Tav Torino-Lione, ora l’Europa dice: non ci sono i soldi
Un tempo pensavo che i più acerrimi nemici del Tav (il supertunnel ferroviario per collegare ad alta velocità Torino e Lione) fossero i No-Tav, il movimento che da decenni si batte in Valsusa contro la grande opera ritenuta inutile (non c’è un volume né di merci né di passeggeri tale da giustificare una spesa multimiliardaria), anzi dannosa (per l’inquinamento certo e immediato che sarebbe prodotto dai lavori e dai camion per asportare le macerie, in cambio della promessa di un lontano, incerto e futuribile sollievo ambientale con il passaggio del trasporto da gomma a ferro).
Ora mi sono convinto che invece i più acerrimi nemici del Tav siano i sostenitori del Tav: da decenni agitano, in maniera sempre più ideologica, la bandiera del supertunnel da realizzare a ogni costo, ma poi nella pratica non lo fanno, continuano ad accumulare ritardi, evitano di sganciare i soldi che sarebbero necessari. Non possono dirlo, ma sanno bene che il Tav Torino-Lione si farà nell’anno del chissaquando. Se non credete a queste mie parole, ascoltate quelle pronunciate il 17 giugno 2026 a Chambéry, durante la Conferenza intergovernativa sulla grande opera.
A parlare non è un pericoloso No-Tav, ma nientemeno che Mathieu Grosch, rappresentante della Commissione europea. Dopo aver reso grazie al progetto come è obbligato a fare per il suo ruolo (“Rimane emblematico per l’Europa, poiché soddisfa tutti i requisiti: mobilità, scambi e decarbonizzazione”), è passato al mondo della realtà e ha ammesso che a breve potrebbe bloccarsi tutto: “Rischiamo di avere problemi di finanziamento nella fase finale dei lavori”.
Non ci sono più soldi: “Oggi siamo tutti d’accordo nel dire che non bisogna contare solo sugli Stati e sull’Europa per finanziare spese di questa portata. Bisogna anche pensare a ricorrere a finanziamenti alternativi”, come il ricorso a capitali privati, ai risparmi dei cittadini o alle garanzie sul debito dell’opera. Dei bond europei da emettere sul mercato per finanziare il Tav: un bell’azzardo finanziario, per un’Europa già debole e appesantita dalle tensioni internazionali.
Quando qualcuno in Italia chiedeva al governo di frenare l’impegno sul Tav, i pasdaran della Torino-Lione rispondevano che non si poteva fare perché avevamo stretto accordi con la Francia. Ma ora è lo stesso Grosch ad ammettere che la Francia è in ritardo più dell’Italia. Il disallineamento è addirittura di una decina di anni. La promessa (l’ennesima) è che il tunnel sarà aperto nel 2034. Ma intanto i francesi hanno bloccato la progettazione delle vie d’accesso, con cantieri che non apriranno prima del 2038 e con la prospettiva di terminare i lavori (forse) nel 2045.
Non lo dice il centro sociale Askatasuna, ma Josiane Beaud, capo della delegazione francese alla Conferenza intergovernativa di Chambéry: “Sul versante francese abbiamo perso 10 anni. Non so come recuperare questo ritardo”. Se davvero i cantieri apriranno solo nel 2038, con un’entrata in servizio che slitterebbe al 2045, perché mai l’Italia dovrebbe correre (e pagare) per una grande opera che resterebbe a metà, senza sbocco sul versante francese? Intanto i costi sono lievitati. Il solo supertunnel, valutato 11,1 miliardi nel 2012, oggi a valori correnti costerebbe circa 14,7 miliardi.
La Corte dei conti europea nel gennaio 2026 ha certificato, per tutta l’opera, un aumento del 127%: dai 5,2 miliardi del progetto originario degli anni Novanta, ai i 25-27 miliardi di oggi. Commenta Pacifico Banchieri, presidente dell’Unione montana del Comuni della Valsusa: “Chiediamo un cambio di rotta al governo italiano, per ridefinire le priorità degli investimenti infrastrutturali in Piemonte. Il governo dia la massima priorità al potenziamento del trasporto pubblico locale, con il completamento della linea 1 e la realizzazione della linea 2 della metropolitana di Torino”.
