Affari spericolati e contatti mafiosi di Giuseppe Cipriani, il “redentore” di Nicole Minetti
L’“operazione Andalusia”, gli affari con Flavio Briatore. E poi Harvey Weinstein, Jeffrey Epstein, Paolo Zampolli.

Giuseppe Cipriani è stato presentato al Quirinale come l’uomo che ha redento Nicole Minetti: imprenditore di successo, persona “normoinserita e lontana da contesti di devianza”. È anche per questo che il presidente della Repubblica ha concesso la grazia alla sua compagna, ex organizzatrice del bunga-bunga per Silvio Berlusconi, e ha cancellato la sua condanna definitiva a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione (caso Ruby) e peculato e truffa (spese allegre da consigliera regionale).
Che Minetti avesse ottenuto la grazia è stato scoperto dalla giornalista Floriana Bulfon (Mi manda Rai Tre). Poi l’inchiesta del Fatto quotidiano ha rivelato il lato oscuro della relazione tra Nicole e Giuseppe, raccontando anche i rapporti di Cipriani con il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein. Ma chi è davvero Giuseppe Cipriani, sessantenne figlio di Arrigo Cipriani, patron dell’Harry’s Bar, il più iconico locale di Venezia? È colui che ha esportato a Londra, a Ibiza, a Milano, a New York, in Uruguay il brand Cipriani, rendendolo un business globale.
C’è però un’ansa dimenticata nella sua avventura imprenditoriale, che incrocia pericolosamente gli ambienti della mafia siciliana. Ne troviamo le tracce in un’inchiesta antimafia dei primi anni Novanta, l’operazione “Andalusia”, realizzata dallo Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia, e poi dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, sotto la guida dei magistrati di Catania.
Riguardava affari e traffici internazionali di armi che, nelle prime ipotesi investigative, vedevano coinvolti personaggi come Felice Cultrera, uomo d’affari catanese, Tanino Corallo, l’imprenditore che partendo dalla Sicilia tentò di conquistare i casinò di Saint Vincent e di Campione d’Italia, e Tommaso Spadaro, il padrone dei casinò dell’isola caraibica di Saint Maarten che tentò di impiantare affari anche in Italia sotto l’ombrello politico dell’allora partito di Gianfranco Fini, Alleanza nazionale.
Gli investigatori misero il naso in business di tutto rispetto: la costruzione di 5 mila appartamenti a Tenerife; l’acquisto di quote dei casinò di Marrakech, Istambul, Praga, Malta, Montecarlo, da usare (sospettavano gli inquirenti) per riciclare denaro; la commercializzazione e la ricettazione di titoli al portatore; l’intermediazione di armi pesanti e l’acquisto di elicotteri (con la presenza nell’affare di una vecchia conoscenza delle inchieste sul traffico d’armi e droga, il miliardario arabo Adnan Khashoggi); l’avvio di attività finanziarie in Spagna, Arabia Saudita, Israele, Giordania, Egitto, Marocco, Turchia, Cecoslovacchia, Russia, Corea, Hong Kong, Montecarlo… Un vortice d’affari, di contatti, di relazioni.
Alla fine delle indagini, nella rete degli investigatori restò ben poco. Non riuscirono a dimostrare le relazioni degli uomini d’affari con il boss catanese di Cosa nostra Nitto Santapaola. Restano le intercettazioni telefoniche realizzate dalla Dia, che cristallizzano le voci dei protagonisti e i racconti in diretta dei loro business. Tra le voci, quella di Flavio Briatore (non indagato) che era in contatto con Cultrera (che sarà poi prosciolto). I due discutono di affari, donne e motori.
Nel maggio 1992, Briatore, allora a capo del team Benetton di Formula 1, chiede consigli a Cultrera e gli parla proprio di Cipriani, a quei tempi giovane e ancora sconosciuto rampollo della dinastia dell’Harry’s Bar. Racconta Briatore che questi sta cercando di entrare nel business della Formula 1, insieme a un certo Angelo Bonanno. Per convincere Flavio, Cipriani gli aveva squadernato le sue referenze: “Sono amico di Tommaso Spadaro, sono amico di Tanino Corallo”.
Nomi pesanti, in Sicilia. Cultrera ascolta e poi consiglia a Briatore di prendere sul serio il giovane Cipriani: poiché Bonanno – dice Cultrera – “è uno pesante, inserito in una famiglia pesante”. Infatti è considerato uomo dei “cursoti”, clan mafioso catanese che aveva affari anche a Milano.
Non sappiamo come andò a finire il rapporto tra Briatore e Cipriani. Sappiamo che in seguito Cipriani fondò una sua scuderia, “Il Barone Rampante”, con sponsor principali Bioera e Ki Group, società riconducibili alla ex ministra Daniela Santanchè (grande amica di Briatore) oggi indagata per bancarotta fraudolenta, e al suo ex compagno Canio Mazzaro.
L’indagine “Andalusia” non riuscì a produrre condanne. Dunque non ci sono reati da ascrivere ai protagonisti di quell’inchiesta. Ciò che resta è l’indicazione dell’ambiente in cui Cipriani si muoveva, fin dai suoi primi passi nel mondo degli affari. Del resto, bastava consultare fonti aperte, come i giornali americani, per venire a conoscenza dei rapporti di Cipriani jr. con Paolo Zampolli, il grande amico del presidente Donald Trump che si definisce “rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali”.
Ma, prima ancora, con Epstein e con Harvey Weinstein – il produttore cinematografico che scatenò il “meetoo” – che usava i locali di Cipriani come “terreno di caccia” per le donne e usava le suite ai piani alti come “covo sessuale” dove portare le sue prede.
Non solo. Il nome di Giuseppe Cipriani nel 2006 emerse in due processi contro la mafia newyorkese di John Gotti jr. E poi in brutte storie di evasione fiscale e truffe all’assicurazione sanitaria Usa. Nel 2007, Arrigo e Giuseppe si sono dichiarati colpevoli di evasione fiscale per aver frodato allo Stato e alla città di New York 3,5 milioni di dollari in tasse. Per evitare l’arresto – riporta il New York Post – hanno sborsato 10 milioni di dollari come risarcimento. Insomma: non era poi così difficile capire com’era l’ambiente esibito da Nicole Minetti per ottenere la grazia.


