Sergio Cusani, il Colpevole. L’uomo che diede “la paghetta” ai partiti prima del crollo
Storia intima, storia imprenditoriale, storia politica, storia giudiziaria. Sergio Cusani le intreccia in un libro dal titolo che è una rivendicazione: Il colpevole. “Io sono l’emblema di Mani pulite, il Colpevole per antonomasia. Ho accettato quella condanna, non mi sono tirato indietro scaricando su altri, in tutto o in parte, le mie responsabilità per agguantare benefici e trattamenti favorevoli. L’ho pagata e la pagherò per sempre: è giusto”.
Nelle quasi 400 pagine del libro affiorano gioie e sofferenze di una vita intensa, passata dall’agiatezza famigliare a Napoli alla bohème milanese del Movimento studentesco, addolcita dai Rolex che il padre gli mandava e che ogni volta vendeva per vivere; dal maoismo del Sessantotto “che voleva cambiare il mondo” alla Milano da bere del potere craxiano e delle scorribande di Borsa; dalle relazioni con i potenti all’arresto per aver gestito “la madre di tutte le tangenti”; infine, dagli anni in carcere alla nuova vita da uomo tornato libero e attivo nel volontariato.
Con il suo inseparabile impermeabile bianco, “Sergino” passava con nonchalance attraverso mondi paralleli, il Movimento studentesco e la Borsa, il maoismo e la finanza. Ora racconta la sua famiglia, il fratello gemello, l’amico Piero Ravelli, il fermo in Questura per un comizio, la notte in cui morì ucciso da un poliziotto davanti alla Bocconi il compagno di università Roberto Franceschi. Lo chiamano il barone rosso, prima di entrare nel mondo dove media gli affari dei potenti della finanza e della politica.
La sua storia intima è segnata dal rapporto gelido con il padre che culmina con una sfida (riuscita): “Diventerò più ricco di te”. La figura paterna della sua vita è un’altra, “il dottor Serafino Ferruzzi”, imprenditore invisibile per cui lavora con ammirazione e dedizione. È l’uomo che ha creato un impero, “che possiede un milione di ettari coltivati in tre continenti”. Viaggiando tra Milano e Ravenna, Cusani diventa testimone e protagonista di una grande vicenda imprenditoriale italiana, quella del gruppo Ferruzzi, secondo in Italia solo al gruppo Agnelli, che dopo la morte del fondatore passa all’erede designato, Raul Gardini.
Uomo affascinante, “visionario”, capace di grandi sfide, ma che al lavoro silenzioso del fondatore sostituisce la presenza mediatica e il culto del capo. “Fino a sfiorare il delirio di onnipotenza”. Dietro le imprese di Borsa e le gare internazionali di vela, Raul appare come un giocatore di poker che vive per il rischio, ossessionato dal fantasma irraggiungibile di Serafino di cui vorrebbe prendere il posto nei cuori della famiglia e nella storia dell’impresa italiana, sostituendo al gruppo Ferruzzi il gruppo Gardini. Ma Serafino aveva costruito con pazienza, Raul gioca con velocità e finisce per distruggere il gruppo e se stesso. “Ciò che Serafino Ferruzzi aveva prodotto in mezzo secolo di lavoro incessante viene bruciato in meno di dodici anni”.
Il racconto di Cusani è affettuoso ma anche impietoso: Raul si lancia alla conquista di Montedison senza sapere niente di Borsa, impegnando l’intero patrimonio accumulato da Serafino. “È stata un’operazione non studiata, non preparata, forse neppure desiderata, in definitiva avventata. Un’impresa nata quasi per errore, che inizialmente era stato un bluff, ma molto caro”.
Raul vince, dall’agroalimentare passa all’industria e alla finanza, il Contadino diventa il Corsaro, tra gli applausi di un Italia sempre prona verso chi mostra i denti del potere. Poi tenta la mossa che lo perderà: unire tutta la chimica italiana sposando Montedison con Eni. La chimica di Eni è messa male, ma Raul tenta ancora una volta l’azzardo: “Dai diamanti non nasce niente, dalla merda si tira fuori l’oro”, dice.
Ma la politica, la politica ancora fortissima della Prima Repubblica, non vuole perdere il controllo su un pezzo importante dell’economia italiana. All’efficienza preferisce il mantenimento del potere, del consenso, dei finanziamenti (segreti). Così Enimont, il matrimonio tra Eni e Montedison, fallisce prima del viaggio di nozze. Ma per ottenere il divorzio deve pagare un ultimo obolo. Raul dice a Cusani: “Mi dai una mano? Ora bisogna preoccuparsi di dare la paghetta al sistema”.
Sono 150 miliardi di lire da distribuire ai partiti. “Mi assumo la responsabilità, anche morale, di aver effettivamente creato la provvista. L’ho sempre ammesso, lo ammetto anche oggi. Ma rispondo solo di ciò che ho fatto”.
A questo punto, in primo piano appare lui, Sergio Cusani il Colpevole. E il racconto svolta ed entra nella memorialistica revisionista su Mani pulite, oggi di moda più che mai. Raul esce di scena nel modo più tragico: il vincente non accetta sconfitte, “A me i num ciapa miga”, a me non mi prendono. E il gruppo viene sacrificato da Enrico Cuccia per dare ossigeno alla Fiat.
Cusani ha raccontato per centinaia di pagine gli errori di Gardini e il sistema di Tangentopoli, fatto di partiti ingordi interessati non alla chimica ma solo al potere, di banchieri che salvano o affogano un imprenditore a seconda dei santi in paradiso e dei conti all’estero, di aziende che accumulano nei paradisi fiscali tesori miliardari per fare i loro affari sotterranei (sì, anche il gruppo del “signor Serafino”, che aveva 1.000 miliardi all’estero gestiti da Pino Berlini: “Oggi Berlini è ricchissimo, in qualche isoletta, a godersi la vecchiaia in bella compagnia”).
Eppure, alla fine, dà la colpa a Mani pulite, ai magistrati, ad Antonio Di Pietro: “Ho visto e vissuto l’aggressione, improvvisa e violenta, di una parte importante del potere giudiziario”. “Il risultato del processo Enimont è stato di portare al disastro la chimica italiana e una realtà straordinaria come il Gruppo Ferruzzi-Montedison”.
Mentre riveste i panni del Colpevole, con una sorta di doloroso compiacimento, “Sergino” inforca l’aureola di quello che ha pagato ma non ha parlato, ha rifiutato il “mercato delle indulgenze dove si siglavano patti sulla pelle delle persone”. Lo rivendica: “Mi sono rifiutato di assecondare il metodo mercantile di alcuni magistrati della Procura di Milano: se mi dai qualcosa, ti do qualcosa. Ho messo in campo i miei principi e non ho derogato”.
Davvero? Caro Sergino, abbiamo tra noi un filo d’affetto per antiche comunanze, ma ti dico che quel tuo silenzio non ha nulla di eroico, non ha niente a che fare con il silenzio davanti ai nazisti che evochi per un attimo, è più vicino piuttosto all’omertà di chi lascia poteri e crimini nell’ombra (dov’è finita una parte della tangentona Enimont passata per il Vaticano e forse destinata ad Andreotti? A chi è andato il miliardo entrato a Botteghe Oscure allora sede del Pci, dopo la cena all’hotel Hassler di Roma con Achille Occhetto e Massimo D’Alema, Raul Gardini e Carlo Sama?).
“Metodo mercantile”? No, la collaborazione con la giustizia è il “metodo Falcone”, indispensabile per entrare nei circuiti altrimenti impenetrabili della corruzione (e della mafia).
