SISTEMA MILANO

Prove di dopo-Sala, dopo il fallimento del Modello Milano

Prove di dopo-Sala, dopo il fallimento del Modello Milano

C’è anche il Gazawashing: la bandiera della Palestina si può sventolare gratis, opporsi ai padroni della città costa.

Sono iniziate a Milano le grandi manovre per archiviare l’era di Giuseppe Sala. Chi sarà il prossimo sindaco? E con quale programma? Le elezioni saranno tra un anno, nella primavera 2027. Sala, eletto la prima volta nel 2016 su proposta del Pd di Matteo Renzi, è stato sospinto dalla narrazione gloriosa del successo della città dopo Expo 2015. Successo discutibile, a guardare le cifre, ma le narrazioni si curano poco dei fatti e si nutrono invece di marketing urbano, propaganda, consenso dei media.

Il decennio di Sala sindaco è iniziato sotto il segno di Milano place to be, metropoli in crescita, sviluppo inarrestabile, grandi progetti, nuovo skyline, rigenerazione urbana. Fino al 2023 lo storytelling ha tenuto, poi i nodi sono venuti al pettine: il modello di sviluppo di Sala e del suo inner circle managerial-imprenditoriale (senza partiti né politica in grado di proferir parola) è stato quello della “attrattività”, intesa come incentivazione dello sviluppo immobiliare basato su due presupposti: deregulation normativa e bassi costi per costruire.

A Milano gli operatori pagavano un quarto rispetto ad altre città europee e tiravano su grattacieli quasi senza regole. I fondi internazionali sono accorsi a Milano, che è diventata la città più “attrattiva” d’Europa: prima in classifica, con oltre 50 miliardi d’investimenti, davanti a Monaco di Baviera e Amsterdam. Un successo.

Quello che poi è emerso è che però la bulimia edificatoria ha generato la più grande cementificazione dagli anni Settanta (mascherata da “rigenerazione urbana”), la lievitazione del costo dell’abitare (+50% in media, con punte di +150%) e la riduzione dei servizi pubblici (il Comune ha rinunciato a 1,5 miliardi di oneri edilizi).

L’esito di questa trasformazione epocale è stata la monocoltura della rendita immobiliare e l’aumento delle disuguaglianze: la più grande divaricazione mai vista a Milano tra i pochi che hanno fatto profitti immensi e la maggioranza che si è impoverita, con la distruzione del ceto medio e l’esodo di 400 mila milanesi che hanno dovuto lasciare la città ormai londrizzata, anzi, con un rapporto tra prezzo delle case e reddito dei cittadini peggiore a Milano (12,5) che a Londra (10,6).

La città, secondo l’Istat, ha ben 23 Adu (aree di disagio socioeconomico urbano) in cui vivono 24.446 minori, più di un decimo (il 12,1%) dei cittadini da 0 a 17 anni; e in cui il 35,3% delle famiglie vive in povertà relativa e un terzo (il 29,1%) dei 15-29enni non studia e non lavora. Un’amministrazione di sinistra dovrebbe prendere atto che si tratta di un disastro epocale, il fallimento di un modello di sviluppo che, stregato dalla propria narrazione di successo, non ha pensato a contromisure e mitigazioni (a Monaco, per dire, seconda nella classifica dell’attrattività, chi costruisce restituisce alla città il 20% del valore estratto, a Milano solo l’8%).

In quest’anno che manca alle elezioni, il fronte che si proclama di sinistra o progressista dovrebbe prenderne atto, denunciare il fallimento del Modello Milano, che è essenzialmente il Modello Sala – con la politica assente e i partiti muti – e rivendicare una svolta radicale, davvero riformista, che (approfittando anche del fatto che il ciclo espansivo immobiliare-finanziario è all’esaurimento) punti sulla riduzione delle disuguaglianze, sul blocco delle privatizzazioni, sull’aumento dei servizi, su una nuova politica dell’abitare. Non diteci che non ci sono i soldi: non sono arrivati 50 miliardi a Milano?

Invece chi si considera candidato alla successione del re si attarda a rivendicare i successi dell’attrattività, oppure a evocare timide “discontinuità”, dopo che tutti hanno sostenuto, da Scalfarotto a Majorino, Sala e la Salva-Milano. Con in più, per qualcuno, un vergognoso utilizzo strumentale di temi davvero cruciali, come il giusto sostegno a Gaza, o il sacrosanto riconoscimento della città a Pino Pinelli. È Gazawashing: la bandiera della Palestina si può sventolare gratis, opporsi ai padroni della città costa.

Il Fatto quotidiano, 22 maggio 2026
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