SEGRETI

Gladio, il mistero dei misteri italiani

Gladio, il mistero dei misteri italiani

AUDIO/La pianificazione Gladio raccontata da Gianni Barbacetto per Wikiradio, Rai Radio3 e andata in onda il 24 ottobre 2017. Clicca sull’icona di Radio3 per sentire l’audio in podcast.

Era il 24 ottobre 1990 quando il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, parlando alla Camera dei deputati, ammise l’esistenza in Italia di una struttura militare segreta denominata Gladio. Suo compito ufficiale: intervenire in caso di aggressione straniera, organizzando la resistenza armata. Doveva intervenire “dietro le linee”, Stay Behind. E Stay Behind (che in inglese significa “stare dietro”) era il nome della pianificazione militare che in Italia era chiamata Gladio ma era stata organizzata in molti Paesi dell’Occidente, non solo della Nato: in Francia e in Spagna, nel Regno Unito e in Belgio, in Danimarca e in Svezia.

Dopo l’ammissione di Andreotti, divampa la polemica politica e sono poste alcune domande radicali: Gladio era legittima o illegale? Quali erano i suoi veri compiti? Quanti erano e chi erano i suoi uomini? Aveva avuto un ruolo anche nelle azioni eversive avvenute in Italia, dai tentativi di colpo di Stato, alle stragi degli anni Settanta? Queste domande sono in realtà restate senza una risposta certa. Ma intanto, per cominciare a capire, bisogna comprendere perché Andreotti in quell’ottobre 1990 rivela l’esistenza di Gladio.

In quei mesi era in corso a Venezia un’inchiesta del giudice Felice Casson, che stava indagando sulla strage di Peteano. A Peteano, in Friuli Venezia Giulia, tre carabinieri erano stati uccisi e due feriti da un’autobomba, il 31 maggio 1972. Ci furono molte inchieste, molte piste, molti depistaggi. Dopo molti anni, Casson imbocca la strada giusta e ricostruisce finalmente la dinamica dell’attentato, anche grazie alle ammissioni del responsabile, il neofascista Vincenzo Vinciguerra, che dice di voler rifiutare le protezioni di apparati dello Stato e ci tiene invece ad affermare la sua “purezza” di combattente nazional-rivoluzionario – così dice – contro lo Stato. Trovati gli esecutori della strage, il giudice Casson prova a fare luce sulle protezioni e i depistaggi che erano stati messi in campo da uomini e apparati dello Stato.

Va a interrogare Gian Adelio Maletti, uno dei capi del servizio segreto militare italiano negli anni Settanta. E registra le affermazioni di Vinciguerra, il quale sostiene che ci sono apparati dello Stato e pianificazioni concordate con gli alleati americani che aiutano e anzi guidano i gruppi neofascisti impegnati nelle azioni eversive della “strategia della tensione”. Casson indaga e interroga alcuni alti ufficiali del servizio segreto militare, che allora si chiamava Sismi: sente il direttore del servizio, l’ammiraglio Fulvio Martini, e i generali Paolo Inzerilli e Pasquale Notarnicola.

Il 6 dicembre 1989, in un interrogatorio, Notarnicola accenna ad arsenali segreti di armi ed esplosivi nascosti in Friuli. Martini invece risponde in modo sprezzante al magistrato. Casson comincia allora a tempestare il presidente del Consiglio Andreotti di domande per poter accedere agli archivi del Sismi. Andreotti per un po’ resiste, poi capisce che ormai è meglio giocare d’anticipo. Casson nel luglio 1990 entra nella sede romana del Sismi di Forte Boccea. E Andreotti decide di rivelare almeno una parte dei segreti a cui Casson si sta pericolosamente avvicinando: ormai il muro di Berlino è caduto, la guerra fredda è finita.

Così il 3 agosto 1990 Andreotti ammette davanti alla Commissione parlamentare sulle stragi l’esistenza di una struttura segreta dello Stato che però sarebbe stata sciolta nel 1972. Poi invia alla Commissione una relazione scritta dal titolo “Le reti clandestine a livello internazionale” in cui si ammette che gli Stati dell’Occidente nel dopoguerra avevano dato vita a «nuove forme non convenzionali di difesa, creando nei loro territori una “rete occulta di resistenza” destinata a operare in caso di occupazione nemica, attraverso la raccolta delle informazioni, il sabotaggio, la propaganda e la guerriglia».

