Nuovo processo per Stefano Boeri. Ora sono cinque i dibattimenti del Sistema Milano
Mentre il sindaco Giuseppe Sala e il ministro della Cultura Alessandro Giuli stanno cercando l’accordo per nominare il nuovo presidente della Triennale di Milano, il presidente attuale, Stefano Boeri (in scadenza a marzo), riceve il suo secondo rinvio a giudizio. Andrà a processo (prima udienza il 7 aprile), con le accuse di turbativa d’asta e falso, per la gara internazionale di progettazione della Beic, la Biblioteca europea dell’informazione e della cultura, in costruzione a Milano. Lo ha deciso il giudice dell’udienza preliminare Fabrizio Filice, accogliendo le richieste dei pm Giancarla Serafini, Paolo Filippini e Mauro Clerici.
Con Boeri andranno a processo altri cinque imputati: gli architetti Paolo Cino Zucchi, Pier Paolo Tamburelli, Angelo Raffaele Lunati, Giancarlo Floridi e Andrea Caputo. I sei professionisti sono accusati di aver truccato la gara da 8,6 milioni di euro per scegliere chi doveva progettare la nuova biblioteca europea, finanziata con 101 milioni di fondi Pnrr, che sorgerà a Porta Vittoria e conterrà 2,5 milioni di libri.
La gara indetta dal Comune di Milano fu vinta nel luglio 2022 da un raggruppamento di progettisti italiani guidati da Onsitestudio. Boeri era il presidente della giuria, di cui faceva parte anche Cino Zucchi. Fu l’architetto Emilio Battisti a sollevare per primo, con un articolo sul Fatto quotidiano e una segnalazione all’Ordine degli architetti, il conflitto d’interessi tra i giurati della gara e i vincitori: ruotavano tutti attorno al Dipartimento di architettura e studi urbani del Politecnico di Milano.
Le successive indagini della Guardia di finanza hanno raccolto prove non soltanto della contiguità tra giudicanti e giudicati, ma anche del fatto che durante la gara i vincitori avevano mantenuto contatti (proibiti) con i giurati. Un concorso truccato, insomma, secondo l’ipotesi d’accusa che ora dovrà essere vagliata dai giudici: Boeri e Zucchi avrebbero fatto vincere, tra i 44 studi italiani e stranieri che avevano partecipato alla gara, quello che aveva presentato un progetto che era formalmente anonimo, ma che Boeri e Zucchi sapevano firmato da Lunati e Floridi.
Lo sapevano anche grazie ai ripetuti contatti intrattenuti, contro le regole, con Tamburelli, dello studio Baukuh, “professionista coinvolto personalmente nella redazione del progetto vincitore” che faceva la spola tra i giurati e gli autori del progetto poi premiato e, “violando l’anonimato previsto dal Bando di gara, entrava ripetutamente in contatto con i commissari Zucchi e Boeri durante l’iter di valutazione dei progetti in gara”, facendo in modo che “i commissari potessero individuare, valorizzare e sostenere il progetto presentato dal raggruppamento” Onsitestudio-Baukuh-Sce.
I vincitori hanno così ottenuto un premio di progettazione di 476.531 euro, oltre all’incarico di progettazione definitiva ed esecutiva della Beic, del valore di 8,6 milioni di euro. La Guardia di finanza ha trovato tracce di ripetuti contatti tra Boeri, Zucchi e Tamburelli: incontri, comunicazioni telefoniche, scambi di messaggi Whatsapp e Telegram, rintracciati malgrado Boeri abbia cancellato dal suo telefono i messaggi compromettenti.
Per Boeri il pubblico ministero a gennaio 2025 aveva chiesto gli arresti domiciliari. Il giudice, considerato ormai superato il pericolo d’inquinamento delle prove, aveva concesso soltanto la misura cautelare del divieto di far parte di commissioni di gara e di concludere contratti con la pubblica amministrazione: per Boeri e Tamburelli (per un anno) e per Zucchi (per otto mesi). Boeri non ha voluto comunque lasciare la presidenza della Triennale, benché gliel’avesse chiesto una lettera firmata da un centinaio di professionisti, architetti, personalità della cultura.
