GIUSTIZIA

Pomarici, vita da magistrato

Pomarici, vita da magistrato
di Armando Spataro.

In questi giorni sono stati comprensibilmente diffusi nelle mailing list di magistrati e in quelle “aperte” molti messaggi di saluto e augurio a tanti validi colleghi di prossima “collocazione a riposo per raggiunti limiti di età” (dizione tecnica). O destinati a chi quella “collocazione” aveva già da poco scelto.

Personalmente, ho atteso quasi la fine del giorno di Natale per salutare Enrico Pomarici, il fratello maggiore che non ho mai avuto: spero così non solo di rafforzare gli auguri a lui diretti, ma anche – a liste in questo giorno meno affollate e in giornate di auspicabile riposo – di meglio richiamare l’attenzione dei lettori. Maggior attenzione a lui, naturalmente, sia pure attraverso le mie parole.

Qualche anno fa ho scritto un libro sulla mia esperienza professionale (scusate l’autocitazione) in cui Pomarici è citato almeno 80 volte (senza contare le due/tre citazioni per pagina che spesso vi compaiono): ciò spiega cosa Enrico ha rappresentato per me e – senza enfasi aggiungo – per la storia della magistratura italiana. Ripercorrerò alcune dei fatti oggetto di quelle citazioni.

Il nome

Intanto, il suo primo nome è Ferdinando, il secondo – in ricordo di un suo caro zio – è Enrico: accade così che gli amici lo chiamino «Enrico», gli estranei «Ferdinando» mentre quelli che cercano di apparire suoi amici lo chiamano «Nando», un diminutivo che lui non ha mai usato.

I sequestri di persona

Ho conosciuto Enrico Pomarici appena arrivato a Milano, dopo il tirocinio, nel settembre 1976 (cioè quasi 40 anni fa): da sostituto in una grande Procura, come a molti accade, mi trovai immediatamente catapultato in un lavoro molto impegnativo, per mole e qualità. Mi capitò di venire subito assegnato al settore dei sequestri di persona, un fenomeno in quegli anni ancora molto diffuso.

Ebbi subito un modello: Pomarici, che se ne occupava a tempo pieno ed era stato colui che, sin dal 1976, con una scelta molto sofferta e criticata, aveva ideato il cosiddetto «blocco dei beni»: grazie ai suoi provvedimenti giudiziari, i beni di famiglia dei rapiti venivano congelati per impedire il pagamento del riscatto e così rendere il sequestro non remunerativo.

Tutto l’ufficio seguì quella sua scelta, pur tra polemiche e «scomuniche» di chi sosteneva che, con cinismo, si impediva ai familiari di attivarsi per la liberazione dei loro cari. Ma fu una linea che alla fine risultò vincente, tanto che il blocco dei beni fu poi recepito anche nella normativa sui rapimenti. E quel fenomeno criminale si esaurì. La mia prima esperienza si consumò, dunque, all’ombra di Pomarici. Ma anche le altre.

Gli anni di piombo

Nella primavera avanzata del 1977 mi fu affidato il primo incarico importante: pubblico ministero nella fase dibattimentale del processo al cosiddetto nucleo storico delle Brigate Rosse. Imputati: Renato Curcio, Nadia Mantovani e altri. Il tragico antefatto era stato l’omicidio a Torino dell’avvocato Fulvio Croce del 28 aprile 1977: incaricato di sostenere l’accusa in dibattimento, ebbi due tutor pazienti, Emilio Alessandrini e Enrico Pomarici, da cui molto imparai in quei mesi.

A cavallo del sequestro Moro, nacquero nelle Procure e negli uffici istruzione dei Tribunali più importanti i pool antiterrorismo (ne esisteva uno solo nell’ufficio istruzione di Torino). Il pool antiterrorismo della Procura di Milano registrò una rapida crescita fino alle sei unità: Pomarici ne era il componente più anziano (già da tempo si occupava delle Brigate Rosse) insieme a un altro grande maestro, Corrado Carnevali ora Procuratore a Monza, e ad altri quattro sostituti.

Nel 1980 il pool stava per raggiungere le sette unità. Sapete perché? Perché Guido Galli aveva chiesto e ottenuto il trasferimento in Procura solo dopo avere ricevuto dal procuratore Gresti l’assicurazione che – sia pure senza alcuna esenzione da altri impegni – avrebbe fatto parte di quel gruppo. E sapete perché Galli fece quella richiesta? Perché voleva la certezza di poter lavorare con Pomarici: ciò che avvenne il 19 marzo del 1980 gli impedì purtroppo di realizzare quel suo desiderio.