La rete, continua il documento della presidenza del Consiglio, nasce nel 1951 ma diventa operativa il 26 novembre 1956, con la firma di un accordo tra due servizi segreti, quello degli Stati Uniti, la Cia, e quello militare italiano, il Sifar (che poi cambia nome e diventa Sid e poi ancora Sismi). La rete segreta è composta da quaranta nuclei: sei informativi, sei di propaganda, dieci di sabotaggio, sei di evasione e fuga, dodici di guerriglia; più cinque unità di pronto impiego per guerriglia in regioni a rischio. Le armi in dotazione a questa struttura sono di provenienza statunitense e sono occultate in depositi segreti chiamati “Nasco”.

Svela il documento della presidenza del Consiglio: «Nel corso del 1959 l’intelligence americana provvide a inviare (…) i materiali di carattere operativo destinati a costituire le scorte di prima dotazione dei nuclei e delle unità di pronto impiego, da occultare, fin dal tempo di pace, in appositi nascondigli interrati nelle varie zone d’operazione. Fra il materiale in questione erano compresi: armi portatili, munizioni, esplosivi, bombe a mano, pugnali, coltelli, mortai da 60 mm, cannoncini da 57 mm, fucili di precisione, radiotrasmittenti, binocoli e utensili vari».

Il centro logistico degli Usa per la pianificazione Stay Behind in Italia è Camp Darby, una base americana nei pressi di Livorno. Il documento non ne fa il nome, ma accenna anche all’esistenza di una base italiana d’addestramento della rete clandestina: è quella di capo Marrargiu, vicino ad Alghero, in Sardegna. Secondo il documento, la «forza di lotta clandestina» era da utilizzare solamente in caso di invasione dell’Italia da parte di eserciti stranieri, segnatamente quelli dei paesi comunisti dell’Europa orientale.

La Commissione stragi riceve il documento il 19 ottobre 1990. Il 23 ottobre, Andreotti ne chiede la restituzione temporanea. Quando, alcuni giorni dopo, la relazione ritorna al presidente della Commissione, Libero Gualtieri, è purgato dai riferimenti ai servizi americani e ha, a differenza della prima versione, tutti i verbi al passato. Ma ormai è fatta. Il 24 ottobre 1990 Andreotti risponde in Parlamento alle interpellanze e interrogazioni dei deputati e ammette che la struttura occulta non solo è esistita, ma «esiste tuttora». Ormai la rete clandestina ha per tutti un nome: è Gladio, figlia italiana della pianificazione Stay Behind, tanto segreta che la documentazione che la riguarda è marchiata con un «vagant cosmic», dizione che indica un grado di segretezza superiore al «top secret» e che non compare neppure nei manuali dei servizi segreti che spiegano le classificazioni di riservatezza.

La polemica infuria pesante, le domande si moltiplicano: si tratta di una pianificazione Nato? Quando è stata sciolta? Quanti erano gli uomini arruolati? Aveva davvero compiti di intervento soltanto in caso d’aggressione straniera? È costituzionalmente legittima?

Sì, rispondono i difensori di Gladio: è una struttura con cui l’Occidente legittimamente si difendeva dal comunismo. No, replica il giudice Casson: Stay Behind non è una creatura della Nato, non è dunque coperta dai trattati internazionali che riguardano il Patto Atlantico, ma nasce da accordi bilaterali tra due servizi segreti: in Italia tra la Cia e il Sifar, al di fuori del controllo del Parlamento e del governo e dunque al di fuori della Costituzione.

Il primo documento conosciuto che cita “reti Stay Behind” è una direttiva segreta del marzo 1954 del National Security Council sulle “covert actions”, le azioni coperte. Il National Security Council è il massimo organismo americano sulla sicurezza, è presieduto dal presidente degli Stati Uniti e ha il compito di coordinare le strategie per la sicurezza di marina, esercito, aviazione e servizi segreti. Ebbene, il documento Nsc del marzo 1954 dice che è necessario «sviluppare la resistenza clandestina e facilitare operazioni coperte (covert actions) e di guerriglia (…) come anche prevedere reti Stay Behind e strutture per la fuga e l’esfiltrazione».

Quando è stata sciolta Gladio? Non nel 1972, come racconta in un primo momento Andreotti, ma il 28 novembre 1990. A scioglierla è il suo ultimo comandante ed ex capo di stato maggiore del Sismi, il generale Paolo Inzerilli, su disposizione del ministero della Difesa e della presidenza del Consiglio.

