CORONAVIRUS

Perché essere pessimisti/Perché essere ottimisti sul virus

Perché essere pessimisti/Perché essere ottimisti sul virus

È nel pieno del lavoro, all’ospedale Sacco di Milano. La professoressa Maria Rita Gismondo da due settimane, con la sue équipe del laboratorio di microbiologia clinica e diagnostica delle bioemergenze, analizza tamponi di pazienti possibili contagiati dal coronavirus. La sua proposta, avanzata nei primi giorni dell’emergenza, di non esagerare con i toni d’allarme, ha scatenato le ire, sempre pronte a scatenarsi, del virologo Roberto Burioni. Ora continua a ritenere che “la situazione sia sotto controllo e che sia necessario mantenere la calma”. Senza abbassare la guardia dei controlli e della prudenza. Con lei proviamo a stilare un elenco dei motivi per cui essere preoccupati e attenti; e di quelli per cui essere invece più rassicurati e tranquilli.

Perché essere pessimisti

Ecco cinque motivi per cui essere preoccupati e attenti secondo la professoressa Maria Rita Gismondo dell’Ospedale Sacco di Milano.

1. Un Paese di anziani

Siamo una popolazione vecchia, con un alto numero di anziani (oltre 15 mila le persone sopra i cento anni): secondi al mondo, dopo il Giappone, per longevità. Sappiamo che gli anziani sono i più colpiti dal coronavirus. Per questo motivo, dunque, nel nostro Paese è possibile una più ampia diffusione e penetrazione dell’infezione da Covid-19.

2. L’onda lunga

In questo momento stiamo vivendo l’onda lunga dei contagi partiti dal primo focolaio, quello della Bassa lodigiana. Abbiamo avuto molti casi, che necessitano peraltro di cure intensive, concentrati in un periodo molto breve. La percentuale è contenuta, ma il numero assoluto è alto. Il vero problema, oggi, è riuscire ad avere una risposta rapida dall’organizzazione sanitaria sotto pressione.

3. Abbiamo fatto un errore

Abbiamo fatto un errore, che si ripercuote sull’immagine internazionale dell’Italia: siamo stati i primi a comunicare il numero dei soggetti trovati positivi al virus, lasciando intendere che fossero malati. Ma sappiamo che è così soltanto nel 10% dei positivi, mentre la maggior parte guarisce senza alcun supporto sanitario.

4. Troppa “tranquillizzazione”

È scattato in Italia quel fenomeno che gli psicologi sociali chiamano “iper-tranquillizzazione”: quando ci sono troppi messaggi tranquillizzanti, scatta la reazione opposta e la gente si allarma.

5. Il sistema sanitario spezzettato

Abbiamo una sanità spezzettata, regione per regione. Questo non aiuta le misure di contenimento, a oggi l’unico mezzo che abbiamo contro il virus. Ma i provvedimenti dovrebbero essere uguali su tutto il territorio nazionale. Le regioni ancora non esposte devono sentirsi nello stesso livello di rischio delle altre, perché la gente in Italia, come dimostrato, viaggia e gira per il Paese.

Se posso aggiungere un sesto motivo di preoccupazione, questo riguarda la politica. La sfiducia e la confusione dei cittadini sono alimentate dalle polemiche e dai continui litigi dei politici. Una quarantena utile potrebbe essere la quarantena mediatica di tutti i politici.

Perché essere ottimisti

Ecco cinque motivi per essere più tranquilli secondo la professoressa Maria Rita Gismondo dell’Ospedale Sacco di Milano.

1. Il pericolo contenuto

I contagiati oggi sono migliaia e aumenteranno. Ma questo, da una parte, ci invita a vivere con prudenza e a fare di tutto per contenere il contagio. Dall’altra, ci permette di affermare che il pericolo di ammalarsi è molto basso e, soprattutto, che è ancor più basso il rischio di ammalarsi gravemente.

2. La natura dei decessi

I decessi sono quasi totalmente dovuti all’ulteriore aggravamento di condizioni patologiche gravi pregresse. Può sembrare un ragionamento cinico, ma ci permette di affermare che chi è in buone condizioni di salute di partenza, in caso sia contagiato dal virus difficilmente rischia le conseguenze più gravi.

3. Essere responsabili

I cittadini hanno dimostrato in queste settimane una buona reazione individuale, assumendosi responsabilità, accettando limitazioni di movimento e comportamenti prudenti e igienicamente corretti. C’è da sperare che tutto ciò si diffonda ancor più nelle prossime settimane.

