L’architetto Battisti ora diventa un film sulla crisi di Milano
È un film su una persona che finisce per diventare un film su una città. È un documentario sull’architetto Emilio Battisti che si trasforma in un atto d’accusa per Milano. Realizzato da Valter Finessi – che aveva già firmato docufilm su Walter Valdi, figura storica del Derby e del cabaret milanese, e su Gaetano Liguori, imprevedibile pianista e compositore jazz – il film Emilio Battisti architetto, una voce del pensiero critico a Milano racconta la lunga storia professionale, personale, civile e artistica di una figura che ha animato il dibattito culturale e sociale della città.
Nasce a Napoli, cresce a Novara, studia architettura al Politecnico e poi ne diventa docente. Lavora nello studio di Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti e Giotto Stoppino. Insegna negli anni del grande fermento del Sessantotto e acquista grande rilievo in facoltà, le sue lezioni sono molto seguite, gli studenti amano la sua passione. A Battisti piaceva insegnare, ha formato più generazioni di architetti, riflettendo sulla storia dell’architettura e sui suoi rapporti con la società. È stato chiamato a insegnare anche all’estero, in Australia, negli Stati Uniti, alla Colombia University di New York, all’Accademia di architettura di Mendrisio, in Svizzera, dove è stato accolto il suo archivio.
“L’architettura non è una tecnica, è una sintesi”: Battisti era convinto che all’interno di una équipe che progettasse parti di città – ricorda l’amico Giuliano Della Pergola, sociologo – dovessero entrare anche le competenze di un sociologo, di un economista, di uno psicologo, di un antropologo… “Emilio era convinto di questo”, testimonia Della Pergola, “a differenza di tanti altri suoi colleghi, anche illustri”.
Ruvido e diretto: “Amo definirmi un architetto pentito”, diceva Battisti. “Non rinuncio alla progettazione, però mi rifiuto di svolgere quel tipo di progettazione che è dannosa per l’ambiente e per la società e che prescinde dai contenuti senza impegnarsi. Mi rendo conto che sia poco più di una battuta, definirsi architetto pentito, ma per quel che serve mi aiuta a definire chi sono”. Ha più insegnato che progettato, anche se l’edificio di via San Raffaele, in pieno centro di Milano, all’uscita della Galleria Vittorio Emanuele, con il suo angolo acuto esibito senza compromessi resta a testimoniare la sua cura razionalista per una città da ricucire, non da violentare.
Gli amici, i colleghi, il presidente della Fondazione Ordine degli architetti Jacopo Muzio, la moglie Raffaella Fagetti aggiungono le loro testimonianze sulla sua vita – l’isola di Filicudi, la casa di campagna dove dipingeva, lo studio dove progettava, l’impegno sulle sorti della città. Così prende forma un film in cui scorrono le immagini della Milano di ieri e di oggi, direttore della fotografia Enrico Maria Brocchetta, musiche di Gaetano Liguori. I grattacieli fuori contesto che negli ultimi anni spuntano in città come piovuti da Dubai o dal pianeta delle archistar; l’urbanistica senza più regole; la regia pubblica che si restringe, limitata ormai “agli interstizi” tra i grandi progetti privati, come finisce per ammettere l’ex assessore all’urbanistica Giancarlo Tancredi.
Negli ultimi anni, il suo studio di via Caldara si apre alla città e fino al 2024, anno della sua morte, diventa luogo di dibattito e di confronto, zona franca in una Milano enfatica, place to be in cui sono scomparsi gli intellettuali e il pensiero critico. Fu Battisti a sollevare per primo (con un articolo sul Fatto quotidiano nell’agosto 2022 e una segnalazione all’Ordine degli architetti) il conflitto d’interessi tra i giurati della gara per la Beic, la Biblioteca europea, e i vincitori del concorso. Nasce così una delle inchieste in cui è coinvolto l’architetto Stefano Boeri. Nelle intercettazioni delle indagini sull’urbanistica milanese, Battisti è citato da Giovanni Oggioni, l’arrestato per corruzione numero uno dell’inchiesta: “Non vogliamo rompicoglioni come lui in Commissione paesaggio”. Un riconoscimento di cui Emilio sarebbe fiero.
