziende italiane: Eni. Si vanta di aver ottenuto buoni risultati sul mercato petrolifero e dell’energia. Costruisce un formidabile sistema di relazioni e di potere sul più internazionale dei business. La Procura di Milano lo accusa però di essere tornato al metodo che aveva ammesso di usare nell’intervista al Financial Times: le mazzette, questa volta su scala internazionale.

Nel 2013 viene iscritto nel registro degli indagati per corruzione internazionale: l’accusa è di aver pagato una tangente di 198 milioni di euro pagata a esponenti del governo algerino per far avere alla Saipem, controllata da Eni, appalti da 11 miliardi di dollari. Dopo una lunga vicenda processuale, viene assolto.

Ma, dopo l’Algeria, entra in scena la Nigeria: la Procura milanese lo accusa (insieme al suo successore Claudio Descalzi e ad altri manager e mediatori) di essere stato il regista di una tangente gigantesca, da 1 miliardo e 92 milioni di dollari, versati nel 2011 da Eni (insieme a Shell) per ottenere la licenza d’esplorazione dell’immenso campo petrolifero Olp 245 al largo delle coste nigeriane. La cifra è quella versata dalla compagnia petrolifera guidata da Scaroni su un conto a Londra del governo della Nigeria, ma subito girata a politici del paese africano e a mediatori italiani e internazionali. Tra questi, un vecchio amico di Scaroni, Luigi Bisignani, che condivide con lui il ruolo di imputato di corruzione internazionale nel processo milanese che a fine 2020 dovrebbe arrivare a sentenza.

Chissà cosa direbbe oggi, se qualcuno gli chiedesse delle sue accuse di corruzione, invece che dargli spazio – come ha fatto Il Sole 24 ore il 24 settembre 2020 – per darci lezioni su come spendere i fondi europei (piuttosto banali: «Spendiamoli bene»). Probabilmente ripeterebbe, riferendosi alla Nigeria, quello che aveva detto al Financial Times riferendosi all’Italia: «In un paese in cui gli affari e il governo erano così strettamente intrecciati, dove le istituzioni erano controllate dai politici, era possibile comportarsi in modo diverso? La risposta semplice è: no, non era possibile».

Ma nessuno gli chiede più conto delle mazzette. Gli offre semmai una tribuna per farci la morale. È il tempo della smemoratezza del passato e del ritorno dell’ipocrisia. Delle tangenti, in Italia o in Nigeria, oggi non si parla, neppure per dire – come Scaroni – che sono «necessarie» e «inevitabili».

Gianni Barbacetto, giannibarbacetto.it, 24 settembre 2020
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