SISTEMA MILANO

Il Tar conferma le ruspe: abbattete la palazzina di via Fauchè

Il Tar conferma le ruspe: abbattete la palazzina di via Fauchè

Quel palazzo nel cortile è (proprio) da demolire. Lo stabilisce il Tar, il Tribunale amministrativo della Lombardia, in una sentenza resa nota ieri, 11 giugno 2026, che riguarda un edificio in costruzione in via Fauchè 9, a Milano. La vicenda era iniziata nell’ottobre 2022, quando l’immobiliarista Luigi Gigio D’Ambrosio e la sua società Fauchè 9 srl avevano cominciato a realizzare, con una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) la “ristrutturazione” di un deposito dentro un cortile, abbattendolo ed edificando al suo posto una palazzina residenziale di tre piani.

L’operazione aveva provocato la reazione e le proteste degli abitanti del condominio di via Fauchè-via Castelvetro, che si erano affidati alla tutela dell’avvocato Wanda Mastrojanni. Il caso era finito tra le decine di interventi urbanistici ritenuti fuori legge dalla Procura di Milano e il cantiere era stato sequestrato. Contro il sequestro, il Comune era ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato, che però avevano dato ragione alla Procura, torto al Comune e ribadito che l’operazione non poteva essere qualificata come “ristrutturazione ricostruttiva”, bensì “nuova edificazione”, con la necessità di procedere con un permesso di costruire, non sostituibile con la Scia.

Il Consiglio di Stato, con una sentenza giuridicamente memorabile, aveva sentenziato che nonostante le modifiche di legge realizzate negli ultimi tredici anni (nel 2013, nel 2020, nel 2022), che hanno notevolmente allargato il concetto di “ristrutturazione edilizia”, la demolizione con ricostruzione di un nuovo edificio non può essere considerata “ristrutturazione” se non c’è la “contestualità” fra demolizione e ricostruzione e se non viene conservata la “volumetria preesistente”, senza ulteriori “trasformazioni della morfologia del territorio”. Altrimenti è “nuova costruzione”, che ha bisogno non di una Scia, ma di un permesso di costruire e del pagamento di più alti oneri di urbanizzazione, per garantire la dotazione di servizi pubblici ai nuovi abitanti che arrivano in zona.

Il Comune di Milano aveva dovuto adeguarsi. “In esecuzione della sentenza del Consiglio di Stato” del novembre 2025, la pubblica amministrazione milanese aveva ordinato la demolizione di quanto fino a quel momento costruito. L’operatore privato era ricorso al Tar, che ora però gli dà torto e ribadisce che l’edificio fuorilegge deve essere integralmente abbattuto.

Questo è ciò  che stabiliscono i giudici amministrativi. Intanto va avanti il parallelo processo penale. L’immobiliarista D’Ambrosio, insieme con il direttore lavori-progettista Marco Colombo e l’impresario edile Gaetano Risi, e con i dirigenti del Comune che avevano trattato la pratica, sono a giudizio per lottizzazione abusiva, abuso edilizio e falso, secondo le contestazioni della pubblica accusa rappresentata dal pm Paolo Filippini. La sentenza del Tar ha escluso anche la possibilità di una demolizione parziale, che era stata ventilata dall’operatore, disponibile a modificare il progetto originario e a diminuire l’altezza dell’immobile: richiesta respinta.


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Il Fatto quotidiano, 12 giugno 2026
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