GIUSTIZIA

L’onore di Sala. Al voto da indagato per le case “dimenticate”

L’onore di Sala. Al voto da indagato per le case “dimenticate”

“Sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero” (Giuseppe Sala, 19 febbraio 2015).

Giuseppe Sala farà la campagna elettorale e andrà verso il voto da indagato. Inevitabile, dopo che Riccardo De Corato, consigliere comunale di Fratelli d’Italia, ha portato in Procura un esposto contro il candidato sindaco del Pd, che si è “dimenticato”, in una dichiarazione ufficiale al Comune di Milano, di segnalare la proprietà di una casa in Svizzera e di una villa in Liguria. Ora sarà la Procura della Repubblica di Milano a decidere quando iscrivere Sala nel registro degli indagati e in che tempi affrontare l’indagine.

Il caso era stato sollevato da un articolo del Fatto quotidiano il 2 aprile: l’ex commissario Expo era tenuto, come amministratore delegato di una società a capitale pubblico, Expo Milano 2015 spa, a dichiarare la propria situazione patrimoniale. Ed ecco che in data 19 febbraio 2015 firmava una scheda che terminava così: “Sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero”. Tra i beni immobili dichiarati, la “proprietà del 12,5 per cento di tre immobili a Varedo” (le case di famiglia) e la “proprietà al 100 per cento di terreno sito nel Comune di Zoagli”. Stop.

Ma, a Zoagli, Sala non ha solo un terreno, bensì una villa, quella a cui ha fatto lavorare, mentre lavorava anche per Expo, l’architetto Michele De Lucchi. Ha dichiarato un terreno invece che una villa: una mezza verità. Una bugia piena, però, è il non aver dichiarato per niente l’appartamento posseduto a Pontresina, in Svizzera, in Engadina, a un passo da Sankt Moritz. Con annesso conto corrente elvetico “per le spese strettamente connesse all’abitazione e per nessun altro utilizzo”, secondo quanto Sala ha dichiarato al Fatto.

Peccato che esista una legge che punisce le dichiarazioni false dei pubblici ufficiali. È il Testo Unico in materia di documentazione amministrativa (Dpr numero 445 del 2000) che impegna chi ha ruoli in aziende pubbliche a dichiarare le proprietà, i beni immobili, quelli mobili iscritti in pubblici registri e le quote di partecipazioni in società. Chi, “sul suo onore”, dichiara il falso incorre nelle “sanzioni penali stabilite dalla legge per le false attestazioni e dichiarazioni mendaci”.

L’articolo 76 del Dpr 445 al comma 1 dice che “chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso nei casi previsti dal presente testo unico è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia”. Il comma 2 precisa che “l’esibizione di un atto contenente dati non più rispondenti a verità equivale a uso di atto falso”. Il comma 3 aggiunge che “le dichiarazioni sostitutive rese ai sensi degli articoli 46 e 47 e le dichiarazioni rese per conto delle persone indicate nell’articolo 4, comma 2, sono considerate come fatte a pubblico ufficiale”. Il comma 4 conclude che “se i reati indicati nei commi 1, 2 e 3 sono commessi per ottenere la nomina a un pubblico ufficio o l’autorizzazione all’esercizio di una professione o arte, il giudice, nei casi più gravi, può applicare l’interdizione temporanea dai pubblici uffici o dalla professione e arte”.

Dopo che il Fatto quotidiano aveva raccontato la vicenda, Sala aveva replicato: “Si è trattato semplicemente di una dimenticanza, senza effetti concreti. Quello che fa testo è la dichiarazione dei redditi, un atto pubblico che si può richiedere, e lì la casa ovviamente c’è. Io le mie tasse le ho sempre pagate”. Lo aveva difeso il Pd milanese, con il senatore Franco Mirabelli che denunciava “l’accanimento di un centrodestra diventato improvvisamente giustizialista su una vicenda già chiarita da giorni e che non ha rilievo penale, né morale”.

Sul piano morale, evidentemente, esistono soglie di tolleranza variabili rispetto al fatto di aver mentito ai cittadini. Sul piano penale, invece, le conseguenze giudiziarie delle false dichiarazioni sono scritte chiare anche nella dichiarazione firmata da Sala il 19 febbraio 2015. L’articolo 76 rimanda, per le pene, al codice penale: gli articoli 479 e 480 sul falso ideologico in atti pubblici stabiliscono una pena da 1 a 6 anni.

Che cosa farà ora la Procura di Milano? Ricevuto l’esposto di De Corato, già grande accusatore di Tangentopoli negli anni della “Milano da bere”, il procuratore aggiunto Giulia Perotti, a capo del dipartimento reati contro la pubblica amministrazione, dovrà in tempi ragionevoli aprire un fascicolo e iscrivere Giuseppe Sala nel registro degli indagati. I fatti sono chiari e ammessi dallo stesso Sala (pur dicendo che “è solo una dimenticanza”). I pm dovranno poi decidere se affrontare subito la vicenda o aspettare dopo le elezioni. Comunque imbarazzante, per il candidato sindaco del centrosinistra che va verso il voto da indagato per aver mentito ai cittadini.

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Il Fatto quotidiano, 23 aprile 2016
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