GIUSTIZIA

Il nuovo Salvini: bavaglio alla stampa (intercettazioni) e aiutino a Lotti (caso Csm)

Il nuovo Salvini: bavaglio alla stampa (intercettazioni) e aiutino a Lotti (caso Csm)

La “nuova” politica come la vecchia: dito puntato non contro chi compie reati, ma contro chi li racconta. È l’eterna guerra italiana al termometro, colpevole di segnalare la febbre. Ed è il “nuovo” Matteo Salvini, questa volta, a prendersela con le intercettazioni, come ha fatto mille volte prima di lui il vecchio Silvio Berlusconi. Ma, secondo il suo stile, ci aggiunge il carico e invoca addirittura “la galera”: se ci sono “aspetti che riguardano la vita privata che escono dalla Procura e finiscono in edicola, dovrebbe finire in galera sia chi le fa uscire dalla Procura sia chi le pubblica sui giornali”. E ancora: “Non è civile che i giornali siano pieni di pezzi di intercettazioni senza alcuna rilevanza penale. È una cosa da quarto mondo”.

La “vita privata”, la “non rilevanza penale”: sono l’eterno cavallo di Troia contro i Trojan, il solito pretesto per attaccare le intercettazioni. Il “nuovo” Salvini non riesce a prendersela con le intercettazioni in generale (“Se ci sono cose che riguardano processi e reati è giusto che li si legga”), ma intanto evoca addirittura lo spettro della galera per i giornalisti.

Lo ha fatto ieri, chiedendo “una seria e definitiva riforma della magistratura” – che in questo contesto suona piuttosto come una minaccia – a Milano, a margine del “Festival del lavoro”. Ma naturalmente è il caso Csm che fa da sfondo alle parole del segretario della Lega e vicepresidente del Consiglio. Più che la “vita privata”, le intercettazioni captate dai Trojan hanno rivelato le possibili corruzioni di qualche magistrato e il mercato delle vacche al Consiglio superiore della magistratura, dove s’intrecciano rapporti incestuosi tra toghe e politici (anche indagati, come l’ex sottosegretario Luca Lotti) e si stringono accordi sotterranei per decidere i posti direttivi dei principali uffici giudiziari.

Le dichiarazioni di Salvini aprono un problema dentro il governo: l’utilizzo dei Trojan (cioè i programmi che trasformano in “cimici” i telefonini degli indagati e permettono di registrare le loro conversazioni e di copiare messaggi, chat ed email) è stato introdotto dalla legge “Spazzacorrotti” fortemente voluta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, Cinquestelle, che continua a difenderla: “Le intercettazioni rimangono uno strumento fondamentale per le indagini e hanno reso possibile la conoscenza di scandali. Io non posso portare indietro le lancette della storia”. E ancora: “Possiamo migliorare gli strumenti, ma non arretriamo di un millimetro sulle intercettazioni e sulla possibilità di utilizzare i Trojan”. Anche perché “in passato il tema della privacy è stato usato dalla politica per tutelare se stessa”.

In passato. E nel presente? Pure, si direbbe a guardare alcune inchieste giudiziarie in corso. Che riguardano anche la Lega di Salvini. Nel fascicolo dell’indagine sull’ex sottosegretario leghista Armando Siri, per esempio, è trascritta una lunga intercettazione ambientale del settembre 2018 in cui parlano l’ex deputato Paolo Arata e il figlio imprenditore Francesco, che fanno riferimento a 30 mila euro per Siri, in relazione a un provvedimento del governo per incentivare l’eolico (poi non presentato). “La conversazione intercettata”, scrivono i magistrati, “non consente di stabilire se i 30 mila euro siano stati effettivamente pagati o, al contrario, soltanto promessi. Ma questo, sotto il profilo della contestazione del reato, non cambia le cose”.

Scomode, le intercettazioni, quando svelano fatti sgraditi ai politici. Vecchi e “nuovi”. Ieri e anche oggi. O soprattutto oggi, mentre sono in corso le trattative dentro il governo tra Lega e Cinquestelle per la riforma del processo e del Csm. I due partner sono d’accordo, almeno a parole, sulla separazione tra magistratura e politica. “Un togato che entra in politica deve abbandonare la magistratura”, ha dichiarato Bonafede nei giorni scorsi. Ieri Salvini gli ha fatto eco: “Se fai il magistrato e poi fai politica, allora ti dimetti definitivamente dalla magistratura, non fai più il magistrato”. Ma poi ha aggiunto un assist a Luca Lotti, Pd, coinvolto insieme al magistrato Luca Palamara nella vicenda Csm: “Lotti è politicamente lontanissimo da me, ma con una magistratura divisa per correnti che decide nomine e posti, fino a ieri come decidevano?”. Così fan tutti, sembra dire Salvini, così si è sempre fatto.

Sulle intercettazioni e la loro pubblicazione, poi, Bonafede indica come bussola la Cassazione, secondo cui “le intercettazioni possono essere pubblicate nel diritto di cronaca e di informazione, in caso di notizie con preminente interesse pubblico”. Invece ieri Salvini indica senza giri di parole “la galera” per chi sgarra e pubblica cose “che non devono essere pubblicate”. Una sponda inaspettata per un altro dei protagonisti del caso Csm, il politico (ed ex magistrato) Cosimo Ferri, Pd, che va oltre: le sue intercettazioni sono illegittime perché, per intercettare un parlamentare, “ai sensi dell’articolo 68 della Costituzione ci vuole la necessaria preventiva autorizzazione”.

Il Fatto quotidiano, 22 giugno 2019
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