Quando è nata Gladio? Qui dobbiamo farci aiutare dagli studi di uno storico, Giuseppe De Lutiis, che è l’autore della più completa storia dei servizi segreti in Italia e che è uno studioso scrupoloso che si è sempre attenuto ai fatti, senza mai cedere al gusto del complottismo, pur manovrando argomenti che per definizione sono misteriosi, scivolosi, in cui nulla è mai come appare. De Lutiis era una persona gentile, che purtroppo ci ha lasciato nel marzo 2017. Dopo aver ricevuto nel 1993 un incarico come perito giudiziario del giudice istruttore di Bologna, ha potuto analizzare tutti i documenti su Gladio sequestrati da Casson negli archivi del Sismi, 105 mila fogli.

Ebbene. De Lutiis racconta che pianificazioni segrete di tipo Stay Behind sono approntate dagli americani in Italia fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, perché, sconfitto il fascismo, da subito il nuovo nemico è il comunismo. Il punto più caldo è la frontiera est, in Friuli Venezia Giulia, perché lì passa il confine con il mondo comunista, con la Jugoslavia di Tito. In Friuli viene infatti subito costituita la Organizzazione O, che dai documenti studiati da De Lutiis risulta formata nel 1956 da 5.050 uomini. Poi, il 26 novembre di quell’anno, nasce ufficialmente Gladio, che ingloba anche la Organizzazione O.

A firmare l’accordo segreto stretto con la Cia, per l’Italia è il generale Giovanni De Lorenzo, direttore del Sifar dal 1955 al 1962 e poi comandante generale dell’Arma dei carabinieri. Dobbiamo ricordare che De Lorenzo è il protagonista del Piano Solo, il minacciato golpe del luglio 1964 per raffreddare le pretese dei socialisti arrivati al governo nel primo centrosinistra. Il Piano Solo prevedeva che, in caso di emergenza, fossero arrestate 732 persone – politici, sindacalisti, militanti soprattutto del Pci – dette “enucleandi”. Gli “enucleandi” sarebbero stati portati nella base militare di capo Marrargiu, in Sardegna: appunto, la base di Gladio.

Quanti erano gli uomini della struttura segreta? Andreotti dichiara che, per tutta l’organizzazione Gladio, gli arruolati fra il 1957 e il 1990 sono 622 e ne fornisce la lista. Difficile credere che siano solo 622. Nei documenti sequestrati al Sismi, De Lutiis trova che già nel 1956 l’organico della sola Organizzazione O era di oltre 5 mila uomini. Quell’anno nasce Gladio, la Organizzazione O cambia nome e diventa Stella Alpina, una delle cinque unità di pronto impiego Stay Behind. Stella Alpina opera sul fronte orientale in Friuli. Le altre unità di pronto impiego sono Stella Marina (a Trieste), Azalea (in Veneto), Rododendro (nel Trentino-Alto Adige), Ginestra (nel nord della Lombardia). Nel 1963 le sole Upi, le cinque unità di pronto impiego, sono composte, dicono i documenti consultati da De Lutiis, da «1.500 uomini duplicabili per mobilitazione». Dunque 3 mila. Poi ci sono tutti gli altri reparti di Gladio, i nuclei informativi, di propaganda, di sabotaggio, di guerriglia…

Il dubbio che resta aperto sul numero dei componenti di Gladio non è soltanto un particolare da studioso. No, ha a che fare con la natura di Gladio e con le due grandi domande che restano aperte sulla pianificazione Stay Behind:
– uno: Gladio serviva solo per fronteggiare un’invasione straniera, o aveva compiti anche “interni”?
– due: ha avuto a che fare con le azioni eversive avvenute nel nostro Paese, dove tra gli anni Sessanta e gli Ottanta sono scoppiate bombe, sono avvenute stragi, sono stati organizzati tentativi di colpi di Stato?

Per rispondere a queste due domande, De Lutiis nel suo rapporto su Gladio ci spiega che il mondo occidentale, dopo la fine della guerra mondiale, ha segretamente teorizzato la “guerra non ortodossa” e realizzato pianificazioni occulte per realizzarla anche in Italia.

