Ecco come il Woke riduce anche i diritti civili (e anche a Milano)
Il baratto: la sinistra ha dimenticato i diritti sociali e del lavoro per concentrarsi sui diritti civili e di genere. Ma abbandonare i primi finisce per indebolire anche i secondi.
“Stay woke”, cantava Erykah Badu in Master Teacher. “Resta sveglio”: attento al razzismo sempre pronto a tornare nei confronti della comunità afroamericana. Era il 2008 e da allora l’espressione “woke” si è allargata a dismisura, fino a diventare l’ideologia che impone di modificare il linguaggio, cambiare programmi scolastici, abbattere monumenti, riscrivere i classici.
Una giusta battaglia contro le disuguaglianze e la discriminazione si è via via trasformata in una ridicola dittatura del politically correct. Fino alla correzione di rotta di Alexandria Ocasio-Cortez in Usa e alla polemica aperta anche in Italia dopo la lettera sull’argomento di Giuseppe Conte.
Sarebbe banale riassumere la questione così: hanno esagerato, ma partendo da una giusta istanza di lotta alle discriminazioni. Se fosse così, la cura sarebbe solo un po’ di moderazione e il taglio alle pretese più radicali e sciocche. No. La crescita dell’ideologia woke è qualcosa di più ampio, che si è manifestato anche in Italia, dove pure non ci hanno obbligato ad abbattere le statue di quel colonialista di Cristoforo Colombo o di riscrivere quel poema sessista che è il Decamerone. Qui da noi si è andati al sodo: l’esaltazione dei diritti civili (sacrosanti) è stata scambiata con il vaporizzarsi dei diritti sociali.
La sinistra un tempo credeva nello sviluppo come risultato della lotta di classe, in cui i senza potere dovevano poter affermare, insieme, diritti del lavoro e diritti civili. I partiti di sinistra avevano i loro programmi centrati sulla diminuzione delle disuguaglianze, di salario e di diritti, perseguivano la giustizia sociale, la tassazione equa e progressiva, l’espansione del welfare e della sanità pubblica, la riduzione del potere del privato.
Oggi, come ormai sappiamo bene, tutto ciò è stato sacrificato sull’altare delle compatibilità e dei vincoli di bilancio, e il neoliberismo è entrato come un virus nel corpo e nella mente dei leader di quella che resta la sinistra italiana ed europea. In cambio, ecco la bella bandiera da sventolare nei cortei, per dare a chi si dice di sinistra l’orgoglio di una lotta continua contro le disuguaglianze: la bandiera dei diritti delle donne, delle comunità Lgbtqia+, dei migranti.
Tutto bellissimo, buono e giusto. Peccato sia di fatto sostitutivo del core business della sinistra: la lotta alle disuguaglianze, in un mondo dove la finanziarizzazione si è sostituita alla produzione e dove un piccolissimo numero di persone si è impossessata di gran parte della ricchezza e del potere nel mondo. Il passo in più che dobbiamo fare è capire che questo nuovo status della sinistra non solo non amplia i diritti sociali, ormai abbandonati nel campo fuori dalla “finestra di Overton” (quella della pensabilità delle idee e dei temi considerati accettabili nel dibattito pubblico).
È molto peggio: diminuisce anche la possibilità di ampliare i diritti civili. La spiegazione è semplice: una parte della società, quella che un tempo era rappresentata dalla sinistra e oggi è abbandonata alla destra o addirittura al populismo fascista, alle prese con i conti della spesa, l’impoverimento progressivo, l’incattivimento sociale, l’espulsione dalle città, ha finito per considerare nemici e concorrenti quelli che sono più poveri di loro, e radical chic le pretese del colorato mondo dei diritti di genere. Insomma, il baratto diritti sociali/diritti civili è in perdita anche per quanto riguarda questi ultimi.
A Milano è chiarissimo: la sinistra da dieci anni alla guida dell’amministrazione comunale si presenta con i calzini arcobaleno del sindaco, sempre presente e applaudito ai Pride. Ma poi sviluppa una città da cui ha espulso quasi un terzo della popolazione, sostituita dai super-ricchi e dai city users, mentre i gruppi sospinti ai margini della città sviluppano risentimento, odio (e afasia) nei confronti di chi può permettersi di rivendicare diritti civili.