Impossibile citare, sia pur sommariamente, tutte le indagini condotte da Pomarici nel settore del terrorismo, ma per due di esse faccio un’eccezione per una semplice ragione: furono casi che lo esposero a incredibili attacchi da parte di esponenti del mondo politico.

La scoperta del “covo” di via Monte Nevoso

La prima vicenda che qui voglio citare è quella relativa alla scoperta della base delle Br-Colonna Walter Alasia di via Monte Nevoso a Milano (1 ottobre 1978): una indagine storica che portò all’azzeramento della Colonna Walter Alasia delle Br. Pomarici arrivò in quella base un’ora dopo l’intervento dei carabinieri, mentre ancora nella città risuonavano gli spari di via Pallanza ove, in un altro covo, erano stati arrestati altri brigatisti.

Nonostante proprio i brigatisti Azzolini e Bonisoli avessero successivamente e pubblicamente smentito l’esistenza di qualsiasi mistero, Pomarici fu destinatario di accuse di ogni tipo, da quella di incapacità a quella di connivenza: una campagna segnata da ingiustificato livore di chi sosteneva l’esistenza di inconfessabili retroscena sia nella scoperta della base, sia nella asserita (e in realtà mai avvenuta) sparizione di documenti che lì sarebbero stati custoditi.

Circa dodici anni dopo la scoperta del covo, un politico, all’epoca membro della segreteria del Pci, chiese che la nuova inchiesta (quella scaturita dal rinvenimento di un doppio fondo in un muro dell’appartamento) fosse tolta a Pomarici e affidata ad altri magistrati. Il procuratore della Repubblica Borrelli gli rispose con un secco comunicato e io stesso ne diffusi uno di solidarietà al collega e ai carabinieri, denunciando «gli atteggiamenti di una classe politica che, salvo poche encomiabili eccezioni, strumentalizza a fini di parte ferite ancora aperte nella coscienza della gente».

Il 27 gennaio 2000, a distanza di poco più di vent’anni dalla scoperta della base, un consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino depositò una relazione che alimentava vecchi e nuovi misteri e immetteva sul “mercato” altre bufale. Io e Pomarici chiedemmo e ottenemmo di essere sentiti dalla Commissione per smentirle e, dopo l’audizione svoltasi tra non poche tensioni, scrivemmo una lettera aperta al Corriere della sera che, pubblicata il 16 marzo 2000, ne riassumeva i contenuti. Lo facemmo per rendere onore ai carabinieri e a chi all’epoca della scoperta li dirigeva: il generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

Il presidente Pellegrino, intanto, aveva inviato alla presidenza del Consiglio superiore della magistratura il verbale della seduta del 14 marzo 2000 della sua Commissione in cui si affermava che io e Pomarici avremmo mostrato «arroganza» (dichiarazioni di Bielli), così evidentemente alludendo al nostro sforzo di offrire alla politica elementi certi e non falsi misteri.

Per inciso: falsi misteri e balle di ogni tipo circolano ancora. In altra futura occasione magari racconterò di alcune domande postemi nella seduta del 7 luglio di quest’anno, 2015, dinanzi alla ennesima Commissione sul terrorismo e sul sequestro Moro.

L’omicidio Calabresi

La seconda indagine di Pomarici nel campo del terrorismo che qui voglio citare è quella relativa all’omicidio Calabresi: anche in quell’occasione, invettive e polemiche accompagnarono tutta l’indagine, dalle confessioni di Leonardo Marino ai molti dibattimenti celebrati, fino alla sentenza definitiva di condanna di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani.

Dopo la sentenza di primo grado, emessa nel 1990 da una Corte d’Assise presieduta da Manlio Minale, ricordo che giudici e pubblico ministero si ritrovarono a loro volta «sotto processo». Il vicepresidente del Consiglio dei ministri, Claudio Martelli, si dichiarò allibito per la sentenza. Marco Boato, ex leader di Lotta Continua e senatore della Repubblica, presenziando alla Casa della Cultura di Milano a un controprocesso organizzato dagli amici dei condannati, disse: I magistrati? «Mi fanno tutti un po’ schifo qui a Milano». «E il pm Pomarici», aggiunse «è un killer del diritto, questa è la mia sensazione a pelle» (Corriere della sera, 6 maggio 1990).