La dottrina della “guerra non ortodossa” riguarda, inutile girarci intorno, il pericolo comunista, che in Italia era considerato molto grave, perché l’Italia era il Paese di confine tra Occidente e blocco sovietico, ma anche perché aveva al suo interno il più grosso partito comunista dell’Occidente, il Pci: considerato dai teorici della “guerra non ortodossa” la quinta colonna interna del nemico esterno. I documenti analizzati da De Lutiis fanno capire che Stay Behind aveva anche compiti interni: in tempo di pace, Stay Behind ha compiti di «controllo e neutralizzazione delle attività comuniste».

Il documento Gladio/41 del 3 dicembre 1958 dice che già il gruppo Stella Alpina aveva compiti, «in tempo di pace» di «controllo e neutralizzazione delle attività comuniste» e, «in caso di conflitto che minacci la frontiera o di insurrezione interna», aveva compiti di «antiguerriglia e antisabotaggio nei confronti di quinte colonne comuniste agenti a favore delle forze militari attaccanti o delle forze insurrezionali».
In un altro documento di Gladio del 1963 si dice chiaramente che lo scopo primario di resistenza antinvasione «era andato mutando». Diventa residuale il caso d’invasione dall’esterno e arriva in primo piano la «neutralizzazione delle attività eversive o sovversive» e la «antiguerriglia e antisabotaggio nei confronti di quinte colonne agenti a favore delle forze (…) di sovvertimento». Poiché nel 1963 in Italia non esistevano forme di lotta armata, né di destra né di sinistra – fa notare De Lutiis – la pianificazione era rivolta sostanzialmente contro il Pci, cioè un partito che agiva dentro le regole democratiche costituzionali. Diventa chiaro che il problema non erano gli jugoslavi invasori, ma i comunisti italiani.
Il documento del 1963 prescrive anche che deve essere predisposta una struttura militare dello Stato che organizzi «corsi di counter-insurgency per elementi militari e civili predesignati allo svolgimento di attività di propaganda, contro-propaganda e disturbo a favore delle ideologie democratiche e in contrasto a quella comunista». Cioè attività segrete e illegali contro partiti politici legali.
Lo ammette anche un documento militare americano che viene trovato e sequestrato all’aeroporto di Fiumicino il 4 luglio 1981, nella valigia di Maria Grazia Gelli, figlia del Maestro Venerabile della loggia massonica segreta P2 Licio Gelli. È il supplemento B al Field Manual 30-31, che dice che cosa gli americani avevano pianificato in caso di vittoria elettorale delle sinistre in Italia. «Le operazioni in questo particolare campo sono da considerare strettamente clandestine (…) il coinvolgimento dell’esercito Usa (…) non può essere ammesso in alcuna circostanza». E ancora: nel caso «l’insorgenza» cerchi «di acquisire un vantaggio tattico astenendosi temporaneamente dalle azioni violente», «i servizi dell’esercito Usa debbono avere i mezzi per lanciare particolari operazioni atte a convincere i governi dei Paesi ospiti e l’opinione pubblica della realtà del pericolo dell’insorgenza e della necessità di azioni per contrastarla». Traducendo: se l’insorgenza, cioè i comunisti, prendono il potere per via pacifica, gli americani devono poter fare «particolari azioni» per convincere governo e opinione pubblica che si deve passare alle vie di fatto. Sembra la teorizzazione della strategia della tensione, con le sue bombe e tentati golpe.

In Italia, le teorie della “guerra non ortodossa” vengono sviluppate da ambienti militari e dei servizi segreti insieme a gruppi neofascisti come Ordine nuovo e Avanguardia nazionale. Per esempio, nel convegno dell’Istituto Pollio di studi strategici tenuto nel 1965 all’hotel Parco dei Principi di Roma e nel convegno militare dell’Istituto Nicola Morselli del 1971 su “Guerra non ortodossa e difesa”. Le conclusioni di quest’ultimo convegno dicono: «È ormai chiaro che (…) l’aggressione raramente riveste la forma dell’attacco armato e ancor più raramente dell’attacco alle frontiere. L’attacco è invece e soprattutto di tipo “rivoluzionario” (…). La Difesa, quindi, deve occuparsi di più della situazione interna».

E ancora: «È dubbio che esistano ancora in mano al governo strumenti democratici capaci di impedire che l’Italia vada a finire in mano comunista (…) Le Forze armate non sono preparate alla guerra non ortodossa (…) quando il partito comunista gode del privilegio della legalità».

