SEGRETI

Il 7 aprile di Pietro Calogero

Il 7 aprile di Pietro Calogero

Si è spento il magistrato dell’indagine sul 7 aprile (1979). La notizia arriva proprio il 7 aprile (2026). Fu polemica sul “teorema Calogero” sull’Autonomia operaia, dimenticate le sue indagini su piazza Fontana. 

Pietro Calogero si è spento a 86 anni nella sua casa di Padova. Magistrato prima a Treviso, poi a Padova, infine a Venezia, negli anni Settanta realizzò indagini sull’eversione nera e rossa. Il suo nome resta legato all’inchiesta sull’Autonomia operaia che il 7 aprile 1979 portò all’arresto di Toni Negri, Emilio Vesce, Oreste Scalzone e molti altri esponenti dell’organizzazione.

Divenne “quello del 7 aprile”, il sostenitore del “teorema Calogero”. Molti degli indagati furono prosciolti, la connessione tra Autonomia e Br non fu confermata dai processi, “ma in realtà l’ipotesi accusatoria è stata provata dai fatti”, dichiarò nel libro Il grande vecchio (di Gianni Barbacetto, Bur Rizzoli 2009): “Le formazioni clandestine e combattenti (Br, Prima linea…) erano in contatto con le strutture di massa dell’Autonomia, ciascuna faceva la sua parte e, insieme, formavano il ‘partito armato’. Toni Negri era in contatto con Renato Curcio fin dai primi anni Settanta e, incontrandosi segretamente con lui, discuteva ed elaborava sistematicamente la strategia di lotta armata allo Stato, comune sia alle Br, sia all’Autonomia organizzata. Peccato che in certi ambienti della sinistra si parli ancora del 7 aprile con evidente pregiudizio, come di un’indagine su reati d’opinione e sui ‘cattivi maestri’: era invece, come appare chiaramente dalla struttura binaria dell’accusa iniziale, poi confermata in Cassazione, un’indagine su fatti concreti di terrorismo armato e sulla ‘dialettica’, cioè sull’integrazione operativa segreta tra gruppi combattenti e Autonomia, che insieme formavano il partito armato”.

La sua amarezza maggiore restò però quella che il “7 aprile” fece dimenticare il suo contributo nella prima inchiesta sulla strage fascista di piazza Fontana. Fu lui, a 29 anni, pm a Treviso al suo primo incarico, a raccogliere le prime titubanti deposizioni di Guido Lorenzon, professore di scuola media che gli riferì le confidenze di Giovanni Ventura (e poi anche di Franco Freda) sugli attentati che culminarono, il 12 dicembre 1969, con la bomba di Milano alla Banca nazionale dell’agricoltura. (Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2026)

Un teorema di Pitagora.

Sentiamo il dovere civile e morale di rispondere ad alcune affermazioni apparse sulle pagine del Mattino di Padova. Interventi che, purtroppo, sembrano ignorare la complessità dei fatti o, peggio, confondere i piani della ricostruzione storica con quelli della giustificazione ideologica. È necessario riportare il dibattito sul binario della realtà processuale e dei fatti accertati, per evitare che la memoria di quegli anni si trasformi in una cronaca edulcorata e parziale. Il primo punto che viene sistematicamente omesso è che i processi nati dall’inchiesta “7 aprile” furono tre, non uno. Questa distinzione non è un dettaglio per giuristi, ma la chiave per capire come si mosse lo Stato.

È opportuno fare chiarezza sul lavoro di Pietro Calogero: troppo spesso gli viene attribuita la paternità dell’accusa di “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”. La verità è diversa. Quella specifica imputazione fu contestata dalla Procura di Roma, non da quella di Padova. Calogero, pur muovendosi su ipotesi investigative coraggiose, da magistrato rigoroso portò a giudizio solo ciò che era dimostrato da prove tangibili, superando il vaglio dell’allora Giudice Istruttore. Confondere le riflessioni personali o le ipotesi di lavoro di un inquirente con l’atto d’accusa formale è un errore grossolano: Calogero mise nero su bianco solo ciò che era processualmente solido. Un’altra narrazione che stenta a morire è quella di una radicale ostilità tra l’area dell’Autonomia, con Toni Negri in testa, e le Brigate Rosse. Leggere oggi che Negri “detestava” le BR contraddice i fatti e le sue stesse testimonianze. Basterebbe guardare il film prodotto da sua figlia, dove i membri delle Brigate Rosse vengono chiamati “fratelli brigatisti”.

