POLITICA

Marco Revelli: “Disuguaglianza, la parola che la sinistra ha dimenticato”

Marco Revelli: “Disuguaglianza, la parola che la sinistra ha dimenticato”

La proposta di “reddito universale” avanzata da uno dei candidati socialisti alle primarie presidenziali in Francia? “Nella sua radicalità è una proposta provocatoria: positivamente provocatoria”, dice Marco Revelli, storico, sociologo, politologo, per qualche anno presidente della Commissione di indagine sull’esclusione sociale. “Una provocazione che cade in un terreno già arato, perché in Francia esiste già una forma di reddito integrativo per le famiglie e le persone che non raggiungono un livello minimo di capacità d’acquisto”.

In Italia, invece, la sinistra non ha mai proposto nulla di simile.

In Europa continuano a persistere sacche di povertà molto ampie, anche in Paesi dove esistono politiche di sostegno al reddito. In Italia proprio non esistono, da noi non c’è nulla. Non ci sono neppure forme intermedie, come un reddito minimo d’inserimento o forme di reddito d’integrazione.

Da presidente della Commissione sull’esclusione sociale, fece una rilevazione comparata nei Paesi europei.

Sì, la fece la cosiddetta “Commissione povertà”, che ora non c’è più, perché dopo il 2010 è stata cancellata: la commissione, non la povertà. L’indagine comparativa sui diversi sistemi di sostegno al reddito in Europa aveva appurato che solo tre Paesi non lo avevano in alcuna forma: Italia, Grecia e Ungheria. Noi continuiamo a non avere niente. Ed è scandaloso, perché noi abbiamo 4 milioni e mezzo di persone che vivono in stato di povertà assoluta, che non riescono a fare due pasti al giorno, non possono vestirsi, non possono curarsi. Sono quasi 2 milioni di famiglie, con un gran numero di minori. È uno scandalo che nessuno vuole affrontare.

C’è il “piano per la povertà” varato dal governo.

È una misera elemosina. Stanziare 1 miliardo e 800 milioni per contrastare la povertà è assolutamente insufficiente. Una cosa all’italiana, come al solito. È la solita politica dell’annuncio, senza precisare modalità né criteri, fatta sulla pelle degli ultimi: una cosa che fa orrore. È uno stanziamento incomparabile a quello per gli 80 euro, per esempio, che pure era rivolto a figure sociali non così sacrificate. O ai 20 miliardi messi per salvare le banche e i loro debitori ultraricchi, è meno di un decimo di quanto previsto per salvare le Marcegaglia e i De Benedetti. È semplicemente scandaloso.

In Parlamento riposa la proposta di “reddito di cittadinanza” avanzata dal Movimento 5 stelle.

Certo, è una proposta sensata. Mi hanno fatto sobbalzare le reazioni inconsulte di tanti del Partito democratico che la trattano come se si proponesse un viaggio su Marte. È un istituto presente in tutta Europa, come abbiamo visto, si può discutere sui meccanismi per attuarlo (la platea a cui è destinato, se è incompatibile o meno con un posto di lavoro, se obbliga o no ad accettare i posti di lavoro offerti…) ma non sulla proposta in sé. Non si può bocciare a prescindere la proposta, e poi tacciare di populismo chi la fa: questo significa regalare la qualifica di populista a chiunque si occupi del popolo.

La sinistra ha dimenticato la sua storia? La lotta alle disuguaglianze era un tempo il cardine del programma della sinistra.

Quella che i media chiamano sinistra, sì, ha dimenticato il tema delle disuguaglianze e quello che Norberto Bobbio chiamava “lo scandalo della disuguaglianza”, quando diceva che la vera distinzione tra chi è di destra e chi è di sinistra è tra chi avverte lo scandalo delle disuguaglianze e chi non lo avverte. Beh, quella sinistra non solo non avverte più lo scandalo delle disuguaglianze, ma si è schierata e identificata molto spesso con chi sta in cima alla piramide sociale. Ha fatto proprie le ragioni di chi sta in cima, ha fatto propri eroi sociali i Marchionne, a suo tempo i “capitani coraggiosi”, i banchieri di sistema, i vertici delle coop diventati operatori immobiliari e delle grandi opere. Quella sinistra si è identificata con quella parte della piramide sociale e ha ricevuto in cambio un sommo disprezzo da chi sta invece alla base della piramide. Basta vedere che cosa è successo nella mia città, Torino, dove le periferie hanno abbandonato Piero Fassino per votare Chiara Appendino, hanno lasciato chi “voleva una banca” dimenticando chi fa fatica per portare a casa il pane quotidiano.

Nell’intervista di ieri al nostro giornale, Gustavo Zagrebelsky critica l’articolo 81 della Costituzione, quello che impone il pareggio di bilancio.

L’inserimento sciagurato in Costituzione del pareggio di bilancio è stato fatto senza un’ora di dibattito: altro che Parlamento troppo lento. È stata approvata alla velocità della luce, con il voto favorevole di quasi tutti, compresa la sinistra del Pd, una misura che cancella più di mezzo secolo di politiche sociali, l’impianto fondamentale delle politiche keynesiane, mica bolsceviche, che permettevano di fare scelte politiche, appunto, non neutralizzate da regole di bilancio.

Il Fatto quotidiano, 14 gennaio 2017
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