Ecco dunque l’utilizzo, dagli anni Sessanta agli Ottanta, di strumenti nuovi, non ufficiali, per combattere in Italia la “guerra non ortodossa” al comunismo. Tra questi anche Gladio. Gladio è dunque direttamente coinvolta in azioni eversive, in attentati, nelle stragi, nei tentati golpe? Non ci sono le prove. È possibile che Gladio, la Gladio che è stata rivelata da Andreotti, fosse solo una parte delle sistema, solo una delle organizzazioni per la “guerra non ortodossa” in Italia, accanto ad altre, ancor più segrete e con compiti più cruenti e illegittimi, da utilizzare per le “azioni sporche”: De Lutiis elenca i Nuclei Difesa dello Stato, il movimento Pace e Libertà, e ipotizza l’utilizzo da parte dello Stato di movimenti neofascisti come Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, certamente coinvolti nelle stragi degli anni Settanta e certamente in contatto con i servizi segreti italiani.

Non dobbiamo dimenticare che, secondo la sentenza definitiva sulla strage di Peteano, una parte dell’ordigno (l’“accendimiccia a strappo” M1 che fa esplodere la bomba) proviene dal “Nasco” 203 di Aurisina, uno dei depositi segreti delle armi di Gladio. Certo che anche restando alla lista dei 622 arruolati che secondo le dichiarazioni ufficiali facevano parte di Gladio, c’è di che avere i brividi: tra questi vi sono quattro iscritti al Partito nazionale fascista, otto aderenti alla Repubblica sociale di Salò, un combattente della Decima Mas, nove iscritti al Msi. In quella lista ci sono cognomi di neofascisti che hanno fatto la storia dell’eversione italiana: Nardi, Portolan, Dantini, Morin. E Bertoli.

Gianfranco Bertoli è l’autore della strage alla Questura di Milano, realizzata il 17 maggio 1973. Bertoli butta una bomba che uccide quattro persone e ne ferisce altre 52. Si proclama anarchico, ha la A di Anarchia tatuata sul braccio. Dice di aver fatto tutto da solo. Eppure il giudice Casson ricostruisce la storia del suo fascicolo presso il Sismi. Sì, perché il servizio segreto aveva un fascicolo intestato a Bertoli Gianfranco, informatore del servizio con il nome in codice “Negro”. Ma gli ufficiali interpellati sostengono che si tratta di un omonimo, nato a Portogruaro, e che comunque i rapporti con lui, e il suo fascicolo, sono chiusi il 20 gennaio 1971, dunque due anni prima della strage.

Ma, fatte le pentole, hanno dimenticato i coperchi. Intanto il Bertoli di Portogruaro è caduto dalle nuvole e ha dichiarato a Casson che a lui nessuno ha mai parlato di Gladio. Ma non basta, perché il Sismi ha commesso alcuni errori di cui resta traccia nei fascicoli. Il servizio di sicurezza segnala in una scheda che nel marzo 1965 il suo Bertoli abitava a Portogruaro. Ma in realtà dal gennaio di quell’anno si era trasferito per lavoro a Mandello Lario, in provincia di Como. Segno, annota Casson, che gli accertamenti per costruire i fascicoli sono stati eseguiti anni dopo, fidandosi dell’anagrafe: il cambio di residenza era infatti stato chiesto soltanto nel luglio successivo al trasloco. Sulla scheda dell’ignaro Bertoli di Portogruaro, inoltre, accanto al nome compare un numero di telefono: 0341/733442. A Casson è bastato un controllo presso l’azienda dei telefoni, che allora si chiamava Sip, per sapere che quel numero è stato attivato soltanto il 4 settembre 1984. Ma come, si chiede il giudice, i rapporti non erano stati chiusi nel 1971? Il fascicolo dunque, conclude Casson, è stato costruito a posteriori, per cercare di spiegare quel nome così imbarazzante negli elenchi di Gladio.

Il presidente della Commissione stragi, Libero Gualtieri, nella sua relazione su Gladio conclude affermando che la struttura ha una «illegittimità costituzionale progressiva», via via che gli anni passano, dalla sua fondazione allo scioglimento. Restano dunque inconciliabili, ancora oggi, due letture possibili di Gladio: per alcuni è una pianificazione segreta che è servita per difendere la democrazia dal pericolo comunista negli anni della guerra fredda; per altri è una ferita nell’architettura costituzionale che ha lasciato aperta la possibilità di operazioni eversive negli anni della strategia della tensione.

Wikiradio, Rai Radio3, andato in onda il 24 ottobre 2017
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