Presi posizione a favore di Enrico in mille pubbliche dichiarazioni, anche se sapevo che non ne aveva bisogno. Di certo era stata fatta giustizia: erano stati individuati e condannati gli assassini di Calabresi, cioè i responsabili del primo omicidio della storia del terrorismo italiano, checché ne dica Sofri, il quale, in un incredibile articolo pubblicato sul Foglio l’11 settembre del 2008, tentò di spiegare perché quell’omicidio non sarebbe stato in realtà un atto di terrorismo. Qualcuno gli diede anche ragione (Erri De Luca parlando a Marco Imarisio, Corriere della sera, 12 sett. 2008).

Ed Enrico? Nulla, nessuna parola, solo silenzio e qualche inconfessato fastidio anche per le manifestazioni di solidarietà (poche) degli amici.

La fine degli anni di piombo

Gli storici anni di piombo si chiudono nel 1988 poiché quelli successivi – segnati dagli omicidi D’Antona nel 1999, Biagi nel 2002 e Petri nel 2003 – fanno parte di altra storia, una storia di idioti che combattevano nella giungla delle Isole del Pacifico convinti che oltre il mare vi fosse ancora la guerra.

Su una parete del mio ufficio, vi sono alcune vecchie foto incorniciate. Una è del giugno 1988 e vi sono raffigurato insieme a Pomarici: eravamo a una conferenza stampa tenuta dai carabinieri, in via Moscova, dopo la scoperta dell’ultimo covo delle BR. Forse quella è stata l’unica conferenza stampa cui Pomarici ha partecipato in vita sua, ma ce ne stavamo in piedi e in disparte, come la foto dimostra, quasi garanti dinanzi ai giornalisti della attendibilità della ricostruzione di un’operazione decisamente «storica» loro offerta dalla polizia giudiziaria.
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Un giornale della cosiddetta sinistra antagonista – Autonomen – pubblicò la stessa foto sotto forma di fumetto, accompagnata, cioè, da un colloquio immaginario tra me e Pomarici: ci rallegravamo reciprocamente perché l’operazione di via Dogali, a Milano, ci aveva ridato un certo lustro proprio mentre eravamo ormai avviati alla «pensione». Pomarici chiudeva il fumetto dicendomi: «Non ti preoccupare. Sono tornati i bei tempi; bevono tutto, ma proprio tutto…».

L’Antimafia in Lombardia

Ma la pensione per Pomarici era ancora lontana: chiusi gli anni di piombo, in capo a pochissimi anni ci ritrovammo in tanti nelle Dda (Direzioni distrettuali antimafia) o nella Dna (Direzione nazionale antimafia): Pomarici, pur continuando a coordinare il settore anti-terrorismo, diventerà – dopo la nomina di Manlio Minale a Procuratore di Milano – il coordinatore per lunghi anni delle indagini della Dda di Milano, le stesse indagini che porteranno, all’atto della loro conclusione, alla gran parte dei successi più recenti.

Sobrietà e lavoro di squadra saranno ancora una volta la ragione dei successi del gruppo di Pomarici. Illuminanti le sue approfondite relazioni e analisi sulla presenza della mafia al Nord e sulle modalità di contrasto di quel fenomeno.

Il terrorismo internazionale ed il sequestro Abu Omar

Ci avviciniamo alla fine del racconto: Pomarici coordinò anche il settore delle indagini in tema di terrorismo internazionale, finchè – nel 2003 inoltrato – assunsi io stesso quel ruolo. Numerose le condanne che i colleghi, da lui “diretti”, ottennero in quel difficile settore. Insieme a Pomarici, però, sono stato co-assegnatario delle indagini sul sequestro di Abu Omar (Milano, 17 febbraio 2003): tranquilli, non vi farò del male riproponendovelo di nuovo!

Voglio solo, e ancora una volta, parlare di Pomarici, della sua incredulità e della sua reazione di fronte agli ostacoli frapposti alla indagine stessa dall’opposizione del segreto di Stato e dai conseguenti conflitti dinanzi alla Corte costituzionale sollevati da ben quattro governi in successione (Prodi, Berlusconi, Monti e Letta). Enrico è tuttora forse più incredulo e stupefatto di me per quello che ci è toccato di vivere e vedere, ma è stato forse anche più capace di elaborarlo.