Provenivano da Potere Operaio i brigatisti: Valerio Morucci, Adriana Faranda, Germano Maccari, Bruno Seghetti, Lanfranco Pace, Barbara Balzerani, Paolo Maurizio Ferrari, Franco Bonisoli, Maria Pia Lessini, Rita Algranati, Alessio Casimirri, Alvaro Lojacono, Gabriella Mariani, Francesco Piccioni, Remo Pancelli e molti altri, é interessante leggere Sergio Bologna sul Manifesto in cui polemizzando con Negri afferma: “basta con la brigatologia”. Non si trattava di mondi separati, ma di una “cerniera” operativa. Sebbene non vi fosse una fusione totale, esisteva una zona grigia di scambi, incontri e reciproca legittimazione. Le sentenze lo hanno chiarito: erano realtà “distinte ma non distanti”. Negri non fu colpito per le sue idee o per la sua statura intellettuale, ma perché i giudici lo ritennero promotore e organizzatore di strutture che agivano concretamente sul terreno della violenza, dalle rapine al coinvolgimento in episodi di sangue.

I numeri raccontano un’altra storia: 243 imputati complessivi; 162 condanne definitive; Oltre 424 anni di carcere inflitti al termine di un lunghissimo iter giudiziario. Antonio Negri, il dirigente più noto di Autonomia, venne condannato dai Tribunali di Roma e di Milano per reati associativi e specifici a 16 anni e 6 mesi e mezzo di detenzione. I reati associativi furono di promozione, organizzazione e direzione di diverse bande armate che costituirono il livello occulto di Potere operaio e di Autonoma operaia organizzata. I reati specifici sono il concorso nella tentata rapina di Argelato del 5 dicembre 1974, nell’omicidio del brigadiere Lombardini e nel tentato omicidio del carabiniere Sciarretta. Per i giudici Negri fu ideatore e mandante della rapina finalizzata a finanziare l’organizzazione che dirigeva e intervenne per fare espatriare alcuni esecutori del crimine.

Certamente ci furono sofferenze tra gli indagati poi assolti, e questo è un dato che la giustizia deve sempre considerare con rispetto. Ma non si può dimenticare che sofferenze enormi, e definitive, furono inflitte a chi dal terrorismo fu colpito: servitori dello Stato giudici e poliziotti, giornalisti, imprenditori, operai, cittadini comuni. Il 7 aprile non fu un “processo alle intenzioni”, ma il tentativo — riuscito — di fermare un sistema di illegalità che aveva già prodotto sciami di violenza, crimini e destabilizzazione.

Il 7 aprile 1979 segnò la fine di una lunga ambiguità strutturale: quella di chi usava il linguaggio della teoria per coprire la pratica delle armi. Lo Stato non colpì “una generazione” — termine abusato da una sparuta pattuglia che ama identificarsi con la totalità dei giovani di allora — ma colse il nesso tra l’elaborazione teorica e l’organizzazione militare. Ridurre questa complessa operazione a un “eccesso” o a un “equivoco” significa ignorare deliberatamente la mole di fatti accertati in tre gradi di giudizio. Fu una presa d’atto tardiva, forse, ma necessaria per restituire il controllo del Paese alle regole della democrazia, togliendo il paravento a chi aveva scelto la strada della violenza.

Alessandro Naccarato
Elio Ruberto
Flavio Zanonato
(Facebook, 10 aprile 2026)

Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2026 (versione ampliata)
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