SISTEMA MILANO

Milano. “Discontinuità”: il termine gentile per raccontare un fallimento

Milano. “Discontinuità”: il termine gentile per raccontare un fallimento

La politica milanese di sinistra (termine ormai vago e ambiguo, lo so, ma questo abbiamo) si balocca a dividersi sull’alternativa tra “discontinuità” e “orgoglio”. Intanto però la realtà è ben oltre e rischia di spazzare via con la forza dei fatti tutti i giochi e tutte le ambiguità. “Discontinuità” è il termine gentile – e del tutto inadeguato – per raccontare un fallimento. L’implosione di un modello di sviluppo basato sull’“attrattività urbana”, sulla monocoltura della rendita. Degenerato nella bulimia immobiliare che ha prodotto disuguaglianza ed esclusione.

“Discontinuità” era la parola magica usata da una parte del Pd che si è resa conto di non poter più difendere il Sistema Milano. Bisogna mostrare di cambiare strada, magari dicendo grazie tante a Giuseppe Sala e ai suoi. È la direzione imboccata da quella vecchia volpe di Pierfrancesco Majorino e, con più freschezza, dalla giovane volpe Lorenzo Pacini. Ma anche Anna Scavuzzo mostra segni di “discontinuità”, pur non pronunciando più quella parola che fa imbizzarrire il sindaco, come i cavalli di Frankenstein jr quando sentono ripetere “Frau Blücher”. Perfino Emmanuel Conte, che di Sala era il delfino, dice di voler abbandonare la strada delle privatizzazioni (cavallo di battaglia di Sala).

Altri sfoderano invece la parola “orgoglio”, per dire quanto sono fieri di aver consegnato la città a 60 “padroni di Milano” (banche, assicurazioni, sgr, fondi immobiliari) che hanno comprato edifici o aree da “rigenerare”, li hanno impacchettati in prodotti finanziari e li hanno “valorizzati”, costruendo grattacieli, torri, palazzi come fossero “ristrutturazione” – dunque quasi senza pagare oneri alla città – grazie al nuovo Rito Ambrosiano che ha realizzato la più grande deregulation dal dopoguerra a oggi, riscrivendo le leggi urbanistiche ad usum Catellae.

Così sono stati attirati a Milano oltre 50 miliardi di euro, che hanno trasformato in asset finanziari 4.800 edifici. Sala e i suoi la chiamano “rigenerazione urbana”. Ma è la “finanziarizzazione del mercato urbano”. Lo documenta una ricerca del dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano guidato dal professor Gabriele Pasqui. Nell’ultimo decennio è avvenuta una trasformazione urbana epocale, che ha attirato miliardi e miliardari, ma ha anche stravolto la conformazione sociale della città, ha aumentato i costi dell’abitare (+50% in media, con punte di +150%) e ha espulso 400 mila milanesi.

“Orgoglio”? La sinistra al governo della città può essere orgogliosa di questa “attrattiva” deregulation? C’è effettivamente da provare “orgoglio”, se si è dalla parte delle banche e dei gestori di fondi, che hanno realizzato profitti immensi. Da luogo dell’abitare, la città è diventata occasione per investire, la casa da vivere si è trasformata in asset finanziario da detenere.

Ci si è messo anche il Financial Times a raccontare che a Milano le case sono meno accessibili che a Londra. In dieci anni, i prezzi sono lievitati: +57% per l’acquisto, +70% per l’affitto. E il rapporto tra il prezzo delle case e il reddito dei cittadini a Milano è 12,5, peggio del 10,6 di Londra. La politica, invece di regolare e governare questa trasformazione, ha assecondato il modello di sviluppo della finanziarizzazione feroce, anzi ne ha fatto una sua bandiera, lo ha incrementato con la dereguration selvaggia del Rito Ambrosiano, rinunciando oltretutto a incassare circa 1,5 miliardi di oneri d’urbanizzazione da impiegare in servizi per i cittadini.

Milano è diventata, per attrattività immobiliare, la prima città d’Europa: che “orgoglio”. Un record che è però anche sintomo di una malattia: la bulimia immobiliare che ha consegnato la città alla rendita finanziaria e così ne pregiudica il futuro, avendo dimenticando produzione di idee, ricerca, saperi, innovazione. E allora: altro che “orgoglio”, altro che “discontinuità” gattopardesca, è necessario un cambio radicale del modello di sviluppo.

Il Fatto quotidiano, 8 maggio 2026
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