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Milano capitale delle tre mafie. Prime condanne per l’inchiesta Hydra

Milano capitale delle tre mafie. Prime condanne per l’inchiesta Hydra

di Davide Milosa /

In Lombardia oggi esiste un nuovo sistema mafioso fondato sull’alleanza economica dei rappresentanti di Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra romana. A sancirlo è il giudice del Tribunale di Milano, Emanuele Mancini. La storica sentenza a carico di 78 imputati è arrivata ieri sera, 12 gennaio 2026. E ha confermato il capo 1 dell’imputazione e cioè quello decisivo sull’associazione mafiosa.

Così due anni e quattro mesi dopo gli undici arresti concessi dal gip Tommaso Perna su 146 richiesti dalla Procura di Milano e dall’allora unico pm Alessandra Cerreti, oggi affiancata dal collega Rosario Ferracane, si ha un primo punto fermo in una sentenza di primo grado con rito abbreviato.

Dovrà arrivare Appello e Cassazione, ma da ieri l’esistenza di un Consorzio mafioso a Milano e provincia, così come raccontato nella maxi-inchiesta Hydra coordinata dal Nucleo investigativo dei carabinieri agli ordini del colonnello Antonio Coppola, è un dato acquisito, in attesa che altri 78 imputati, ancora in udienza preliminare, decidano cosa fare.

Che l’impianto accusatorio della Procura diretta da Marcello Viola (ieri in aula)
fosse solido lodimostra il fatto che dagli arresti in poi, oltre alle conferme di Riesame e Cassazione che hannosconfessato l’iniziale posizione del gip, i pm hanno incassato ben tre collaborazioni di altrettanti indagati: il colletto bianco Saverio Pintaudi, il referente catanese del clan Mazzei William Cerbo e l’affiliato alla ’ndrangheta Francesco Bellusci.

Il processo così si conclude con tutte condanne, tranne poche assoluzioni per reati-fine. La Procura aveva chiesto 570 anni, il calcolo è stato rivisto al ribasso dal giudice che ha però accolto con pochi sconti le richieste per i grandi calibri delle tre mafie. Su tutti Giuseppe Fidanzati (14 anni), rappresentante di Cosa Nostra palermitana, e poi i fratelli Pace, Bernardo (14 anni), Michele e Domenico (12 e 11), uomini di riferimento della mafia trapanese che ha tutelato gli interessi di Messina Denaro.

E poi Filippo Crea (14 anni), plenipotenziario della ‘ndrangheta reggina, Massimo Rosi (16 anni) e Giacomo Cristello (11 anni) perle cosche calabresi insediate a Lonate Pozzolo, cento passi dall’aeroporto intercontinentale di Malpensa. Non mancano condanne per gli uomini d’oro del clan di Michele Senese, re di Roma e legato alla camorra dei Moccia.

Il capo 1 di oltre cento pagine resta così nella storia giudiziaria dell’antimafia italiana.
Qui si legge di “una imponente e capillarmente strutturata associazione mafiosa costituita da appartenenti a Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, avente struttura confederativa orizzontale, nell’ambito della quale, i vertici di ciascuna delle tre componenti mafiose operano sullo stesso livello, contribuendo alla realizzazione di un sistema mafioso lombardo la cui operatività veniva decisa congiuntamente dalle tre componenti mafiose nel corso di 21 summit”.

Un’associazione “che manteneva contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario” e“condizionava il libero esercizio di voto”, come spiega Crea: “Abbiamo un bel pacchetto di voti, posso portare Senatori in Europa, abbiamo preso un partito”. Senza contare la capacità “di condizionare il libero mercato per la massimizzazione dei profitti dell’associazione”, attraverso un risiko di oltre 50 società anche estere. Intercettato un boss spiega: “Costruiremo tutto con i proventi di Milano, Roma, Calabria, Sicilia”.

Durante la sua requisitoria, il pm Cerreti ha parlato di “mafia immanente”in Lombardia, definendo Milano “un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria. Fin quando non avremo consapevolezza di questo, non faremo passi avanti nell’attività di contrasto”. Oggi questo passo è stato fatto.

(Davide Milosa, Il Fatto quotidiano, 12 gennaio 2026)

Sistema mafioso lombardo.
I pm: a Milano un contesto
come quello calabrese

di Ilaria Carra e Massimo Pisa
La Repubblica/Milano, 14 gennaio 2026

Notte di catture per i carabinieri del Nucleo investigativo. Nomi di peso condannati per 416 bis eportati a San Vittore. Tra questi i siciliani e camorristi Sergio Sanseverino e Giuseppe Sorce (colpevole anche di spaccio) che di anni se ne sono visti comminare tredici, e il crotonese Giacomo Cristello che avrà da scontare undici anni e due mesi per la sua appartenenza alla locale di Legnano eLonate Pozzolo.

