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Troppi interventi al seno, Veronesi sotto accusa

Troppi interventi al seno, Veronesi sotto accusa

Umberto Veronesi è molto amato dalle donne. Perché nella sua lunga vita – è alla soglia del 90 anni – ne ha salvate molte dalla morte per cancro alla mammella, che colpisce 1 donna su 8 nell’arco della vita. Perché ha contribuito a sviluppare una tecnica chirurgica “conservativa”, che cerca di evitare al minimo i danni, anche estetici, al seno femminile. E perché è un grande comunicatore, ottimo manager di se stesso e delle sue cause, molto presente sui giornali e sulle tv. Resta anche molto potente negli ambienti medici. Ora sta però riprendendo il dibattito sull’eventuale iper-trattamento del tumore al seno. Le migliaia di interventi chirurgici salvano migliaia di vite umane, dice il fronte pro-Veronesi. Ma condannano – replica il fronte opposto – a essere malate di cancro a vita migliaia di persone che forse non avrebbero mai sviluppato il loro tumore “indolente”. È un dilemma (amletico) che gli americani sintetizzano così: “To treat or not to treat”. Delicatissimo, perché ne va della salute, della vita e della morte delle donne.

L’inizio lo racconta così: “Era un giorno d’estate, primi anni 50, io giovane assistente all’Istituto dei tumori di Milano. Il responsabile del reparto va in ferie, il vice pure, mi chiamano: ‘Tocca a te’. Era la prima volta che operavo una donna al seno”.

Allora l’intervento era macelleria. “Si pensava fosse l’unico modo per salvare la vita delle pazienti, ma era un massacro. Mi sono messo a pensare, studiare, ricercare”. Nel 1981 la tecnica rivoluzionaria di Umberto Veronesi (la “quadrantectomia”) arriva sulla prima pagina del New York Times. Diventa l’uomo-simbolo della lotta ai tumori: 30 mila donne operate, 300 mila visitate, 5 milioni che hanno avuto il seno salvato grazie al suo metodo. Oggi, alla vigilia dei 90 anni, ha lasciato l’incarico di direttore scientifico dello Ieo, l’Istituto europeo di oncologia, da lui fondato del 1991, ma resta il punto di riferimento della Fondazione Umberto Veronesi.

Il cancro e l’esistenza di Dio

Comunicatore straordinario, grande seduttore di uomini e donne, laico, favorevole all’aborto e all’eutanasia. Ha dichiarato senza paura che “la marijuana non fa male” e che “i danni da spinello sono praticamente inesistenti”. È convinto che l’umanità vada verso una progressiva de-sessualizzazione ed è d’accordo che anche le persone omosessuali possano adottare dei figli: “Un gay può essere un bravissimo padre o una bravissima madre, non vedo che differenza ci sia”. Dice sì alla riproduzione in provetta “perché ormai di fronte a un’aumentata infertilità, sia maschile sia femminile, e a una procreazione sempre più avanti con gli anni, dobbiamo trovare delle soluzioni. E la più semplice è la procreazione medicalmente assistita”. Di sé dice: “Sono ermafrodita, in senso intellettuale: un corpo da uomo con una mente femminile”.

La sua laicità è nutrita dalla riflessione sul dolore e sul male nel mondo. “Non saprei dire qual è stato il mio primo giorno senza Dio”, scrive Veronesi. “Sicuramente dopo l’esperienza della guerra non misi mai più piede in una chiesa… Oltre alle stragi dei combattimenti, ho toccato con mano anche la follia del nazismo e non ho potuto non chiedermi, come fece Hannah Arendt prima e Benedetto XVI molti anni dopo: ‘Dov’era Dio ad Auschwitz?’”.

Poi l’incontro, altrettanto drammatico, con il cancro. “Allo stesso modo di Auschwitz, è diventato la prova della non esistenza di Dio. Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi?”.

Quell’intoccabile in camice bianco

Veronesi è uno degli italiani intoccabili: grande medico e grande amico delle donne, chi oserebbe parlar male di Garibaldi? Così quando ci ha provato Beppe Grillo (“Veronesi va sempre in tv a pubblicizzare la necessità per le donne di fare le mammografie… Ma lui magari prende le sovvenzioni per il suo istituto da chi vende le macchine per le mammografie”) è stato sommerso dalle critiche.

