PERSONE

In ricordo di Danielle Rouard

In ricordo di Danielle Rouard

Danielle Rouard, “grande reporter” di Le Monde e per anni corrispondente del quotidiano francese in Italia, è morta a Parigi il 10 agosto 2025, all’età di 84 anni. Voglio ricordarla qui con un articolo di Philippe Ridet apparso su Le Monde. E, a seguire, con un mio personale ricordo di una cara collega e grande amica.


Danielle Rouard, giornalista appassionata

di Philippe Ridet /

Probabilmente perché era nata il 1° novembre, Danielle Rouard, ex grande reporter e corrispondente di Le Monde in Italia, detestava gli addii, i saluti e i crisantemi. Al telefono, aveva già riattaccato mentre tu continuavi a parlare nel vuoto. Scomparendo domenica 10 agosto, all’età di 84 anni, in piena estate in una Parigi deserta, non ha fatto altro che seguire la sua naturale inclinazione che la portava a congedarsi senza troppi convenevoli.

Nata a Romans-sur-Isère (Drôme) quando la seconda guerra mondiale aveva già festeggiato il suo primo anniversario, ultima di dieci figli, aveva la sete di conoscenza di una generazione cresciuta nell’inquietudine e nella paura del domani. Figlia di un rappresentante di tessuti, egli stesso erede dei venditori ambulanti dell’Oisans, e di una commerciante di lenzuola, era una studentessa tanto studiosa quanto dotata.

Già allora era guidata da un’ossessione: lasciare Romans, consapevole che una donna non può realizzarsi, almeno non lei, nella maternità ripetuta. Direzione Parigi. Scienziata, frequenta i corsi della scuola femminile del Politecnico e poi di Sciences-Po Paris. Vivendo inizialmente nella città universitaria di Antony (Hauts-de-Seine) con altri spiriti brillanti – «Si distribuivano già premi Nobel», scherza un testimone dell’epoca – impara a conoscere le famiglie selezionate, le bande.

Seguiranno altre esperienze simili, come la vita in una comunità in rue du Ruisseau, nel 18° arrondissement di Parigi, poi, durante le vacanze, a Quinson, un piccolo villaggio delle Alpi dell’Alta Provenza, dove ritrova amici simili a lei per inventare altri modi di relazionarsi con gli altri. Inutile dire che il Maggio ’68 la segnerà in modo indelebile.

Vicina alla Gauche prolétarienne. Un’altra hippie in un’epoca in cui non mancavano certo? Non proprio, perché Danielle Rouard è guidata meno dal peace and love degli anni ’70 che dal materialismo dialettico di Karl Marx. Vicina alla Gauche prolétarienne e ai membri del giornale La Cause du peuple, frequenta militanti maoisti puristi, “estabiliti” e alcuni di coloro che si riuniranno attorno a Serge July per fondare Libération nel 1973.

Tuttavia, anche se il giornalismo la attira, è l’economia che le permette di vivere. Terminati gli studi, dal 1961 al 1965 lavora come analista numerica all’Institut Blaise-Pascal del CNRS, poi entra a far parte, come ricercatrice in metodi di pianificazione, del Centre pour la recherche économique et ses applications (Cepremap), diretto per un certo periodo da Daniel Cohen. Parallelamente, inizia a scrivere articoli freelance per diversi giornali, tra cui alcuni per il giornale Parents, una curiosità per una donna che ha scelto di non essere genitore.

Ma è proprio grazie all’economia che entra a far parte del quotidiano Le Monde senza aver seguito studi di giornalismo. Il suo primo articolo appare nell’edizione del 13-14 aprile 1975 del quotidiano serale. Sotto il titolo “La vita sociale ed economica”, è dedicato a uno sciopero in una fabbrica di copriletti. Gli operai vogliono salvare la fabbrica. Ispirati da quelli della Lip di Besançon, hanno costituito delle scorte che vendono direttamente.

Diventata reporter per il servizio di informazione generale nel 1983, segue il dossier corso che, come tutti coloro che vi si sono dedicati, la appassiona. Si interessa in particolare alle attività dei clienti della Brise de mer, alcuni dei quali non esitano a minacciarla per la sua curiosità. Dieci anni dopo, raggiunge lo status di grande reporter. In questa occasione, vive l’esperienza della guerra in Afghanistan e inizia a seguire l’attualità italiana.

Simbolo della sua generazione. La vera felicità professionale a volte può richiedere molto tempo. Di natura ribelle e inquieta, Danielle Rouard era destinata a diventare corrispondente a Roma e a realizzarsi lì. Senza presenze gerarchiche e con l’ansia che l’attualità non fosse all’altezza o che la redazione parigina finisse per dimenticarsi di lei. Questa esperienza dura tre anni, il tempo necessario per seguire da vicino i tumulti politici della Penisola, la mafia, gli sbarchi dei migranti e tutto il resto.

Economia, cronaca, società… I libri scritti o co-scritti da Danielle Rouard testimoniano la varietà dei suoi interessi: un’opera scientifica sull’energia solare redatta con il suo amico degli anni di Mao, il matematico Pierre Audibert (1941-2020), un altro sul musicista Manu Dibango (1933-2020), che era orgogliosa di aver visto tradotto in inglese e in italiano, e infine una guida di New York.

Avrebbe voluto pubblicare la sua autobiografia, di cui aveva scritto alcuni capitoli. Il suo obiettivo non era tanto quello di mettersi in mostra, quanto quello di offrire la sua vita come esempio per coloro, soprattutto donne, che avrebbero scelto di intraprendere questa professione. Consapevole di aver sacrificato molto per essa – la sua vita personale, una possibile vita familiare e gran parte della sua salute –, sapeva di aver dovuto affrontare molte difficoltà insieme alle giornaliste della sua età. In questo senso si può dire che fosse un simbolo sia della sua generazione che del suo sesso.

