AFFARI

Milan. La Procura indaga sulle manovre di Mr Li, il cinese che fa girare i soldi all’estero

Milan. La Procura indaga sulle manovre di Mr Li, il cinese che fa girare i soldi all’estero

La strana storia del cinese che per avere il Milan paga oltre 600 milioni e poi lo perde perché non riesce a trovarne altri 32 (“solo” 32). Così i soldi girano, estero su estero, e il Milan diventa “americano”, ma con presidente e amministratore delegato il più berlusconiano dei manager italiani, Paolo Scaroni.

La notizia buona (per il Milan) è che la squadra torna in Europa: il tribunale sportivo di Losanna l’ha riammessa nell’Europa League. La notizia cattiva è che degli ultimi anni di storia della società ora si occupa non la giustizia sportiva, ma quella penale. Il cinese strano strano è indagato dalla Procura di Milano, che vuole capire che cosa ha combinato con il Milan rilevato da Silvio Berlusconi.

Il cinese è Yonghong Li, uomo d’affari assai misterioso, che dopo l’uscita di scena del primo aspirante compratore, il thailandese Mr Bee, ha acquisito la squadra di calcio dalla Fininvest ma senza avere i soldi per pagarla. Così è finita al fondo americano Elliott, che ci ha messo 320 milioni di euro, un prestito che Li non ha finito di restituire.

Adesso i magistrati milanesi vogliono vederci chiaro. Hanno iscritto l’imprenditore-ologramma nel registro degli indagati, per falso in bilancio e false comunicazioni sociali. La Guardia di finanza ha già cominciato ad acquisire documenti – bilanci, comunicazioni societarie, contratti – andandoli a cercare anche dagli intermediari finanziari dell’operazione, Lazard, Rothschild, Deloitte, Ernst&Young. Tre documenti sono cruciali: una sentenza di fallimento, una nota integrativa del bilancio 2016 del Milan e un comunicato societario del 2018.

La sentenza di fallimento è quella di Jie Ande, la società cassaforte dell’uomo d’affari cinese, di cui una banca di Canton ha chiesto la liquidazione per bancarotta, senza che Li lo segnalasse. La nota integrativa al bilancio del Milan e il comunicato del 2018 sono i due documenti che configurano – almeno secondo i magistrati d’accusa – il reato di false comunicazioni sociali.

Il venditore, cioè Berlusconi, non è indagato. L’ipotesi che si sia servito dell’ologramma cinese per manovrare milioni all’estero resta soltanto un’illazione più volte ipotizzata ma priva di riscontri. Che Li abbia però condotto l’affare in modo opaco è ormai una convinzione del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Paolo Storari, i quali stanno esaminando i comunicati in cui l’imprenditore – finito in bancarotta – ha più volte invece affermato di poter far fronte ai pesanti impegni finanziari che aveva contratto, comprando il Milan alla cifra stratosferica di 740 milioni di euro.

Che a Milano fosse aperta un’inchiesta sul Milan con gli occhi a mandorla era stato scritto dal quotidiano La Stampa il 13 gennaio 2018. Il giorno dopo, la Procura aveva smentito. E Marina Berlusconi, presidente della Fininvest, era insorta: “Siamo indignati per questa notizia falsa”. Il quotidiano torinese si riferiva a un’inchiesta per riciclaggio che coinvolgeva necessariamente anche la società di Berlusconi. Più cautamente, ora la Procura conferma l’indagine, ma solo per false comunicazioni, che riguardano unicamente l’imprenditore cinese.

Di certo, la cessione del Milan da parte di Berlusconi è l’operazione finanziaria più fumosa e contorta degli ultimi anni. Prima Mr Bee. Poi negli ultimi mesi del 2017 erano arrivate sulla scrivania di Fabio De Pasquale le “sos”, ovvero le ”segnalazioni di operazioni sospette” sulle stravaganti e fantasmagoriche transazioni internazionali con cui il Milan è uscito dalle proprietà di Silvio Berlusconi per entrare nel portafoglio di un uomo d’affari sconosciuto anche in Cina. Le “sos” sono i rapporti che banche, intermediari finanziari, operatori e professionisti sono obbligati a consegnare alla Uif, l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, quando vedono passare sotto i loro occhi operazioni non chiare. La Uif poi le trasmette alla Guardia di finanza e alle Procure della Repubblica.

Tutto comincia nell’agosto 2016, quando Yonghong Li versa alla Fininvest 100 milioni di euro, una prima caparra della cifra di 740 milioni, prezzo dichiarato per l’acquisto di una squadra che pure appariva in affanno e che negli ultimi campionati non aveva proprio brillato. I 100 milioni arrivano dalla Sino Europe Sports, una società nata solo un paio di mesi prima, il 26 maggio 2016. A fine anno arriva una seconda rata, altri 100 milioni, poi la chiusura dell’affare slitta di mese in mese perché non arrivano altri soldi. L’affare sembra sfumare.

Ma ecco che nell’aprile 2017 entra in scena il fondo Elliott che presta oltre 320 milioni, finanziamento a 18 mesi, interessi dell’11,5 per cento: 120 milioni al Milan, 200 a una società del Lussemburgo. Si chiude finalmente la vendita, con un giro di società estere nelle migliori tradizioni berlusconiane: il Milan risulta controllato da una lussemburghese controllata da un’altra lussemburghese controllata da una società di Hong Kong controllata da una holding delle Isole Vergini Britanniche.

Due settimane fa, Li non era riuscito a onorare gli impegni contratti con il prestito ed Elliott si era preso il Milan, pagandolo di fatto 320 milioni (cifra assai più ragionevole dei 740 milioni promessi dal cinese). Quanto ai milioni pagati dalle strane società di Li, restano il malloppo misterioso di questa storia di soldi e di sport.

Il Fatto quotidiano, 21 luglio 2018
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