Ma siamo stati entrambi capaci di sorridere in qualche passaggio della vicenda, come per esempio per quanto avvenne il 22 maggio del 2006 nel mio ufficio, documentato attraverso le intercettazioni riportate nella sentenza di primo grado: il tutto degno di una pièce teatrale se non riguardasse il Servizio segreto militare italiano dell’epoca e una gravissima violazione dei diritti umani come il sequestro di Abu Omar.

Un giornalista, all’epoca vicedirettore di Libero, venne incaricato di intervistarci per comprendere se le nostre indagini si orientassero verso funzionari del Sismi, quali sospetti complici della Cia. Nello stesso tempo, chi gli illustrò l’incarico gli raccomandò di non farci capire la ragione della visita.

Dunque, la mia scrivania è microfonata, il giornalista arriva puntuale nel mio ufficio, e trova anche Pomarici ad aspettarlo nel mio ufficio: «Piacere…», «Piacere mio». Gli presento Pomarici e parte la conversazione in cui il giornalista manifesta subito un interesse meramente professionale e noi fingiamo di credergli. Ma egli dimentica le raccomandazioni impartitegli e ci dice senza troppi giri di parole: «La domanda che sarà più interessante è se c’è di mezzo il Sismi o no?».

A questo punto, nella trascrizione ufficiale della conversazione registrata si legge: «Risate in sottofondo». Il fatto è che né io, né Pomarici ci aspettavamo un simile incipit e scoppiamo a ridere all’unisono, senza alcun accordo. Io osservo, sorridendo: «Ah così, una cosa così…!», e Pomarici aggiunge: «Volete anche la sentenza della Cassazione?». Il giornalista si scusa per l’approccio forse troppo diretto e spiega che in realtà egli è mosso, da cattolico, da sincera stima per il vertice del Sismi.

Tralascio la sintesi dell’incontro, ma alle 18:52, il giornalista ne riferisce a chi gli ha dato istruzione:
giornalista: «Allora… loro mi hanno fatto… mi hanno fatto trovare lì anche Pomarici».
Interlocutore: «Ammazza…».
giornalista: «È stata un’ora di confronto durissimo…».
Interlocutore: «Minchia…».
giornalista: «Per cui sono anche un po’…».
Interlocutore: «Stanco…».
giornalista: «No, no, no sono… ma io ho retto il colpo ed ho replicato… Cioè è stata una specie di imboscata… io ho retto benissimo il confronto… anche perché loro cercavano di umiliarmi… la cosa impressionante è che ha voluto che ci fosse lì Pomarici, che non era previsto…».
Interlocutore: «Senti, ma per noi? a naso tuo?».
giornalista: «Ma a naso mio non c’è un cazzo sul Sismi…! Pomarici era una sfinge… cioè è veramente una sfinge».

E qui il giornalista aveva ragione: Pomarici è sempre stato una sfinge. In una successiva telefonata, il giornalista comunicava al suo interlocutore di avergli inviato un rapporto sull’incontro. Ribadiva di essere molto provato dopo che noi avevamo cercato di intimidirlo. Ma alla fine – precisava il giornalista – «ho vinto io!».

Aiuto, ci cade un mito: Farina non è più Betulla

Abbiamo sorriso anche – io e Pomarici – ma un po’ meno e con una certa tristezza che accompagnava il sorriso, nelle fasi successive della inchiesta quando siamo stati accusati di avere voluto cercare la verità a qualsiasi prezzo, anche a costo di violare supposti segreti di Stato. Anche contro – aggiungo io – una ragion di Stato ambigua e contraddittoria.

L’11 luglio del 2006, sei giorni dopo l’incriminazione di alti esponenti del Sismi, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ci denunciava per vari reati, quali «atti ostili verso uno Stato estero che espongono lo Stato italiano al pericolo di guerra», «spionaggio politico o militare», «spionaggio di notizie di cui è stata vietata la divulgazione», «introduzione clandestina in luoghi militari e possesso ingiustificato di mezzi di spionaggio», «infedeltà in affari di Stato», «cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche», «falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche» e «rivelazione del contenuto di corrispondenza». Con la stessa denuncia ci attribuiva le aggravanti «di avere agito nell’esercizio e con l’abuso delle loro funzioni ed al fine di agevolare il terrorismo».

