POLITICA

La riforma della sanità in Lombardia: un passo verso il caos

La riforma della sanità in Lombardia: un passo verso il caos

Stanno arrivando le lettere che la Regione Lombardia sta inviando ai cittadini per chiedere loro di aderire alla riforma della sanità che coinvolge chi ha qualche patologia cronica. Sono 431 mila persone a Milano, oltre 3 milioni in tutta la regione. “Gentile cittadina, gentile cittadino”, attacca la lettera, “Regione Lombardia ha fortemente voluto dare avvio a un modello innovativo di presa in carico destinato alle persone che si trovano nella condizione di ricorrere con maggior frequenza alle prestazioni sanitarie”. Invece che rivolgersi al medico di famiglia, il malato cronico da qui in avanti avrà un “gestore”, un clinical manager che stilerà un Piano di assistenza individuale (Pai) e fisserà visite, esami e interventi. Promesse: “Da oggi” ci saranno “programmi di assistenza personalizzati”, “un approccio alle cure integrato”, “un supporto per la prenotazione di visite ed esami”, “meno file e attese”. Realtà: rivolta dei pazienti, dei medici di famiglia, degli ospedali. Tutti contrari.

È il fallimento completo della grande ideona dell’assessore regionale alla Sanità Giulio Gallera e dell’ex presidente Roberto Maroni. I pazienti hanno sonoramente bocciato la riforma, tanto che a Milano ha finora aderito soltanto l’1 per cento dei malati cronici. I medici di famiglia sono inferociti perché si vedono scavalcati dalla nuova figura del clinical manager o sono obbligati a diventare essi stessi “gestori”. Il clinical manager, infatti, sarà un medico o un ospedale o una società privata “che faranno firmare un contratto al paziente e poi lo gestiranno con criteri privatistici”, spiega Albarosa Raimondi, medico ed ex amministratore sanitario pubblico: “Avranno, per esempio, un budget prefissato, oltre il quale non potranno andare”.

L’Unione medici italiani ha fatto ricorso al Tar. Gli ospedali sono nel caos e i primari in rivolta: perché dovranno diventare “gestori” e dovranno occuparsi di piani annuali, programmi personalizzati, appuntamenti, controlli ed esami che finora erano tranquillamente gestiti dai medici di base.

I cronici, per lo più anziani, se accettano la demenziale riforma Gallera invece di andare dal loro medico che li conosce bene finiranno per dover correre in ospedale o al pronto soccorso, da uno specialista che dovrà diventare tuttologo ma anche manager. Protesta l’Anpo, l’associazione dei primari ospedalieri. Si ribellano i camici bianchi degli ospedali, che oltre al loro lavoro dovranno stilare i programmi di salute dei pazienti cronici.

La riforma è presentata come una panacea per i malati. In realtà è il caos. Il programma di cure personalizzato, passando dal medico di famiglia al clinical manager, diventa in verità spersonalizzato e standardizzato, visto che “gestore” potrà essere un medico, ma anche un ente o una società privata, che potranno seguire fino a 200 pazienti. E poi il povero vecchietto, a cui si promettono procedure di cura più semplici, avrà invece un raddoppio dei riferimenti: dovrà andare dal “gestore” per la sua patologia cronica, dal medico di base per tutto il resto. E come farà a decidere dov’è il confine tra la sua patologia cronica e un malanno che non sa ancora decifrare?

La spesa per i cronici è il 70 per cento dell’intero budget sanitario lombardo (18 miliardi). “Questa riforma è un ulteriore passo in avanti verso la privatizzazione dell’intera sanità regionale”, sostiene Vittorio Agnoletto, medico e docente all’Università di Milano, “con il gestore-manager che avrà un budget da spendere e che potrà tenersi una quota dell’avanzo se riuscirà a spendere meno”. Ma per ora, più che un passo avanti verso la privatizzazione, la riforma Gallera si dimostra un passo avanti verso il caos.

Il Fatto quotidiano, 27 aprile 2018
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