Un intreccio di origini e affiliazioni cristallizzato dalle sessantadue condanne emesse in abbreviato dal gup Emanuele Mancini, specchio della saldatura tra mafie: è l’impasto che hadato vita a “Hydra”, il consorzio di clan decapitato dai magistrati della Dda.

Per decodificarlo, bisogna tornare alle requisitorie dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane. Che in aula si erano concessi una metafora calcistica: «Non è che se prendiamo quattro giocatori dalMilan, quattro dall’Inter e cinque dalla Juventus, gli facciamo fare una nuova squadra di pulcini:rimangono sempre giocatori professionisti di serie A». Poi, tornando nel concreto: «Si è parlato di super mafia, nulla di tutto questo.

Si tratta di un’associazione mafiosa, a cui aderiscono rappresentanti delle tre mafie sul territorio lombardo, e solo sul territorio lombardo, che hanno deciso di mettersi insieme per fare business». Un ritorno al passato, un richiamo alle sentenze Wall Street e Countdown degli anni Novanta.

E un’evoluzione dello schema tracciato quindici anni fa dall’inchiesta Infinito, perché la mafia «non è immutabile —aggiungono — è un fatto vivo e come fatto vivo muta, quindi dobbiamo essere pronti anche a scardinarele nostre conoscenze, basate su evidenze giudiziarie e storiche, ed essere pronti ad affrontare nuove realtà».

E tra queste c’è una doppia amara presa di coscienza: «Milano è un contesto mafioso, né più né meno dicome può esserlo la Calabria». E ancora c’è «la faccia tipica del piccolo imprenditore lombardo, cheviene coinvolto all’inizio inconsapevolmente nei traffici di un gruppo, ma che appena si rende contoche sono mafiosi si gira dall’altro lato».

Realtà riscontrata da confessioni e testimonianze messe a verbale da tre pentiti. Francesco Bellusci”Occhi celesti”, battezzato «picciotto camorrista» nel 2017-2018 per la locale di Lonate Pozzolo, dicui diventa reggente: è lui, nel primo interrogatorio il 21 novembre, a confermare l’esistenza di una mafia a più teste.

«Quello che voi avete riportato sul fascicolo… Hydra, è completamente esatto». Racconta di un«incontro importante, dell’unione della consorteria». La chiamano «l’unione», infatti. «È una cosa unica, una cosa sola, quella. Unione, è un’unione. Dovevamo essere tutti una cosa soltanto. Noi diciamo che eravamo tutti insieme, che eravamo tutti uniti e quindi… che eravamo una cosa sola».

E i soldi? Attribuisce a Gioacchino Amico, altro boss a processo, una certezza: «I soldi erano anche di Matteo Messina Denaro, era lui che strutturava la cosadietro». Di Amico il 9 dicembre aggiunge che «diceva che tanti affari che lui aveva, arrivavano “daiddu”, Mattia Messina Denaro. E fa: “Vedi Francesco, io ho a che fare con l’avvocato”. Questo qua, a quanto mi spiegava lui, poi se è vero o non è vero, diceva che era il fratello di Mattia Messina Denaro».

Il riferimento è ad Antonio Messina, parente di Iddu. Prima di lui era stato William Cerbo, “Scarface”, a certificare l’unione tra le varie compagini mafiose. Catanese organico ai Mazzei “Carcagnusi”, nei verbali Cerbo svela affari per decine di milioni: traffici di droga, usura, recuperocrediti, estorsioni, investimenti con infiltrazioni illecite in cliniche e imprese edili.

«Io sono un collettore economico», dice e aggiunge: «Vestiti (Giancarlo, luogotenente dei Senese, ndr) spingeva, aveva interessi che il clan Mazzei si prodigasse al 100% nei loro interessi su, quello che si era discusso con Tano Cantarella, ovvero questa forza di unione data da più famiglie». In sostanza, «Vestiti era diventato il riferimento mafioso della famiglia Mazzei».

Così era nata ed era cresciuta«la coalizione», parole sue, tra mafie. Il primo a collaborare era stato Saverio Pintaudi, il contabile dei clan, il geometra in difficoltà economiche finito nel «consorzio mafioso»: «un fantoccio» dice di sé ma «l’unico col cervello funzionante» che parla di «fatture false», giri di«contanti», società «fittizie», schermate, e centinaia di migliaia di euro, «fiumi di denaro» del grande «consorzio di mafia lombardo».

di Davide Milosa, il Fatto quotidiano, 12 gennaio 2026
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