I furbetti del concertino/1. Indagati Caltagirone, Milleri (Delfin-Luxottica) e Lovaglio (Montepaschi)
Il bacio in fronte, questa volta, non lo dà il banchiere Gianpiero Fiorani al governatore di Bankitalia Antonio Fazio, come ai bei tempi dei “furbetti del quartierino”, ma Francesco Gaetano Caltagirone, imprenditore, costruttore, finanziere, editore, all’amministratore delegato di Montepaschi Luigi Lovaglio. “Mi pare fantastico, bravo. Io le faccio i complimenti perché è stato molto bravo”. “Ma no”, gli risponde Lovaglio, “il vero ingegnere è stato lei, io ho solo eseguito l’incarico, comunque godiamoci questa cosa… ha ingegnato una cosa perfetta, quindi complimenti a lei per l’idea”.
L’“idea” è conquistare Mps attraverso Banco Bpm per poi assaltare Mediobanca e infine puntare a Generali, il vero obiettivo. Di concerto (non dichiarato) con Francesco Milleri (Luxottica-Delfin della famiglia Del Vecchio). Ma con un terzo “concertista” molto particolare: il governo di Giorgia Meloni e del ministro Giancarlo Giorgetti, interessati a creare un polo bancassicurativo nazionale, fedele alle loro indicazioni.
Ci ha messo ben due giorni dalle perquisizioni e dagli avvisi di garanzia, ma finalmente si è svegliata anche la politica: Conte e Schlein chiedono a Giorgetti di riferire in Parlamento sul suo coinvolgimento citato dai magistrati (ma il Mef smentisce “qualsiasi ingerenza”), mentre il deputato leghista Alberto Bagnai non risponde alle domande del Fatto sulle pressioni che avrebbe esercitato su alcuni consiglieri di Mps per farli dimettere, raccontate dai manager ai pm.
Del ruolo del Mef nella partita accennano, intercettati il 18 aprile, Caltagirone e Lovaglio in riferimento “a una sollecitazione di voto da parte del Mef sul Ceo del fondo americano” Blackrock. “Qualcuno ci ha fatto il bidone”, dice l’ad di Mps commentando il voto contrario del fondo Usa all’aumento di capitale per finanziare la scalata a Mediobanca. “So che il ministro ha scritto un sms”, continua, “perché io gli ho detto ‘Oh, guarda che non ha votato!’”. Il ministro è Giorgetti. “Quindi ho detto a Sala (Marcello Sala, all’epoca direttore generale del Mef, ndr) hanno scritto un sms… nonostante questo non è andata bene”. Insomma il Mef prova a convincere Blackrock, ma il fondo vota diversamente e fa “il bidone”.
Per realizzare la “cosa perfetta” i soci coinvolti hanno però commesso – secondo la Procura di Milano – i reati di manipolazione di mercato e ostacolo alle autorità di vigilanza. L’inizio del deal e l’accordo con il governo li ammette lo stesso Lovaglio nell’assemblea di Mps del 17 aprile 2025: “L’operazione – l’ho detto pubblicamente e ho documentazione che mi supporta – l’ho presentata per la prima volta nel dicembre 2022 al ministro Giorgetti, precisamente il 16 dicembre 2022 (credo che fosse il giorno del suo compleanno)”.
Un bel regalo di compleanno: una banca da poco salvata dal governo dal crac, che si mangia un istituto più sano, Mediobanca. Il sogno impossibile si realizza tre anni dopo. Per arrivarci, Delfin aveva tentato nel 2022 di salire oltre il 20% in Mediobanca, ma era stata fermata dalla Bce perché le norme europee impediscono a un soggetto non finanziario di controllare una banca. Allora Caltagirone e Delfin cambiano strategia e si attrezzano per conquistare un istituto di credito. Puntano su Mps, attraverso un’alleanza (non dichiarata) con Bpm, sotto lo sguardo benevolo del governo Meloni.
È la pesca miracolosa del novembre 2024: il ministero di Giorgetti deve vendere il 7% di Mps per riprivatizzare la banca: con una procedura veloce (un Abb, Accelerated Book Building), che però taglia fuori altri interessati (UniCredit di Andrea Orcel) e vende non il 7, ma il 15% agli amici di Bpm (banca a trazione leghista). Tutto in famiglia: il bookrunner che vende è la piccola banca Akros controllata da Bpm, e a comprare, con offerte fotocopia presentate in soli 9 minuti, sono Caltagirone, Delfin, Bpm e Anima (controllata da Bpm).
Così Mps è nelle mani di Caltagirone-Delfin per assaltare Mediobanca. Con un’offerta pubblica di scambio (Ops) da 13,2 miliardi, senza però sborsare un centesimo, scambiando solo carta con carta: 2,3 nuove azioni Mediobanca per ogni vecchia azione portata in adesione a Mps. Tagliato fuori il mercato, escluso chi non possedeva già azioni Mediobanca. Secondo il Testo unico della finanza, per superare insieme il 25% di azioni Mediobanca dovevano lanciare una ben più costosa Offerta pubblica d’acquisto (Opa) in contanti.
Anche questo viene contestato agli indagati dai pm Luca Gaglio e Giovanni Polizzi, coordinati dall’aggiunto Roberto Pellicano. Coinvolti sono i manager di Akros che hanno strutturato l’Abb: il presidente Alessandro Melzi d’Eril (guardacaso poi nominato dai nuovi padroni ad di Mediobanca il 28 ottobre), il dg Giuseppe Puccio, il dirigente Giulio Greco, oltre a Fabio Corsico del gruppo Caltagirone.
Palazzo Chigi vegliava con Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Giorgia Meloni, grata a Caltagirone che ha schierato in suo sostegno il Messaggero. Si muove anche un direttore generale del Mef, Stefano Di Stefano, e Alessandro Tonetti, vicedirettore generale di Cassa depositi e prestiti. Ora il Mef smentisce, Bagnai tace. Ma, al confronto, quell’“abbiamo una banca” di Fassino a Consorte, nel 2005, sulla scalata di Unipol a Bnl, (poi fallita) pare quasi una battuta da bar.
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