4. I nostri medici

Questa crisi sanitaria, che diventerà anche economica, ci sta insegnando l’importanza dei medici e dell’assistenza sanitaria, a cui non bisogna pensare soltanto nei momenti di crisi. Speriamo che molti giovani medici vengano assunti e che questa crisi diventi un’occasione affinché la nostra “vecchia” sanità si rifornisca di nuove energie.

5. Il mondo e i confini

In un mondo che vuole innalzare muri, la natura ci sta dimostrando che i confini non esistono, che i muri non fermano il contagio. Dobbiamo fare del nostro meglio per evitare che il contagio si diffonda, praticare comportamenti virtuosi per diminuire le occasioni di diffusione del virus. Ma sapendo che il mondo non si può fermare.

 

Contagi nei Tribunali, giustizia rallentata

Un terzo magistrato del Palazzo di giustizia di Milano è risultato positivo al coronavirus. È un sostituto procuratore generale che è comunque in buone condizioni. Si aggiunge ai due giudici civili, marito e moglie, risultati positivi nei giorni scorsi. Sabato e domenica l’intero palazzo sarà sanificato per disposizione del prefetto di Milano Renato Saccone, che ha concordato l’intervento con il ministero della Giustizia e con i dirigenti degli uffici giudiziari, tra cui il presidente della Corte d’appello Marina Tavassi.

Il presidente del Tribunale Roberto Bichi e il procuratore della Repubblica Francesco Greco hanno emesso circolari per ridurre al minimo i contatti e dunque le occasioni di contagio. “Il Palazzo di giustizia non chiude”, ricorda Luca Poniz, pm a Milano ma anche presidente dell’Associazione nazionale magistrati. “I Tribunali sono come gli ospedali, non sono mai chiusi. Lavorano anche quando non sono aperti al pubblico, perché devono sempre offrire un servizio ai cittadini garantito dalla Costituzione. Non ha chiuso il Palazzo di giustizia di Bari dopo il crollo, né quello dell’Aquila dopo il terremoto. Certo, oggi l’attività deve essere allentata e ridotta, per ridurre i rischi di contagio”.

Rinviate le udienze penali e civili previste fino al 16 marzo, tranne quelle urgenti e con detenuti. Differito nel tempo tutto ciò che si può differire, purché non incida sulla libertà personale delle persone indagate o imputate. Ridotta l’attività non urgente e soprattutto i contatti con il pubblico. Chiusi fino al 15 marzo alcuni uffici, tra cui quelli dell’esecuzione penale, del deposito atti e l’archivio. Sospesi i termini a difesa fino al 31 marzo. Gli impiegati amministrativi del Palazzo milanese con figli minori possono stare a casa fino a sabato e la loro assenza è considerata giustificata. I contatti diretti tra i magistrati, gli avvocati, il pubblico sono ridotti al minimo e, dove possibile, devono essere sostituiti da comunicazioni elettroniche, e-mail, contatti online attraverso il sito internet della Procura.

Il procuratore generale facente funzione Nunzia Gatto ha autorizzato tutti “i magistrati dell’ufficio che non abbiano impegni di udienze e che non abbiano turni di presenza a svolgere lo smart working” da casa. Il personale amministrativo della Procura generale può non venire in ufficio, garantendo solo un “presidio” a Palazzo per i servizi minimi e essenziali. La situazione è in sviluppo, dunque c’è attesa per come si evolverà nei prossimi giorni.

Il Consiglio superiore della magistratura ha intanto chiesto al ministro della Giustizia di rinviare i processi civili e penali e di sospendere i termini, come si è già fatto per gli uffici giudiziari della zona rossa, anche per gli altri tribunali “ove si manifesti un rischio di contagio accertato dall’autorità sanitaria”.

Il ministro Alfonso Bonafede sta in effetti lavorando “a un provvedimento con prescrizioni restrittive in tutte le strutture giudiziarie, per la tutela degli operatori e l’adozione di ogni misura idonea a contenere il contagio”.

A Napoli, dove due magistrati sono risultati positivi, il procuratore della Repubblica Gianni Melillo ha disposto la chiusura al pubblico degli uffici. A Roma, dove non ci sono invece casi di contagio, sono state disposte misure precauzionali, come la riduzione degli assembramenti e delle code davanti agli uffici. Alcune udienze sono già state celebrate a porte chiuse, come quella sul presunto depistaggio del caso Cucchi.

 

Il Fatto quotidiano, 6 marzo 2020
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