SISTEMA MILANO

Maledetta primavera: a Milano, “discontinuità” proibita

Maledetta primavera: a Milano, “discontinuità” proibita

Da Ivano Fossati a Loretta Goggi. Da Canzone popolare a Maledetta primavera. Se la prima era l’inno dell’Ulivo (vincente) nel 1996, oggi il Pd di Milano sfodera “Innamorarsi ancora”, verso malandrino di Maledetta primavera, come titolo del suo convegno di rilancio. Pur di non pronunciare la parola interdetta, vietata, proibita, quella che fa tanto arrabbiare il sindaco uscente Giuseppe Sala: “discontinuità”.

Guai a evocarlo, il termine che Sala odia con tutte le sue forze poiché suona come una sonora bocciatura di quello che ha fatto come sindaco. Fino a ieri, a sinistra era tutto un fiorire di “discontinuità”, per dire che bisogna cambiare strada, a Milano, dopo due sindacature che hanno portato la città a una cementificazione senza regole e senza precedenti, a una pesante crescita dei costi del vivere e dell’abitare, a un clamoroso aumento delle disuguaglianze sociali, all’espulsione di 400 mila milanesi, a una privatizzazione degli spazi e dei beni pubblici, alla svendita di un’icona mondiale come lo stadio di San Siro: tutte cose che Sala rivendica come segno dello sviluppo.

Dunque, nessuna “discontinuità”. Così il Pd cittadino è passato in un nanosecondo al suo opposto: all’“orgoglio” per quanto realizzato. In una città in cui ha dovuto intervenire la magistratura per ristabilire le regole minime del costruire (vedi inchieste Grattacieli Puliti), del fare concorsi (vedi Biblioteca europea) e gare pubbliche (vedi San Siro passato agli amici).

Chissà se i milanesi ne terranno conto al momento del voto. Se premieranno l’“orgoglio” per il Sistema Milano, in una città in cui si è scambiato lo sviluppo con la bulimia del cemento, in cui i grattacieli si costruiscono con una Scia come fossero la ristrutturazione del bagno di casa, in cui si lasciano crescere torri sui parchi pubblici, in cui i palazzi si tirano su nei cortili, in cui a dare i permessi di edificazione ai costruttori sono i progettisti che lavorano per i costruttori.

C’è da essere “orgogliosi” di un modello si sviluppo così? Poveri cittadini, poveri elettori. A chi si devono rivolgere? All’opposizione di destra che sul Modello Milano non è affatto un’alternativa, ma è perfettamente allineata con Sala? Il candidato sindaco della destra sarà (forse) quel Maurizio Lupi che da presidente della commissione urbanistica e poi assessore allo “sviluppo del territorio” (1996-2001) è stato uno degli inventori del “Rito Ambrosiano” che Sala ha poi portato alle estreme conseguenze.

Altro che “discontinuità”: ci vorrebbe un Mamdani alla milanese, ma non se ne vede l’ombra. Ci ha lasciato anche l’unico che in Consiglio comunale faceva davvero opposizione, quel Carlo Monguzzi su cui finora non sono riuscito a scrivere neppure una riga, ancora smarrito e frastornato per la sua scomparsa.

Il suo successore in Consiglio, Michele Sacerdoti, non ha avuto il buongusto di aspettare almeno la sua sepoltura prima di dichiarare ai giornali che lui è diverso da Carlo, che aveva “posizioni che creavano forti divergenze”, troppo “contrario all’operato di Sala e della sua giunta su tutti i fronti”, troppo vicino ai comitati cittadini, quelli delle “dure battaglie” (non sia mai!), e poi: “troppo pro-pal”!

Dopo quell’improvvida intervista, qualcuno degli ineffabili Verdi milanesi ha chiesto a Sacerdoti di rinunciare al seggio comunale: così subentrerebbe al suo posto un verde – si fa per dire – del tutto allineato con Sala e la sua sublime assessora Elena Grandi. Non c’è fine al peggio.

Carlo Monguzzi aveva sofferto per essere stato emarginato ed escluso dai Verdi e, a gennaio 2024, rimosso dal ruolo di capogruppo in Consiglio comunale, con una email inviatagli da chi alle elezioni aveva raccolto un decimo dei suoi voti. La sua voce pacata ma ferma ci mancherà. Non ci mancheranno i gargarismi di chi per non far dispiacere a Sala non osa neppure pronunciare la parola “discontinuità”. Difficile, in queste condizioni, “innamorarsi ancora”: questa volta non può bastare una “maledetta primavera”.

Il Fatto quotidiano, 24 aprile 2026
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