Caro Stefano Boeri, che Milano avete contribuito a costruire?
Caro Stefano, sotto un mio post Instagram che diceva, semplicemente, senza alcun commento: “Stefano Boeri a processo per il Bosconavigli”, tu hai risposto così: “Dovresti vergognarti. Ti conosco da anni. Mi conosci e sai bene (sei venuto a parlarne nel mio studio) che questa vicenda ha un profilo del tutto diverso dagli altri. E pubblichi una foto di un anno fa del nostro progetto… che giornalista del piffero sei diventato. Peccato”.
Sì, peccato. Sono parole che mi obbligano a una risposta che non avrei voluto dare. Io conoscevo un ragazzo che voleva cambiare il mondo, quando frequentava, come me, il liceo Manzoni. Che abitava in una casa di piazza Sant’Ambrogio, quella della geniale architetta e designer Cini Boeri, in cui in seguito mi capitò di partecipare ad alcuni incontri e discussioni per preparare la nascita di Società civile, il mensile del circolo promosso da Nando dalla Chiesa che negli anni Ottanta osò sfidare la Milano da bere.
Tu, dopo aver sfidato i vecchi baroni e il vecchio potere, ti ritrovi ora professionista affermato e ben inserito nella schiera dei nuovi baroni e del nuovo potere. Ma dovrei essere io, invece, a vergognarmi, per aver continuato a fare con coerenza il mio mestiere, quello di raccontare i fatti (e le inchieste), senza fare sconti a nessuno, neppure agli amici? Mi spiace che tu ti senta “tradito” da me, ma penso ai tanti amici che si sentono traditi da te, che un tempo eri un loro riferimento culturale e politico.
Lasciamo stare per un attimo il piano penale (che pure ho il dovere di raccontare). I giudici stabiliranno, tra anni, chi è colpevole e chi innocente. Non mi importa, ora, della decisione dei giudici. I pm sostengono che anche il Bosconavigli, come tanti altri edifici del Modello Milano, è un abuso edilizio, che la sua altezza è superiore a quanto consentito dalle regole, che la sua convenzione urbanistica non è stata approvata dal Consiglio comunale o dalla giunta, che gli operatori immobiliari, pagando 5,5 milioni di euro in meno di quanto dovuto, hanno prodotto un “rilevante danno economico” alla Pubblica amministrazione, dunque ai cittadini, con conseguente “peggioramento della qualità urbana, con danno per l’intera collettività”.
Ma tutto ciò sarà provato, oppure smentito, in un processo appena avviato. Già ora però mi pare sia arrivato il tempo di tentare una riflessione – culturale, sociale, politica – sul Sistema Milano di cui sei tra i protagonisti. Come autorevole progettista di edifici-simbolo della nuova Milano.
E anche come appartenente a quella incestuosa famigliona allargata dell’urbanistica milanese dove tutti si incrociano con tutti, dove i confini tra ruoli incompatibili sfumano, dove si può essere insieme progettista privato e decisore pubblico di progetti, giurato di gara e partecipante alle gare, architetto, professore, direttore, assessore, candidato sindaco, presidente, imputato.
Che città abbiamo contribuito a costruire? Tu stesso hai rilevato che “In questi anni, Milano ha perso quasi 400 mila abitanti e ne ha presi 500 mila. È in crescita, ma ha cambiato Dna. Se ne sono andati giovani e nuclei non in grado di accedere all’acquisto o all’affitto di una casa”. Crescono le disuguaglianze, aumenta il numero di quanti sono di fatto espulsi da Milano. Sta avvenendo una vera e propria “sostituzione etnica”, o almeno sociale: fuori i più fragili, dentro i più ricchi.
Decresce la creatività, la rendita immobiliare diventa il driver dello sviluppo della città. E le difficoltà aumentano anche per la media borghesia e le attività economiche piccole e medie. Le inchieste giudiziarie sono arrivate alla fine di un processo che la politica non ha saputo governare, oppure ha favorito in modo sfacciato.
Caro Stefano, io non voglio restituirti l’insolenza dicendo che sei diventato “un architetto del piffero”, ma ti invito invece a riflettere e a rispondere: che città abbiamo – avete – contribuito a costruire?
Nella foto: il Bosconavigli prima dell’arrivo delle piante sui balconi.

