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Fuoco di Paglia: Arnaldo Forlani come Socrate

Fuoco di Paglia: Arnaldo Forlani come Socrate

“Volle bere la cicuta fino in fondo”, Arnaldo Forlani. Così ha detto monsignor Vincenzo Paglia, arcivescovo presidente della Pontificia accademia per la vita, citando una vecchia dichiarazione dello stesso Forlani, “che non si era sottratto all’azione della magistratura” pur ritenendosi “ingiustamente accusato”.

Ai funerali di Stato del leader democristiano, Paglia lo ha ricordato nell’omelia come “esempio di rigore, di serietà e di sobrietà”. Certo, confrontato con i puttanieri della Seconda Repubblica, “Coniglio mannaro”, il “Grande Temporeggiatore”, la “Tigre che dorme”, appare sobrio. Ma forse paragonarlo a Socrate è un filino esagerato. Anche perché il filosofo greco fu condannato ingiustamente a morte, mentre Forlani è vissuto tranquillo fino a 98 anni e non ha scontato in carcere neppure un giorno della sua condanna a 2 anni e 4 mesi per finanziamento illecito.

Fu il tesoriere della Dc Severino Citaristi a confessare che passò a Forlani una parte (8 miliardi di lire) della maxitangente Enimont da lui incassata per conto della Dc. E lo confermò il manager Carlo Sama, l’amministratore delegato di Montedison che pagò e distribuì la mazzettona. Ma ora va di moda la giustizia fai-da-te, le sentenze à la carte, dunque il vescovo ha sottolineato “l’inconsistenza delle accuse che gli sono state rivolte”. E ha affermato che “di certo non si è arricchito con il suo impegno pubblico”: dimenticando che rubare per il partito è perfino più grave che rubare per sé, perché trucca e scassa le regole della democrazia.

La condanna fu, per Sua Eccellenza, “effetto amaro del clima devastante di quegli anni”. Devastante fu semmai lo spettacolo dei ladri di Stato. Forlani lo capì, nel 1993, tanto che la sua immagine al processo Cusani, con la bavetta agli angoli della bocca, i suoi silenzi e il suo visibile imbarazzo divennero l’icona della fine della Prima Repubblica.

Il Fatto quotidiano, 12 luglio 2023
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