MILANO

Quel coltello nella schiena del Modello Milano

Quel coltello nella schiena del Modello Milano

Un fatto diventa simbolo quando a pesare è il contesto. Un accoltellamento in piazza Gae Aulenti sarebbe stato, negli anni di trionfo del Modello Milano, una svista del destino, una stravaganza del fato, un cigno nero, anzi nerissimo. Oggi, in una fase di crisi del Sistema Milano, diventa un sintomo.

Vincenzo, la mattina del 3 novembre, ha piantato un coltello nella schiena di Anna Laura, scelta a caso tra la gente che passava in piazza Gae Aulenti. Sarebbe stato “spinto a premeditare l’aggressione in un luogo simbolo del potere economico”, ha confessato al pm. Voleva colpire “il contesto nel quale si trovava, per l’insofferenza per il licenziamento subito dieci anni prima da parte dell’azienda di programmazione informatica per cui lavorava”. Un Luigi Mangione alla milanese.

È chiaro che l’atto di una persona con gravi problemi psichici, in fuga da una comunità protetta, è drammaticamente imprevedibile e angosciosamente individuale, non imputabile ad alcun contesto sociale e collettivo, se non alla mancanza di attenzione e di cure per la malattia mentale.

Ma anche la caduta dell’insegna Generali dal grattacielo di Citylife, che se fosse avvenuta tre anni prima sarebbe stata un incidente senza alcun valore simbolico, a giugno 2025 è stata commentata come una metafora dell’incrinatura del destino di una città e delle sue torri. È il contesto che, in semiotica, conferisce volume di senso al singolo fatto. Così quel coltello nella schiena di una manager di Regione Lombardia può assumere un senso metaforico, sul palcoscenico della piazza più “iconica” e “instagrammabile” della città (gli aggettivi sono imposti dalla neolingua locale).

Nella Milano “place to be” c’è perfino un tour guidato, costo 229 euro su Tripadvisor, punto di partenza Eataly, percorso: Porta Nuova, corso Como, piazza Gae Aulenti, Bosco Verticale. Quella piazza è il luogo-simbolo del Modello Milano, ma anche un non-luogo più simile a un centro commerciale che a una piazza, presidiato dalle guardie private (Sicuritalia) del gruppo Coima che lo gestisce, per conto dei nuovi proprietari, gli arabi del fondo sovrano del Qatar (Paese accusato in passato di finanziare il terrorismo islamista, ma questo non pesa).

È a un passo da quella “Biblioteca degli alberi” che non ce la fa a essere un parco di veri alberi ma è piuttosto il giardino condominiale (aperto al pubblico) di Manfredi Catella. Il luogo, “iconico” e “instagrammabile” ma anche piacevole, attira pubblico. Milanesi in giro per lo shopping, famiglie, genitori a passeggio con i bambini, turisti a caccia di luoghi-simbolo, maranza che arrivano dalle periferie, giovani latini che si danno appuntamento, ragazzini che provano hip-hop specchiandosi nei grattacieli.

Si è creata una stratificazione antropologica e sociale, con un sopra e un sotto. Sopra prevale la folla commerciale e sorridente. Sotto c’è la massa dei disperati, nell’adiacente stazione Garibaldi: al riparo dalle telecamere di sorveglianza della piazza, vivono i ragazzi come la maranzina che ha accoltellato una compagna di scuola. “Le luci, la musica, le rapine”, ha raccontato intervistata dal Corriere. “Ti senti dentro una cosa grande. Ma è un mercato: chi offre, chi compra, chi guarda. Ti passa accanto un tipo con lo zaino pieno di pasticche, un altro ti afferra per la schiena, anche se dici no. Ogni tanto vai su, in Gae Aulenti: si balla, si litiga, si pippa. Qualcuno tenta lo scippo: telefonini sfilati di mano, portafogli strappati dalle tasche”.

La politica intanto litiga, la destra agita la bandiera della sicurezza che rende voti ma non risolve problemi. Piazza Gae Aulenti resta lì, non-luogo al tempo stesso incantevolmente attrattivo e sottilmente inquietante, come la città che cresce e cambia, producendo al tempo stesso ricchezza ed esclusione.

Il Fatto quotidiano, 7 novembre 2025
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