Torre Milano, la requisitoria: la supercazzola della Commissione paesaggio
Il fatto più impressionante, tra quelli citati in aula dalla pm Marina Petruzzella nella sua lunga requisitoria sulla Torre Milano, è il racconto del “triplo salto mortale” della Commissione paesaggio del Comune: chiamata nel 2018 a dare il suo parere sulla edificazione di quel grattacielo di 24 piani, alto 85 metri, da costruire in via Stresa al posto di due piccole palazzine a uffici di 2 e 3 piani, la Commissione paesaggio aveva nella sua prima seduta bocciato il progetto: fuori contesto, quella torre che non c’entrava niente con il quartiere attorno.
Nelle due sedute successive, voilà, l’aria cambia e a sorpresa, chissà come, arriva la supercazzola: la torre ora va bene perché – ascoltate! – “intreccia nuovi legami”, “dialoga a distanza” con i grattacieli di Porta Nuova. “E meno male che non dialoga con l’Empire State Building”, commenta la pm.
È il primo processo di Grattacieli Puliti che arriva alla requisitoria finale. La pm ha allineato le ragioni per cui chiederà, il 2 aprile, le condanne per abusi edilizi, lottizzazione abusiva e falso degli otto imputati: i costruttori Stefano e Carlo Rusconi, il progettista Ermanno Beretta e cinque dipendenti del Comune, tra cui il potentissimo Franco Zinna e l’ubiquo Giovanni Oggioni, passato negli anni dai vertici degli uffici urbanistici alla presidenza della Commissione paesaggio (indagato e già arrestato in un altro filone dell’inchiesta).
La Torre Milano, 102 appartamenti venduti con lo slogan “la città ti manda in alto”, è “nuova costruzione” – sostiene la pm – non “ristrutturazione” delle due palazzine. È un intervento di forte impatto (per altezza e densità di volumi) dunque non poteva essere costruito con una Scia (la segnalazione certificata di inizio attività): ci voleva un piano attuativo, che calcola i servizi necessari (dai marciapiedi alle fognature, dal verde agli asili nido) necessari per l’arrivo in zona di oltre 300 nuovi abitanti.
Ma se l’operazione è considerata “ristrutturazione”, i costruttori risparmiano un sacco di soldi (in oneri urbanistici e monetizzazioni degli standard). Secondo la Procura, in sole monetizzazioni, i costruttori avrebbero dovuto pagare 4,7 milioni di euro, invece hanno versato al Comune soltanto mezzo milione circa, un ottavo di quanto dovuto. La legge chiede all’operatore immobiliare un contributo per la città, spiega la pm, perché l’operatore trae la propria rendita proprio dal costruire in città: “Quella rendita è resa possibile dal fatto che esiste il contesto urbano di cui beneficia; la stessa torre nel deserto del Sahara varrebbe nulla”.
Petruzzella smonta pazientemente le tesi delle difese le quali sostengono che gli operatori immobiliari hanno realizzato interventi secondo una legittima interpretazione di leggi poco chiare. Le leggi sono chiarissime invece, ha sostenuto la pm, citando le norme del 1942, del 1967 e le successive modifiche; ma anche le sentenze della Corte costituzionale, della Cassazione, del Consiglio di Stato che ripetono, concordi, che abbattere piccoli edifici e poi costruire un grattacielo non può essere considerato “ristrutturazione”, e che per edifici di grande impatto urbanistico è necessario un piano attuativo e non basta “la fantasiosa Scia”.
A santificare questa prassi – ha ricostruito la pm – è una determina dirigenziale del Comune di Milano firmata nel 2018 da Oggioni e Zinna, che legittimano così il Rito Ambrosiano in urbanistica, cercando di aggirare le leggi e dare una patente di liceità agli interventi dei costruttori a Milano.
Il 2 aprile, Petruzzella terminerà la sua requisitoria e chiederà le pene per gli imputati, poi la parola passerà alle difese (dieci grandi avvocati dieci) e infine la giudice, Paola Braggion, dovrà decidere la sorte della prima inchiesta urbanistica sul Sistema Milano arrivata a conclusione.