Non è andata meglio a Roberto Fico, parlamentare del Movimento 5 stelle e presidente della Commissione di vigilanza Rai: “Quanta ipocrisia sui tumori. Veronesi è finanziato da costruttori di inceneritori. Il governo disquisisce di tumori e mammografie, ma è lo stesso che autorizza la ricerca e l’estrazione del petrolio in Italia, che non investe un euro nelle energie rinnovabili, che dirotta i soldi per le bonifiche delle terre inquinate verso l’Expo”. Finanziano la sua Fondazione, infatti, Acea, Enel e Veolia (che gestiscono centrali e inceneritori), ma anche industrie farmaceutiche come Novartis, Pfizer e Kedrion (gruppo Marcucci, coinvolto nello scandalo del sangue infetto), oltre a Eni, Nestlè, Adecco, Cpl Concordia e T-Fumo (sigarette elettroniche).

Sì alla marijuana, sì al nucleare

Del resto Veronesi, qualche anno fa, ospite di Fabio Fazio, dichiarò che gli inceneritori hanno “incidenza zero” sulla salute della popolazione. Come le centrali nucleari: per rispettare gli impegni presi con il Protocollo di Kyoto, ha dichiarato nel 2007, l’Italia dovrebbe realizzare dieci impianti in dieci anni, superando lo “spauracchio ingiustificato” della tecnologia atomica, che “non comporta rischi per la salute e l’ambiente”.

Gli ha risposto seccamente il premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia: “Veronesi si occupi di oncologia, dove riesce benissimo, lasciando il nucleare a chi ne ha competenza”.

Quelle sul nucleare sono convinzioni discutibili, ma legittime e perfino scientificamente sostenibili. C’è invece un altro argomento che circola sotterraneo negli ambienti medici, ma che nessuno in Italia vuole sollevare apertamente, perché Veronesi non solo è intoccabile, ma è ancora molto potente: è il problema del super-trattamento (in inglese: overtreatment) del tumore al seno e dell’inganno statistico che lo sostiene.

È un argomento delicatissimo, perché ha a che fare con la salute, con la vita e con la morte e, in più, con le donne e la sessualità. Proviamo dunque a parlarne, senza la pretesa di avere la verità e con la certezza che semplificheremo troppo cose molto complicate.

L’anti-Veronesi d’America

Steve Narod, professore di epidemiologia dell’università di Toronto, è l’anti-Veronesi d’America. Sulla base dei suoi studi, dice: “Scompaiono da soli il 10 per cento dei tumori al seno impalpabili di 2 centimetri, il 50 per cento dei tumori al seno di 1 centimetro e il 99 per cento dei tumori al seno di 1 millimetro”. Una parte dei tumori al seno, dunque, sparisce da sola, così come è venuta. Ma oggi i controlli a cui le donne si sottopongono sempre più precocemente scoprono tumori anche piccolissimi e avviano un gran numero di percorsi medici. Controlli, palpazioni. Ma anche mammografie, ecografie, risonanze magnetiche. Poi biopsie e, via via, interventi chirurgici. In questo percorso entrano anche le donne con tumori “indolenti” che mai sarebbero diventati pericolosi o addirittura, secondo il professor Narod, sarebbero scomparsi da soli. Eppure ci sono donne che preferiscono interventi preventivi e radicali: come Angelina Jolie, che ha annunciato al New York Times di essersi fatta asportare prima entrambe le mammelle e poi anche le ovaie, per evitare il rischio di sviluppare un cancro a cui era predisposta e di cui erano morte la madre, la nonna e la zia.

Condannati a essere malati a vita

Certo, però, che l’overtreatment di alcune donne – spiegano i medici – è ripagato con la salvezza di tante altre che altrimenti si sarebbero ammalate e magari sarebbero morte. “Oggi possiamo guarire l’85 per cento delle donne che si ammalano di tumore del seno, circa 30 mila ogni anno”, dice Veronesi. Non è vero, ribattono i critici, anche italiani, medici e professori che fanno lo stesso lavoro di Veronesi ma che preferiscono non attaccarlo mettendoci la faccia: “È ancora troppo potente”. La mortalità reale, dicono, potrebbe essere calata del 10 per cento. Il resto è inganno statistico: la percentuale di chi si salva si è ampliata perché si è enormemente ampliata la platea di partenza delle donne (sane) che si sottopongono ai controlli.

