Inchiesta San Siro, i tre argomenti con cui Sala tenta (malissimo) di difendere la sua amministrazione
Strana difesa, quella del sindaco Giuseppe Sala dopo l’ultima tempesta che si è abbattuta su Palazzo Marino. Dopo le perquisizioni, la mattina del 31 marzo, di uffici e abitazioni del suo braccio destro Christian Malangone, del suo ex assessore Giancarlo Tancredi e della sua direttrice della pianificazione Simona Collarini, il sindaco ha aspettato fino alle 19 per scrivere in un comunicato tre argomenti in difesa della sua amministrazione pesantemente coinvolta nell’affare San Siro.
Il primo: “Tra le accuse non c’è il minimo riferimento a ipotesi corruttive e ciò è di fondamentale importanza”. Intanto: mai dire mai. E poi: curiosa reazione, difendersi da una accusa grave gioendo di non averne ricevuta una ancora più grave. È come se un accusato di furto dicesse: “Non mi hanno contestato alcun omicidio e ciò è di fondamentale importanza”. Ma chi lo aiuta a scrivere i comunicati a Palazzo Marino?
Il secondo argomento per difendere la sua amministrazione, i cui vertici sono accusati di accordi sotterranei con i compratori di San Siro, è che si fa così: “La Legge Stadi e le procedure di Partenariato Pubblico Privato richiedono delle interlocuzioni preliminari con i club calcistici; queste interlocuzioni sono, dunque, fisiologiche”.
Interlocuzioni? A leggere i documenti dei magistrati, sembrano piuttosto “collusioni”. Più che trattative e “interlocuzioni fisiologiche”, Palazzo Marino si è del tutto sottomesso ai desideri dei fondi esteri che volevano comprare San Siro (non lo stadio, ma la Grande funzione urbana, cioè un affare immobiliare da 1,2 miliardi). A dettare le condizioni, i tempi, le determine, le delibere sono i rappresentanti dei fondi. Al piano alto, Paolo Scaroni e Giuseppe Marotta che parlano direttamente con Sala; sotto, gli operativi (Ada Lucia De Cesaris e gli altri consulenti e manager) che trattano con Malangone, Tancredi e Collarini.
La gara è stata cucita addosso in modo “sartoriale”, su misura per chi doveva vincerla. Con “mezzi fraudolenti”, scrivono i giudici: “incontri occulti, scambi di documenti riservati prima della pubblicazione, condivisione di bozze e/o di delibere, accordi su contenuti di atti amministrativi, azioni di pilotaggio dei tempi procedimentali”.
La frase-simbolo di questa inchiesta l’ha detta l’ex assessore Tancredi: dopo aver chiesto a Collarini di togliere le cifre ed edulcorare la determina del settembre 2022 che approva la proposta di Milan e Inter di abbattere e ricostruire lo stadio, a chi gli diceva, soddisfatto, “sono spariti tutti i dettagli”, risponde, con agghiacciante ironia: “Il mio lavoro sporco…”.
Il terzo argomento del sindaco è che gli uffici hanno “operato in buona fede e per il bene di Milano”, con una “trattativa lunga, complessa, condotta nell’esclusivo interesse pubblico”, per cercare “di far fronte a un rischio (e cioè l’abbandono della città di Milano da parte delle nostre due società calcistiche)”.
Hanno capito tutti – tranne Sala – che “l’abbandono della città” era solo un bluff di Milan e Inter per restare a San Siro: perché i due club non hanno i soldi per andare altrove; perché il Tar ha escluso la possibilità di costruire lo stadio a San Donato; e perché quello che i fondi Usa volevano non era tanto lo stadio, ma i 280 mila metri quadrati attorno, per realizzare una delle più grandi operazioni immobiliari in città, del valore di 1,2 miliardi di euro. Il gioco funziona su quell’area pregiata, a Milano, non certo “altrove” (a Rozzano, a San Donato o nel Paese dei Balocchi).
Hanno agito “nell’esclusivo interesse pubblico”? Bel guadagno, per la città: uno stadio iconico come il Meazza, uno dei simboli di Milano noti in tutto il mondo, è stato sottostimato, svenduto, candidato alla distruzione (mentre poteva essere ristrutturato), per permettere a due fondi speculativi americani di fare il colpaccio, l’affare del secolo, la Stangata, su aree preziose che erano della città. Con la complicità del sindaco e dei vertici del Comune di Milano: “In buona fede”? Speriamo.
