GIUSTIZIA

Alessandra Dolci: “Virus, sbagliato scarcerare i boss”

Alessandra Dolci: “Virus, sbagliato scarcerare i boss”

Sono 376 i detenuti ritenuti pericolosi che sono stati scarcerati in queste settimane di emergenza virus. Tra essi, un boss di Cosa nostra come Francesco Bonura e uno della Camorra come Pasquale Zagaria. E Cataldo Franco, custode del piccolo Giuseppe Di Matteo che fu poi sciolto nell’acido per punire il padre diventato collaboratore di giustizia. E, ancora, Domenico Perre, uomo della ’ndrangheta tra gli autori del sequestro Sgarella.

Alessandra Dolci, procuratore aggiunto a Milano e capo della Direzione distrettuale antimafia, indica l’origine delle scarcerazioni nella nota del 21 marzo emessa dal Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, allora guidato da Francesco Basentini, oggi estromesso.

Che cosa diceva quella nota del Dap?

Invitava le direzioni degli istituti penitenziari ‘a segnalare con sollecitudine’ ai Tribunali di sorveglianza i detenuti con una serie di patologie, affinché potessero prendere in considerazione le istanze di scarcerazione, in considerazione dell’emergenza sanitaria determinata dalla possibilità di contagio per il coronavirus. Da questo si è scatenata un’alluvione di istanze di detenuti di ogni tipo. Continuano ancora ad arrivare. Sono oggi ne ho viste, qui a Milano, una decina.

Domande presentate anche da mafiosi?

La nota del Dap non distingueva tra detenuti comuni e detenuti per mafia, tra regime penitenziario ordinario e quello speciale. Così sono stati scarcerati anche detenuti al 41 bis, cioè al carcere duro previsto per i mafiosi, e detenuti As1, cioè usciti dal 41 bis, e As3, cioè condannati per reati di competenza delle Direzioni distrettuali antimafia, come per esempio il traffico di stupefacenti. Ebbene: i detenuti al 41 bis sono in isolamento, sono in cella singola e possono incontrare un numero limitato di detenuti, quattro al massimo. Vivono dunque in assenza di promiscuità e dall’eventuale contagio sono di fatto più protetti di noi.

A decidere le scarcerazioni sono stati i Tribunali di Sorveglianza.

Sì, le istanze di scarcerazione sono state esaminate dal magistrato di sorveglianza, che in via d’urgenza le ha accolte, valutando che ci fosse un pericolo di contagio: davvero ipotetico, nel caso di detenuti al 41 bis. Ora le decisioni dovranno essere prese in considerazione dal Tribunale di sorveglianza, cioè l’organo collegiale, che le potrà confermare o revocare. E poi potranno eventualmente essere impugnate dalle Procure generali. Queste sono le regole.

A chi è stato scarcerato sono state imposte alcune prescrizioni.

Sì, il divieto d’incontrare altri pregiudicati, l’obbligo di comunicare gli spostamenti da casa… Prescrizioni che vanno bene per i detenuti comuni, non per i mafiosi, e tanto più per quelli al 41 bis, a cui devono essere impediti tutti i contatti con il contesto criminale da cui provengono.

Ma la salute è un bene da tutelare a ogni costo.

Certo. Ma nei provvedimenti che ho potuto leggere il differimento della pena per motivi di salute è stato concesso senza una precisa documentazione sanitaria. Non solo: la norma dice che il differimento può essere concesso solo se non c’è il pericolo di reiterazione del reato. Insomma: nei provvedimenti che ho visto, non c’erano a mio avviso i presupposti per l’accoglimento. Perché asserivano gravi condizioni di salute, senza documentarle adeguatamente. E perché non consideravano la caratura criminale di chi le presentava: come Bonura, esponente apicale di Cosa Nostra, o Perre, uomo di vertice della ‘ndrangheta. Non c’erano, a mio avviso, i presupposti per concedere la detenzione domiciliare. I magistrati di Sorveglianza avrebbero potuto chiedere quali erano le misure che il carcere metteva in atto per evitare il contagio: distanziamento eccetera. Solo allora avrebbero avuto un quadro completo della situazione, per decidere adeguatamente.

Il Fatto quotidiano, 7 maggio 2020
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