La denuncia verrà archiviata dal Gip di Brescia che respingeva anche la richiesta di proroga dei termini delle indagini preliminari formulata dai pm: non dimenticherò le parole ferme, lucide e serene insieme di Pomarici quando – presa la parola nella udienza camerale dinanzi al Gip – illustrò le ragioni per cui la istanza di proroga di quei termini non era da accogliersi.

Il nostro avvocato di fiducia non ritenne di dover aggiungere alcuna altra considerazione. Nel richiedere l’archiviazione del procedimento a nostro carico, i pm di Brescia affermavano comunque che, «stante la denegata proroga delle indagini», permanevano «alcuni concreti elementi di sospetto e di perplessità» a nostro carico. E va beh!

Ma rammento ancor più le parole che il 3 dicembre 2008 Pomarici, in relazione al segreto di Stato “in espansione”, pronunciò in dibattimento dinanzi al Giudice monocratico Oscar Magi, commuovendo me e – credo – molti dei presenti: «Se fossi del tutto indifferente alla vita della comunità italiana – egli disse – mi verrebbe da ridere. Poiché sono tenacemente attaccato a questo paese sono a disagio». Ed ancora: «Se non avessi a cuore i diritti e gli interessi della collettività potrei comodamente adeguarmi alle scelte del presidente del Consiglio. Ma a quei diritti e interessi io ci penso».

Mi tornarono alla mente le parole del gennaio 1926 di Vincenzo Chieppa, segretario dell’Associazione magistrati che annunciava la decisione di autoscioglimento dell’Associazione, contestuale al rifiuto dei suoi dirigenti di trasformarla in un sindacato fascista: «Forse con un po’ più di comprensione – come eufemisticamente suol dirsi – non ci sarebbe stato impossibile organizzarsi una piccola vita senza gravi dilemmi e senza rischi, una piccola vita soffusa di tepide aurette, al sicuro dalle intemperie e protetta dalla nobiltà di qualche satrapia […]. La mezzafede non è il nostro forte: la ‘vita a comodo’ è troppo semplice per spiriti semplici come i nostri».

Pomarici ricordò poi una interpellanza parlamentare di Cossiga sui gruppi terroristici che avremmo inteso favorire, affermando che, se essa tendeva a intimidirci, evidentemente le nostre storie personali non dovevano essere note all’interpellante. «Siamo in un paese serio?», chiedeva Pomarici con voce ferma in un’aula silenziosa e attenta. E chiudeva il suo intervento, impugnando e alzando un codice: «Questo testo, signor giudice, è l’unica nostra guida. E non è un caso che esso inizi con la Costituzione della nostra Repubblica».

E all’udienza del 24 giugno 2009, riferendosi ai nuovi ostacoli frapposti all’accertamento della verità dalla Legge di riforma del segreto di Stato del 2007, trasversalmente votata, Pomarici, prospettando una eccezione di illegittimità costituzionale, aggiunse di sentire il dovere di quella scelta “non solo e non tanto ai fini della valutazione e decisione di questo procedimento, ma per una questione ancor più vasta di carattere generale relativa all’ordinamento in senso ampio e alla corretta attribuzione a organi e poteri dello Stato delle sfere di rispettiva competenza. Sarò forse allarmista, sarò forse esagerato, sarà l’età, ma a me sembra che l’esito di questo procedimento […] possa aprire uno scenario veramente inquietante!”. Si riferiva a quello di una democrazia che mette in discussione alcuni dei principi su cui si fonda.

L’esito definitivo della vicenda (per il sequestro, tralasciando le condanne per favoreggiamento: condanna di 26 americani, di cui 25 della Cia, e di un maresciallo dei carabinieri reo confesso, ma sentenza di non doversi procedere a causa del segreto di Stato nei confronti di cinque funzionari del Sismi condannati in secondo grado) sembra confermare le preoccupazioni di Pomarici. (A proposito, pur se non c’entra con Pomarici, rimando al sito di Amnesty International : http://www.amnesty.it per la lettura di un comunicato di Amnesty International sulle due grazie concesse il 23.12.2015 a due americani condannati).
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L’impegno umile e fondamentale nel campo della esecuzione penale

Non posso non ricordare infine che, durante tutti gli anni di cui ho parlato e con rari e brevi periodi di interruzione o esenzione, Pomarici ha diretto l’ufficio esecuzione della Procura. Si è occupato silenziosamente, cioè, di un settore centrale e difficile, ma anche irrinunciabile, per il funzionamento della giustizia penale, un settore di cui non a caso molti colleghi – me incluso – conoscono poco e da cui preferiscono stare lontani. Ma lui – che ama ogni settore del nostro lavoro – ha svolto anche attività di formazione dei colleghi di volta in volta assegnati all’Ufficio Esecuzione penale, riuscendo persino a farli innamorare di cumuli e connessi calcoli.

