SISTEMA MILANO

Un convegno per capire il Modello Milano

Una città schiava delle narrazioni. Fino a un paio d’anni fa erano trionfanti e zuccherose: Milano place to be, metropoli dallo sviluppo inarrestabile, attrattiva, europea, scintillante. Ora, dopo che qualcuno ha gridato che il re è nudo, prevale la narrazione del “ma anche”: negli scorsi 15 anni è stato fatto tanto di buono, ma anche tanti sono i problemi, la crisi abitativa, l’aumento delle disuguaglianze, la riduzione degli spazi pubblici, il peggioramento dei servizi ai cittadini.

Domanda: questi problemi sono funghi spuntati ora, frutti inattesi e imprevedibili dell’autunno incipiente, o sono invece il risultato di 15 anni di Modello Milano? È una delle domande a cui cercherà risposta il convegno organizzato da Fatto quotidiano e Altreconomia (16 e 17 ottobre all’auditorium Acli di Milano, via della Signora 3, programma completo su ilfattoquotidiano.it).

Il Modello Milano è quel modello di sviluppo della città basato sulla crescita edilizia, sullo sviluppo immobiliare, sulla cosiddetta “rigenerazione urbana”. L’obiettivo dichiarato era quello di rendere la città internazionale e “attrattiva”. La pubblica amministrazione, in continuità tra giunte di centrodestra (Albertini-Moratti) e centrosinistra (Pisapia-Sala), ha operato per attrarre capitali a Milano. Obiettivo raggiunto: Milano è diventata la città prima in Europa per investimenti immobiliari, soprattutto dai fondi internazionali.

Come è stato raggiunto l’obiettivo della “attrattività”? Uno, abbassando la quota di prelievo pubblico sulle attività edilizie, con gli oneri di costruzione più bassi d’Europa e con “monetizzazione degli standard” generalizzate e concesse a prezzi bassissimi. Due, abbassando la soglia delle regole urbanistiche, per esempio dilatando il concetto di “ristrutturazione” allargato per edifici che sono manifestamente nuove costruzioni (il cosiddetto Rito Ambrosiano). Insomma: gli operatori locali e i fondi internazionali hanno investito a Milano perché costruire qui era più facile e meno costoso.

Più in generale, le amministrazioni pubbliche che si sono succedute hanno via via ridotto il peso del loro intervento di regolazione della dinamica di sviluppo, hanno rinunciato a guidare le trasformazioni, consegnando la regia agli operatori privati. I nodi del Modello Milano sono arrivati oggi al pettine: indiscutibile l’aumento della ricchezza concentrata a Milano e il cambiamento dello skyline.

Ma con conseguenze pesanti per i cittadini: aumento dei costi dell’abitare, crescita delle disuguaglianze, espulsione di una quota consistente di cittadini, esplosione dell’emergenza casa, incapacità di sviluppare il patrimonio esistente di case popolari e di utilizzare e assegnare quelle esistenti, riduzione dei servizi ai cittadini (dalla diminuzione delle corse del trasporto di superficie, alla chiusura delle piscine comunali eccetera).

L’apprendista stregone, ammaliato dal suo stesso successo, sembra avere infine perso il controllo della sua magia sviluppista. E ora che è in via d’esaurimento la fase ascendente del mercato immobiliare, finiti i tempi delle vacche grasse, le statistiche cominciano a mostrare segnali economici di rallentamento della crescita complessiva.

Queste, per lo meno, sono le ipotesi da cui siamo partiti per proporre questo convegno. Ipotesi da valutare, per confermarle oppure smentirle. Ascolteremo i dati, le cifre, i fatti portati da docenti, studiosi, ricercatori indipendenti. Siamo due giornali, due organi d’informazione – Altreconomia e Fatto quotidiano – che propongono una riflessione su quanto è accaduto in questi 15 anni, una verifica scientifica sul Modello Milano, un confronto con le politiche urbane delle altre città europee (Amsterdam, Berlino, Bruxelles, Monaco di Baviera, Parigi), un confronto tra scrittori (Silvia Ballestra, Jonathan Bazzi, Marco Philopat, Alessandro Robecchi, Lucia Tozzi) sulle narrazioni di Milano. Poi la parola passerà ai cittadini.

Il Fatto quotidiano, 16 ottobre 2026
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