A marzo dovrà lasciare perché arrivato a fine mandato. In lizza sono in questi giorni la regista del Teatro Pierlombardo Andrée Ruth Shammah, sostenuta dalla destra, e gli architetti Carlo Ratti e Michele De Lucchi, sostenuti dal sindaco Sala. Poiché “cane non mangia cane”, nessuna delle cordate di architetti escluse e danneggiate dalla gara si è costituita parte civile, come pure né il Comune di Milano, né la Fondazione Beic.
Intanto la Procura di Milano procede spedita sugli altri casi dell’inchiesta Grattacieli Puliti. Sono una ventina le operazioni immobiliari sotto indagine per abuso edilizio, lottizzazione abusiva e falso. Indagati i costruttori, i progettisti e i dirigenti del Comune di Milano che hanno permesso la costruzione di edifici ritenuti fuori legge dalla Procura.
Quattro casi sono già a dibattimento: via Fauché, Torre Milano, Park Towers, Bosconavigli. In nessuno il Comune si è costituito parte civile. Bosconavigli, con pm Paolo Filippini, ha tra i sei indagati rinviati a giudizio (udienza il 16 marzo) ancora Stefano Boeri, progettista di un casermone residenziale con le piante sui balconi affacciato sul Naviglio e alto, nel punto massimo, oltre 40 metri, 12 piani, edificato in un’area in cui “l’altezza massima dei nuovi edifici non può superare l’altezza degli edifici preesistenti e circostanti”.
Il palazzo è stato inoltre realizzato senza una regolare convenzione urbanistica, che per legge deve essere votata dal Consiglio comunale o almeno dalla Giunta. Invece è stata firmata – secondo le usanze del Rito Ambrosiano – davanti a un notaio, da un rappresentante dell’operatore immobiliare e da un dirigente del Comune. Contestati anche gli oneri pagati dall’operatore al Comune, secondo la Procura di molto inferiori a quelli previsti dalle norme: con una perdita per la città di almeno 5,5 milioni di euro.
Le Park Towers sono due grattacieli di 23 e 16 piani costruiti al bordo del Parco Lambro come “ristrutturazione” di fabbricati più piccoli. Invece l’edificio di via Fauché in via di costruzione dentro un cortile, dopo le proteste degli abitanti dei palazzi attorno, rappresentati dall’avvocato Wanda Mastrojanni, ha già ottenuto un record: è il primo edificio di cui il Comune stesso, dopo averne permesso la costruzione, ha dovuto ordinare la demolizione: obbligato da una sentenza del Consiglio di Stato che dà ragione ai cittadini della zona.
È già arrivato alla requisitoria finale della pm, Marina Petruzzella (inizierà il 23 febbraio), il caso della Torre Milano, grattacielo di 23 piani tirato su con la mitica Scia (un’autocertificazione) come “ristrutturazione” di uffici di 2 e 3 piani. Contro le norme nazionali e regionali che impongono, per le nuove costruzioni, il rilascio di un piano attuativo che calcoli i servizi da fornire ai nuovi cittadini che arrivano in una zona. I consulenti delle difese lo negano, ma le ipotesi della Procura sono state finora confermate da sentenze del Tar, del Consiglio di Stato e della Cassazione.
Il Rito Ambrosiano del Sistema Milano.
Le indagini sull’urbanistica a Milano sono partite da esposti di cittadini contro edifici spuntati nei loro cortili di casa. La Procura, dopo le prime indagini avviate dalla pm Marina Petruzzella, ha constatato che a Milano da anni non si ripettano le leggi urbanistiche nazionali e regionali, ma si segue il “rito ambrosiano”, una serie di prassi e consuetudini regolate da determine dirigenziali e circolari comunali: le nuove costruzioni al posto di piccoli edifici abbattuti sono considerate “ristrutturazioni”, per tirar su grattacieli basta una Scia (segnalazione certificata di inizio attività), gli oneri da pagare alla città per realizzare servizi sono scontati e ridotti. Tutto ciò in nome della “attrattività”, per far arrivare a Milano capitali e gli investimenti dei fondi immobiliari. Ma impoverendo la città di verde e servizi (persi 1,5 miliardi di oneri).