Andata in pensione nel 2003, continuò a vivere a Roma, in un piccolo appartamento al primo piano di un bel palazzo adiacente al chiostro di Saint-Louis-des-Français. La luce non entrava, o quasi. Coltivava piante rigogliose nel cortile. È lì che l’abbiamo incontrata per la prima volta un giorno della primavera del 2008 e che siamo diventati prima vicini di scala, poi amici.

Burbera e generosa, dispensava consigli e si arrabbiava se non li seguivamo, faceva regali per i compleanni e viziava i bambini in modo sconsiderato. Raramente eravamo d’accordo, che si trattasse di politica, del quotidiano Le Monde o dell’Italia. Ma non siamo mai rimasti arrabbiati per più di ventiquattro ore. Rimane tuttavia un mistero che più di diciassette anni di regolare frequentazione non mi hanno permesso di svelare: perché questa scienziata che apparentemente doveva capire tutto del funzionamento delle cose ha martoriato così tanti telefoni cellulari, computer e telecomandi della televisione?

L’eclettismo della sua carriera e degli argomenti trattati hanno reso Danielle Rouard una giornalista di spicco della nostra redazione. Le Monde porge le più sincere condoglianze alla sua famiglia e ai suoi cari, nonché a coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerla e apprezzarla nel corso della sua lunga carriera nel nostro giornale.


Cara Danielle

di Gianni Barbacetto/

Cara Danielle, negli ultimi anni ci vedevamo poco: tu a Parigi, io a Milano. Ci sentivamo ogni tanto al telefono, tu accennavi brevemente ai tuoi acciacchi, con ritosia, io ti raccontavo che ero contento del mio lavoro, meno della situazione politica in Italia. Ci siamo salutati nell’inverno del 2023, nella tua casa di Montparnasse. Dietro la facciata ruvida, esondava un grande affetto e una dolce generosità. Ho ancora i regalini che portavi a me e alle mie bambine quando, negli anni, venivi a Milano.

Da corrispondente di Le Monde dall’Italia, sei perfino riuscita a darmi ospitalità a Roma, nel tuo piccolissimo appartamentino tra il Senato e San Luigi dei Francesi, nei primi giorni del mio trasferimento da Milano a Roma per lavorare in tv con Michele Santoro. Dopo la fine del tuo lavoro per Le Monde, sei restata per qualche anno a Roma, fiera del tuo incarico d’insegnamento all’università, ti piaceva parlare ai ragazzi del tuo lavoro, del giornalismo, del sistema dei media. Ogni volta ti spingevo a scrivere la storia di una vita e di un impegno giornalistico che sarebbe stato interessante leggere. Mi ero offerto anche di darti una mano. Non abbiamo fatto in tempo.

Del resto, nella tua vita avevi scritto tanti reportage e realizzato grandi inchieste, avevi fatto molte interviste, tra cui quella splendida ad Ahmad Massoud, “il Leone del Panjshir”, leader laico della resistenza afgana: ma tu non te la tiravi, era impossibile vederti posare da grande cronista che aveva visto e scritto tanto, eri del tutto immune dal narcisismo dei giornalisti che si sentono degli Hemingway redivivi.  

Ci eravamo incontrati la prima volta quando tu, “grande reporter” di Le Monde, eri arrivata a Milano per raccontare l’arrivo al governo di Silvio Berlusconi, che in Francia già conoscevate come imprenditore della tv. Abbiamo fatto un’inchiesta insieme, andando anche in Lussemburgo, a interrogare, tra gli altri, il banchiere della Bil (Banque Internationale de Luxembourg) che curava gli affari di Berlusconi nella prima pay-tv in Europa, non senza prestanomi e la sua solita circumnavigazione attorno alle leggi. Al termine del nostro lavoro, tu pubblicasti il tuo reportage in due puntate sul Monde, (“Les fusibles du Cavaliere”, “Sur la piste d’un eurocartel de la télévision”). Io scrissi un articolo sul mio giornale d’allora, L’Europeo.

Danielle e io andammo anche a suonare un campanello, a sorpresa, nella via linda di un quartiere giardino della capitale del Lussemburgo: in una elegante villetta bianca viveva uno dei latitanti di Mani pulite, Mauro Giallombardo, allora ricercato dalla giustizia italiana come gestore di una parte delle tangenti del leader socialista Bettino Craxi. Speravamo di poterlo intervistare, o di potergli strappare una qualunque reazione, o almeno di poterlo vedere per scrivere che il grande latitante stava comodamente a casa sua. Ci venne ad aprire una cameriera che indossava una divisa perfetta, grembiulino bianco e crestina, che ci disse, in francese, che “il signore era fuori”.

Danielle mi chiese una grande scheda sulle accuse a Berlusconi di rapporti con Cosa nostra, che già nel 1994 cominciavano a circolare. La vidi pubblicata (“Polémique autour de la Mafia”) con la mia firma sul Monde del 24 novembre 1994. Grande orgoglio, per me allora giovane cronista italiano con venerazione per il giornale parigino. Abbiamo continuato a sentirci, più raramente dopo il suo ritorno a Parigi. Io continuo a pensarla, di tanto in tanto, giornalista generosa e appassionata delle materie su cui scriveva, senza un grammo di quel cinismo che è la malattia contagiosa del giornalismo.
  


giannibarbacetto.it, 2 settembre 2025; 24 novembre 2025
To Top