Il meccanismo è più comprensibile nel tumore alla prostata. Con i controlli massicci di oggi, è aumentata la medicalizzazione degli uomini: si scoprono molti tumori alla prostata, organo che tende naturalmente alla cancerizzazione. A molti che sarebbero arrivati sereni alla vecchiaia e non avrebbero mai avvertito neppure i sintomi del male, oggi viene diagnosticato il cancro, con conseguente trattamento radiologico o intervento chirurgico (ed effetti collaterali, fino all’impotenza). Strana bestia la medicina moderna: salva molti malati dalla morte, ma condanna moltissimi sani a diventare malati di cancro a vita.

Il problema è stato sollevato di nuovo a luglio dal New York Times, riprendendo studi sul Dcis (Ductal carcinoma in situ), un tumore al seno confinato dentro i dotti della ghiandola mammaria. “Non bisogna trattarlo”, dice chiaramente il dottor Narod, esibendo uno studio che dimostra che negli ultimi 20 anni la mortalità delle donne sottoposte a trattamenti per Dcis è identica a quelle delle donne in generale (il 3,3 per cento): dunque il trattamento (rimozione di parte della mammella, a volte abbinata a radioterapia) si è dimostrato inutile.

Non ci sono soluzioni facili, naturalmente. Meno che mai l’atteggiamento anti-scientifico di rifiuto dei controlli. Veronesi replica: “Nessuna donna sceglie di vivere con la coscienza di avere una lesione pretumorale, che potrebbe diventare un cancro”. Certo è che in qualche Paese negli ultimi anni gli interventi sono stati ridotti e qualche luminare, come appunto il professor Narod, propone apertamente di limitare la medicalizzazione delle persone colpite dal cancro.

Nel caso della prostata, anche in Italia (per esempio all’Istituto dei Tumori di Milano, da cui Veronesi è partito per la sua avventura) si sta affermando il metodo della “sorveglianza attiva”, che mantiene i controlli dei tumori “indolenti” senza però trattarli, finché non sono superate determinate soglie di rischio. I pazienti vengono informati e poi possono scegliere: intervento chirurgico, intervento radiologico, oppure “sorveglianza attiva”.

La medicina e la ricerca in Borsa

Veronesi invece, secondo il fronte medico che lo critica, è troppo interventista. Lui sostiene che è meglio non rischiare, anche perché, in fondo, “gli interventi richiesti sono minimi”. Ma possono essere considerati “minimi” interventi chirurgici che asportano parti di seno, fino alla mastectomia (“conservativa” quanto si vuole…), a cui si aggiungono di solito radioterapia e ormonoterapia? Sono gli stessi trattamenti del carcinoma infiltrante.

“E poi, diciamo la verità, la chirurgia conservativa del seno non l’ha inventata lui”, dice un importante chirurgo milanese, “ha fatto studi importanti sul problema, ha messo a punto un protocollo sistematico e infine con la sua immensa capacità comunicativa ha venduto il suo metodo come cosa straordinaria”.

Grande seduttore e grande costruttore di reti di relazione e di potere, grande nepotista impegnato a sistemare la sua grande famiglia, Veronesi dopo aver lasciato l’Istituto dei Tumori è riuscito a costruire lo Ieo, l’Istituto europeo di oncologia. È stata la sua sfida vinta. Gli è andata bene anche con Genextra, il fondo specializzato in biofarmaceutica lanciato insieme al finanziere Francesco Micheli con tanti soci finanziatori, da Diego Della Valle a Luca Cordero di Montezemolo, da Marco Tronchetti Provera a Blackrock, da Banca Intesa all’immancabile Salvatore Ligresti (prima del crac).

Dopo un avvio difficile e tre ricapitalizzazioni, Genextra un anno fa ha fatto il colpaccio, grazie alla controllata Intercept Pharmaceuticals, società biotech che ha brevettato Int 747, una molecola capace di curare la steatosi epatica non alcolica che colpisce il 5 per cento degli americani: la società in pochi giorni ha aumentato il suo valore da 1,4 a 8,8 miliardi di dollari e ha piazzato sul mercato 1 milione di azioni a 320 dollari l’una. Più che medicina, finanza.

L’ultima sfida di Veronesi è invece il Cerba. Ed è stata persa. Il “Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata”, polo di ricerca e cura, doveva nascere a Milano, attorno al suo Ieo, sui terreni di Ligresti. Lo voleva a tutti i costi, anche se la nobile idea del parco scientifico si era via via trasformata in un’operazione immobiliare con annesso diluvio di cemento nel Parco Sud di Milano. Il crac Ligresti ce l’ha risparmiato.

Il Fatto quotidiano, 30 agosto 2015
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