Questo è Enrico Pomarici. Uomo e magistrato leale, che crede nel lavoro di squadra (quello vero, ben diverso da quello solo declamato), lontano dai riflettori e dalle conferenze stampa; che mai recitato il mantra sui “poteri forti” e sulla “solitudine” del magistrato; che ride, prima di strapparle, delle lettere anonime minacciose che riceve e che pure servono alla costruzione di ben note e adorate icone.

Pubblico ministero dalla mente libera, che non conosce la politica dei passi felpati e che proprio questo ha pagato, nonostante tutta una vita da pm trascorsa nella Procura di Milano e nonostante quello che ha dato alla storia di questo Paese. Ma a lui va bene così: meglio guardarsi allo specchio e, pur cogliendo il segno degli anni che passano, non sentire la necessità di abbassare lo sguardo.

Penso che Enrico mi rimprovererà aspramente quando leggerà queste mie parole che sgorgano da tutto ciò che sento dentro. Ma anche questa volta gli dirò – mentendo – “scusa hai ragione tu, ho sbagliato io”. Cioè, esattamente quello che gli dicevo quando giocavamo a calcio insieme nella squadra della Procura di Milano o nella Nazionale magistrati: la sua autorevolezza era tale, avendo lui giocato in Serie A nel Napoli, che quando lanciava una palla troppo lunga per me – modesto attaccante di seconda categoria – sentivo il bisogno di girarmi subito e, per evitare di farlo incazzare, gridavo : “Scusa Enrico, ho sbagliato io!”, pur se quella palla non l’avrebbe raggiunta neppure Giggirriva!

16 dicembre 2015: alcune colleghe e colleghi a lui particolarmente legati hanno organizzato, per salutarlo, un brindisi nella sua cancelleria. Ciò in assoluto segreto: altrimenti lui non lo avrebbe in alcun modo autorizzato. Il nuovo primo presidente della Corte di cassazione, Gianni Canzio, ne è venuto a conoscenza e ha voluto assolutamente esserci per porgere il suo “grazie” a Enrico, magistrato che ha sempre stimato e ammirato.

È tutto molto bello: tra panettoni e spumante, giovani colleghe gli regalano tre foto incorniciate di quand’era splendido quarantenne o altrettanto splendido quasi cinquantenne (o poco più o poco meno): una mentre parlava in toga in aula, una mentre scendeva da un’auto e poi quella che ho citato, scattata dopo la scoperta del covo di via Dogali, a Milano nell’88.

A nome di tutti, gli porgo una piccola targa che dice soltanto : “A Enrico Pomarici grazie di tutto, grazie per sempre! Gli amici e colleghi della Procura della Repubblica di Milano”, l’ufficio dove, ripeto, ha sempre esercitato le sue funzioni!

Lui guarda tutti sorridendo e ringraziando, rispondendo con battuta propria alle battute altrui! Grato a tutti, ma con visibile desiderio di riprendere a lavorare. Commozione? Penso di sì, ma chi lo può dire? I veri duri son fatti così, anche se Raymond Chandler li descrive non come mastini dalla mascella quadrata, ma come romantici senza speranze. Che sanno sorridere, provare emozioni e, dunque, sanno anche piangere.

Ho personalmente tentato di dire qualche parola, ma ho preferito fermarmi. Il 16 dicembre era anche il mio compleanno e mi sembrava strano festeggiarlo salutando Enrico. Forse oggi ci sono riuscito con questo lungo messaggio che dice solo una parte, per di più minima, di ciò che sento dentro.

A tutti Buon Natale; a tutti l’augurio di un 2016 felice. Ai giovani colleghi dico: avrete capito il modello di magistrato che spero possa per voi rappresentare la stella polare del vostro cammino professionale!

Armando Spataro
procuratore della Repubblica a Torino

Milano, 25 dicembre 2015
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