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I furbetti del concertino/2. Il terzo concertista: il governo Meloni

I furbetti del concertino/2. Il terzo concertista: il governo Meloni

Ci sono le impronte digitali degli uomini del governo, nella storia della scalata Montepaschi-Mediobanca. Dapprima era un bradisismo. Poi è diventato terremoto che ha avviato una grande trasformazione dei rapporti di potere politico-finanziario in Italia. Alle guerre per banche, in verità, il nostro Paese è abituato; e anche alla politica in campo per aiutare o frenare le operazioni finanziarie.

L’Italia è il Paese delle banche e delle operazioni “di sistema”, dove pesano più i rapporti politici che il mercato e la “produzione di valore”. Ma questa volta il governo in carica ha puntato a mettere le mani sul sistema finanziario, bancario, assicurativo. Innescando le conquiste di imprenditori “amici”: su Montepaschi, per poi conquistare Mediobanca, per sferrare infine l’attacco a Generali, la grande compagnia italiana di peso europeo.

Il protagonista numero uno è Francesco Gaetano Caltagirone, imprenditore, costruttore, finanziere, editore. Da tempo tenta di espandere il suo impero romano al nord: a Milano, sede di Mediobanca, fino a Trieste, culla di Generali. Ha trovato un alleato per le sue battaglie in Francesco Milleri, il manager che tiene insieme la rissosa famiglia Del Vecchio e governa l’impero Luxottica-Delfin.

Ma ancor più prezioso è il sostegno del governo di Giorgia Meloni, a cui Caltagirone ha messo a disposizione il suo giornale romano, Il Messaggero. Il governo, con la “legge capitali”, nel 2024 ha permesso a Caltagirone e Delfin di aumentare i loro rappresentanti dentro i Cda di Mediobanca e Generali. Ma i due fortini del nord erano restati sotto la guida di Philippe Donnet (Generali) e Alberto Nagel (Mediobanca).

Prima, nel 2022, era stata la Bce, la banca europea, a fermare Delfin che voleva salire oltre il 20% in Mediobanca: le norme europee impediscono a un soggetto non finanziario di controllare una banca. Ecco allora che il duo si attrezza per conquistare un istituto di credito. Punta su Montepaschi (Mps), attraverso un’alleanza non dichiarata con Banco Bpm, e sotto lo sguardo più che benevolo del governo Meloni. Il ministero dell’economia e delle finanze (Mef) di Giancarlo Giorgetti deve riprivatizzare Mps dopo il salvataggio.

Lo fa vendendo grossi pacchetti di azioni con la procedura finanziaria chiamata Abb (Accelerated Book Build). Nel novembre 2024 il Tesoro incarica a sorpresa un solo bookrunner, la piccola Banca Akros, che vende il 15% di Mps a condizioni accettate in soli nove minuti, con offerte fotocopia, da quattro soggetti: Caltagirone, Delfin, Bpm e Anima. Una vendita in famiglia, visto che sia Akros sia Anima sono controllate da Bpm, una banca a trazione leghista, come leghista è Giorgetti. Tagliati fuori gli altri che volevano comprare, come Andrea Orcel di Unicredit che chiedeva un 10% di azioni Mps ma viene lasciato a piangere al telefono.

A questo punto, Montepaschi, guidata da Luigi Lovaglio, è nelle mani di Caltagirone-Delfin e diventa lo strumento per assaltare Mediobanca: con un’offerta pubblica di scambio (Ops) in cui viene tagliato fuori il mercato, viene escluso chi non possedeva già azioni Mediobanca. Secondo il Testo unico della finanza, per superare insieme il 25% di azioni Mediobanca dovevano lanciare una ben più costosa Offerta pubblica d’acquisto (Opa), in contanti. Non lo hanno fatto e per questo “concerto” non dichiarato, Caltagirone, Milleri, Lovaglio e altri sono sotto indagine a Milano.

Unicredit, esclusa dall’affare Mps, cambia gioco e lancia una Ops su Bpm. Ma il governo la blocca, giocando la carta della golden share, in nome di un curioso “interesse nazionale” in un’operazione in cui tutti i player sono italiani. Quanti interventi del governo in questa storia. Era stata pensata anche una legge ad Caltagironem – alzare dal 25 al 30% la soglia in cui è obbligatorio fare l’Opa – ma questa non è arrivata in tempo. Ma ci sono stati altri aiutini. A Palazzo Chigi vigilava sulle operazioni Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Giorgia Meloni. Negli uffici del Mef vegliavano Gaetano Caputi e i direttori generali, Marcello Sala, Stefano Di Stefano, Francesco Soro.

C’è anche un sms di Giorgetti in persona che aleggia su questa storia, almeno secondo quanto dice, intercettato, Lovaglio: “So che il ministro ha scritto un sms”. Per tentare di convincere il fondo americano Blackrock a schierarsi con gli scalatori contro Nagel (invano: “Ha fatto il bidone”, commenta infine Lovaglio). L’accordo con il governo lo ammette lo stesso Lovaglio nell’assemblea di Montepaschi del 17 aprile 2025: “L’operazione – l’ho detto pubblicamente, e ho documentazione che mi supporta – l’ho presentata per la prima volta nel dicembre 2022 al ministro Giorgetti, precisamente il 16 dicembre 2022 (credo che fosse il giorno del suo compleanno)”. Con tanti auguri.

Per convincere i consiglieri indipendenti nel Cda di Mps a dimettersi, per lasciar posto agli uomini di Caltagirone e Delfin, si danno da fare dirigenti del Mef e, secondo i pm, anche il deputato della Lega Alberto Bagnai. Fuori dal Palazzo, tutti schierati con gli scalatori i fogli di Caltagirone e di Angelucci, Messaggero, Libero, Il Giornale: sostegno a testate unificate.


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Il Fatto quotidiano, 1 dicembre 2025
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