SEGRETI

Piazza Fontana, alla ricerca della “lettera rubata”

Piazza Fontana, alla ricerca della “lettera rubata”

La lettera segreta e compromettente viene rubata dall’astuto ministro D. sotto gli occhi del destinatario, che però non può opporsi, perché è presente un terzo interlocutore, un personaggio altolocato a cui quella lettera doveva assolutamente restare celata. Il ministro senza scrupoli poi la nasconde e a nulla valgono le perquisizioni minuziose del prefetto G. che non riesce a trovarla. Scomparsa? Era sul caminetto dello studio del ministro, così in vista che nessuno era riuscito a vederla. È questa la storia che Edgar Allan Poe sviluppa nel racconto “La lettera rubata”, su cui si sono esercitati Charles Baudelaire e Sigmund Freud, Jacques Lacan e Jacques Derrida.

A 50 anni dalla strage di piazza Fontana, dopo cinque decenni di proteste contro la verità negata e il segreto di Stato, viene da pensare che la “verità” sulla guerra segreta che è stata combattuta in Italia in quegli anni sia scritta su una lettera rubata che, come quella di Poe, è sotto gli occhi di tutti ma nessuno riesce a vedere.

Intendiamoci: ci sono atti ancora segreti o nascosti, in Italia e negli Stati Uniti e in altri Paesi del mondo, che dovrebbero essere desecretati per permettere di conoscere nuovi elementi della storia sotterranea del nostro Paese. Ma l’assassino non lascia scritta la sua confessione. In nessun documento segreto – credo – troveremo l’elenco completo, firmato e bollato, dei “neri” che entrarono in azione il 12 dicembre 1969, dei funzionari dello Stato che li coprirono, dei politici che avallarono quelle azioni e quelle scelte.

Non sappiamo chi depositò la borsa nella Banca nazionale dell’agricoltura. Non sappiamo che cosa successe all’anarchico Giuseppe Pinelli nella stanza della questura di Milano. Non sappiamo che cosa i politici sapevano e avallarono della strategia delle stragi.

Ma molto sappiamo già. Sappiamo i nomi. Abbiamo indizi e anche prove che ci dicono chi mise le bombe e chi depistò. A entrare in azione in piazza Fontana sono stati certamente gli uomini di Ordine nuovo. Franco Freda e Giovanni Ventura sono responsabili – dice la sentenza della Cassazione del 2005 – ma non più processabili perché definitivamente assolti nel 1989.

Certamente l’Ufficio affari riservati di Federico Umberto D’Amato e Silvano Russomanno aveva infiltrati e informatori nei gruppi stragisti. Sicuramente il Sid, il servizio di sicurezza militare, ha esfiltrato testimoni, sottratto prove, coperto i responsabili. C’è un libretto prezioso che ce lo racconta: L’Italia delle stragi, edito da Donzelli e scritto dai magistrati Pietro Calogero, Leonardo Grassi, Claudio Nunziata, Giovanni Tamburino, Giuliano Turone, Vito Zincani, Gianpaolo Zorzi.

Molto di più potremmo sapere se leggessimo la lettera rubata che non vediamo e che pure è sotto i nostri occhi. Ce lo spiega una donna che se ne intende, Piera Amendola, dal 1976 documentarista per la Camera dei deputati, dal 1982 anima della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica P2, oggi colonna, insieme a Ilaria Moroni, dell’Archivio Flamigni e della rete degli Archivi per non dimenticare.

Ci sono – spiega – migliaia e migliaia di documenti, ormai pubblici. Ma sparpagliati e irraggiungibili. Il vero miracolo è metterli in rete, renderli fruibili, consultabili, confrontabili. La lettera rubata svelerebbe allora i suoi contenuti. Ci sono poi documenti che invece devono ancora essere resi pubblici.

Come il fondo segreto della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del giugno-luglio 1964 (il Piano Solo del generale Giovanni De Lorenzo) che Giulio Andreotti mantenne nell’ombra dopo aver declassificato nel dicembre 1990 solo una parte dei documenti sul piano golpista che era pronto a scattare nell’estate del 1964. Il grande accusatore di De Lorenzo fu il generale Giorgio Manes, vicecomandante dell’Arma, che, incaricato di scoprire chi aveva passato all’Espresso informazioni sul Piano Solo, stese un rapporto molto duro su quella pianificazione. Il giorno in cui avrebbe dovuto deporre dinanzi alla commissione d’inchiesta, il 25 giugno 1969, morì su un divanetto della Camera, colpito da infarto dopo aver bevuto una tazzina di caffè.

C’è un fondo segreto anche sul caso Sindona, presso l’Archivio storico della Camera. Tutto segreto il materiale della Commissione parlamentare inquirente, che è stata attiva dal 1972 al 1989, quando è stata sostituita dal Tribunale dei ministri: contiene la storia della corruzione politica della Prima Repubblica. Segreti anche il materiale e l’imponente archivio del Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti.

Poi c’è un limbo degli archivi: materiali e documenti formalmente disponibili, ma di cui non esistono indici o non si sa come e cosa chiedere in consultazione. È la lettera rubata, bene in vista sul caminetto del potere ma sigillata e di fatto invisibile. In questo limbo c’è gran parte dei documenti della Commissione parlamentare antimafia, su cui non si può fare ricerca, di fatto possono essere richiesti solo i documenti di cui già si conosce l’esistenza.

Idem per la Commissione su Ilaria Alpi. Non si conosce neppure l’entità dell’archivio della prima Commissione parlamentare sulle stragi (1986-1987) che contiene, per esempio, i documenti sul rientro in Italia dalla latitanza del neofascista Stefano Delle Chiaie. Di difficile consultazione quella della seguente Commissione stragi (1988-2001), di cui non si conosce l’attività di declassificazione degli atti segreti.

Se questa è la (sconsolante) situazione degli archivi del Parlamento, ancora peggio è il resto. La declassificazione promessa da Matteo Renzi nel 2014 sulle stragi di piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), Questura di Milano (1973), Brescia (1974), Italicus (1974), Ustica (1980), stazione di Bologna (1980) e Rapido 904 (1984) “rischia di essere l’ultimo dei depistaggi”, ha denunciato al Fatto il magistrato Leonardo Grassi: “A decidere che cosa declassificare sono i rappresentanti degli stessi organismi che hanno classificato. Insomma, chiediamo la verità a chi fino a oggi l’ha nascosta”.

Continua Grassi: “Non sono stati desecretati i fascicoli sulle strutture di guerra non ortodossa, che sono il cuore segreto della strategia stragista: da Gladio ai Nuclei per la difesa dello Stato, dalla Rosa dei venti all’Anello, dal Mar di Carlo Fumagalli a Pace e libertà di Luigi Cavallo. Tutte strutture degli apparati dello Stato o con forti connessioni con apparati dello Stato”. E niente sui due principali gruppi dell’eversione italiana di quegli anni, Ordine nuovo di Pino Rauti e Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie, “entrambi con consolidati rapporti con servizi e apparati”. La verità la sappiamo, ma la lettera rubata nasconde ancora molti segreti.

 

 

Leggi anche:
– L’ultima sentenza sulle stragi nere: ora sappiamo
– Basta con la retorica dei misteri di Stato

Il Fatto quotidiano, 9 dicembre 2019
To Top