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De Benedetti. Il burattinaio è restato senza burattini (del Pd)

De Benedetti. Il burattinaio è restato senza burattini (del Pd)

Per la prima volta Carlo De Benedetti, tessera numero 1 del Partito democratico, non sostiene un governo con dentro il Partito democratico. “Io non voterei la fiducia a questo governo”, ha detto lunedì sera, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. “I padri di questo governo si chiamano Renzi e Grillo, e non mi sembra un grande albero genealogico”. E ancora: “Il premio del trasformismo va a Giuseppe Conte, quello della falsità a Matteo Renzi. Ma il premio assoluto per maggiore incompetenza spetta a Luigi Di Maio”.

Non è certo strano che De Benedetti, l’Ingegnere, parli pubblicamente di politica. È la sua passione. Da decenni. Gli piace essere, se non proprio il burattinaio, almeno il grande suggeritore della politica italiana. E magari incassarne – perché no – qualche beneficio per i suoi affari.

L’amore cominciò negli anni Ottanta, quando a dominare i palazzi del potere era il Caf, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani. De Benedetti fu ritenuto il leader-ombra del partito anti-Caf, la tacita alleanza tra l’ex segretario della Dc, Ciriaco De Mita, e l’allora leader del Pci-Pds, Achille Occhetto.

Fu poi Mani pulite a incaricarsi di liquefare i partiti della Prima Repubblica, con indagini che coinvolsero però anche De Benedetti, il quale partecipava al sistema di Tangentopoli – mazzette in cambio di appalti – come tanti suoi più silenziosi colleghi. Ammise di aver pagato tangenti per 10 miliardi di lire ai partiti di governo per far ottenere alla sua Olivetti una commessa dalle Poste italiane.

Dopo Mani pulite, negli anni Novanta arrivò Silvio Berlusconi, che invece di fare solo il suggeritore si fece egli stesso politica. De Benedetti, come editore di Repubblica e del gruppo l’Espresso, assunse allora il ruolo di leader – neanche tanto in ombra – del fronte anti-Caimano.

Eppure non disdegnò di farci affari insieme: nella M&C, una società nata con la missione di salvare aziende in crisi, in cui era stato ventilato l’ingresso anche del Grande Nemico, che pure gli aveva scippato la Mondadori grazie a una sentenza comprata attraverso l’amico Cesare Previti. Dopo l’annuncio della possibile alleanza con Berlusconi, il matrimonio sfumò, ma l’operazione nel 2005 gli fruttò belle plusvalenze, anche se acciaccate da un’accusa di insider trading per cui Cdb pagò alla Consob, la commissione che controlla i mercati finanziari, una sanzione di 30 mila euro.

Il suo amore per la politica e la voglia di raccontarlo a tutti gli giocano brutti scherzi. Come quando nel 2001, intervistato dal Corriere della sera, inflisse un “buco” alla sua Repubblica rivelando di essere stato lui a suggerire il nome di Francesco Rutelli come candidato da contrapporre alle elezioni a Berlusconi. I risultati furono pessimi e il Caimano trionfò. Si rivoltò anche Gianni Cuperlo, allora nelle truppe di Massimo D’Alema, che su l’Unità protestò: “Il prossimo leader non lo sceglierà De Benedetti”. Fu Walter Veltroni, che a De Benedetti piacque e comunque proprio non brillò nella sua sfida all’avversario di cui in campagna elettorale non pronunciava neppure il nome.

Nel 2007 De Benedetti chiese la tessera numero 1 del Pd, tessendo le lodi di Rutelli e di Veltroni. Ciò bastò a farli tramontare. Arrivò Pier Luigi Bersani e De Benedetti esternò che il Pd lo aveva deluso. Cambiare idea è segno di vivacità intellettuale e Cdb cambiò idea nel 2012, quando annunciò che alle primarie del Pd avrebbe votato proprio per Bersani contro Matteo Renzi, fulminato così: “Di Berlusconi ce n’è bastato uno”. Peccato però che poi abbia di nuovo cambiato idea e scelto Renzi – diventato “un fuoriclasse” – per le primarie 2013. A distanza di dieci anni, Cuperlo si fece risentire: “È in corso un’opa di Repubblica sul Pd”.

Più che un’opa, un insider trading. Un paio di anni dopo, nel gennaio 2015, De Benedetti fece visita a Renzi che gli anticipò la sua riforma delle banche popolari. Uscito da palazzo Chigi, l’Ingegnere telefonò al suo operatore finanziario, Gianluca Bolengo, ordinandogli di comprare azioni delle popolari. Bolengo investì 5 milioni di euro e gli fece guadagnare 600 mila euro di plusvalenza. La Consob segnalò l’operazione, la Procura di Roma aprì un’indagine. Ma poi la chiuse, salvando l’Ingegnere e condannando il povero Bolengo.

Prima, De Benedetti aveva sostenuto Mario Monti, preferendo il suo governo alle elezioni: fatte allora, avrebbe vinto il Pd, che invece s’incamminò sulla strada del declino. Aveva sostenuto anche Enrico Letta, e il declino si era approfondito. Aveva pure sostenuto (insieme all’arcinemico Berlusconi) la rielezione a presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, preferendolo a Stefano Rodotà.

L’amore per la politica, insomma, gioca brutti scherzi a lui e soprattutto agli oggetti del suo amore. È comunque un amore ricambiato: se la vecchia politica gli comprava i computer Olivetti per metterli negli uffici postali, la “nuova” politica – governo Ciampi, 1994 – gli regala in una notte le frequenze telefoniche per far decollare la sua Omnitel.

Più recentemente, compie il miracolo di finanziare la sua malandata società energetica, Sorgenia, che nel 2013 aveva un buco di 537 milioni, ma viene sostenuta dalle banche (prima fra tutte Montepaschi) con 1,85 miliardi di prestiti e poi salvata quando la famiglia De Benedetti l’abbandona al suo destino. E Kos, residenze per anziani, è sostenuta al 46 per cento dai soldi pubblici del fondo healthcare di F2i.

Ma si sa che l’amore, quando è incontenibile, trabocca. E arriva fin nei verbali della Consob, in cui De Benedetti non si trattiene e si vanta di essere lui il vero manovratore del governo Renzi, di cui si definisce “advisor gratuito e saltuario”, nonché vero ideatore del Jobs Act (“Gliel’ho suggerito io”). Con questa storia alle spalle, che sarà mai, dunque, l’ultimo anatema contro il governo giallo-rosè?

Il Fatto quotidiano, 11 settembre 2019 (versione modificata)
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